Economia

L’EXPORT VA GIÙ

SANDRO FRIGERIO - 27/06/2025

Cala l’export e aumenta l’import

Gli ultimi dati confermano i precedenti e non promettono nulla di buono. L’export varesino sta frenando e marcia meno spedito di quello regionale e nazionale. È proprio questa controtendenza a preoccupare. Per la precisione, è arretrato del 2,2% in valore, che di per sé non sarebbe un grande calo, non fosse che quello nazionale è aumentato del 3,2%, e che il calo è avvenuto in un periodo in cui l’inflazione si fa ancora sentire. Insomma: il calo reale, al netto dell’aumento dei prezzi, è stato ancora più consistente. Le importazioni continuano invece a crescere e così il saldo commerciale è ancora attivo (circa 400 milioni, ma si è dimezzato rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Basta poco perchè anche la tradizionale (nel secolo scorso) provincia manifatturiera ed esportatrice, la “Manchester d’Italia”, finisca in rosso.

Il guaio è che non c’è da meravigliarsi. Perché i dazi americani, l’incertezza politica c’entrano fino a un certo punto. Il piano Varese 2050 di Confindustria già lo diceva anni fa. La ricchezza varesina è più frutto di quel che si é messo in cascina che di quel che si realizza oggi, Cinquant’anni fa — ai tempi in cui veniva costituito il Provex, il consorzio provinciale per promuovere l’export— la Camera di Commercio poteva annunciare orgogliosamente che eravamo la sesta provincia italiana per esportazioni. Oggi, se va bene, siamo la sedicesima.

Analogamente, gli indici che riguardano il patrimonio, tra cui la consistenza dei conti bancari e degli investimenti medi, non ci vede più, come un tempo, nella top ten delle province italiane.

Che cosa è successo? Troppo facile ricordare che non ci sono più i Borghi, i Rusconi, i Bassani Antinori (le aziende sono ormai di proprietà rispettivamente dei turchi di Arcelik, della Colacem di Gubbio, terzo gruppo cementiero del paese, della francese Legrand); l’Agusta e l’Aermacchi sono diventate Leonardo (con sede a Roma). Insomma, le famiglie rappresentative di un tempo sono in parte scomparse. I vari indici ci dicono che siamo messi particolarmente male (oltre il 50 esimo posto) quanto a “fermento imprenditoriale”. In pratica le seconde e terze generazioni vendono e quelle nuove latitano. Un autentico grattacapo per il nuovo presidente di Confindustria, Luigi Galdabini, che pure da anni persegue le nuove tecnologie produttive, come quelle “additive” e ha sino a ieri preseduto il progetto “Mill”, il laboratorio di innovazione Confindustria-Università Liuc.

Il problema vero è che anche gli indici che ci vedono in testa non sono necessariamente più favorevoli. Abbiamo una delle più alte densità di imprese (imprese per Kmq), è vero, ma questo vuol dire anche avere aziende molto piccole, troppo piccole, che quindi hanno scarsa capacità di investimento e innovazione. Caratteristiche che servono maggiormente quando nella produzione di massa altri paesi possono essere più virtuosi, come il recente caso Whirlpool-Beko (Arcelik) a Cassinetta di Biandronno (la sede europea di Comerio à andata altrove da nove anni). Gli altri innovavano il prodotto (soprattutto in Oriente) noi pensavamo a renderlo più povero ed economico. Parallelamente, siamo forti nei settori tradizionali, dove maggiore è la competizione.

Sotto questo profilo, un particolare danno verrebbe dai venti di guerra che potrebbero danneggiare soprattutto settori industriali “energivori” come il meccanico, il siderurgico, il chimico, particolarmente rappresentati nei settori “tradizionali”. Non è un caso che il nodo del costo dell’energia sia divenuto un richiamo costante nelle due ultime assemblee di Confindustria Varese. Nell’ultima, a Malpensa-Volandia, gli industriali hanno chiaramente chiesto che il prezzo dell’energia sia finalmente sganciato da quello del gas, visto che orgg il 45-50% dell’energia elettrica /55% a maggio) è prodotta da fonti rinnovabili. Anche il quadro geo-politico ha la sua influenza. Una eventuale restrizione dei traffici nello stretto di Ormuz avrebbe inevitabilmente conseguenze sul prezzo degli idrocarburi e quindi i costi di produzione, quale che sia la fonte del gas utilizzato dalle imprese.

Intanto, sarà forse una pausa, ma per la provincia di Varese gli Stati Uniti sono ormai scesi al terzo posto nella classifica dei paesi “clienti” dopo la Germania, che è tornata a crescere 8+7,2% e oggi rappresenta il 13,2% del nostro export, contro la Francia all’8,6% e gli Usa all’8,2%.. . Nel complesso, l’area extra Ue ha rappresentato nel primo trimestre i 1449 milioni di euro, in calo del 4,3%, mentre è rimaste stabile a 1482 milioni (-0,1%) l’area euro.

 Ma che cosa esporta Varese? Anche se non è facile stimare Le vendite di Leonardo, e Whirlpool da tempo (oggi Arcelik) base fondamentale del nostro expo, più della metà delle vendite all’estero (1,57 miliardi su 2,93) ed è anche quello che maggiormente ha perso il passo (-8,4%), mentre al contrario sale il tessile-abbigliamento (+8,6%) che era in precedenza in calo.

Che fare allora? La ricetta passa per l’innovazione nei settori non più o non solo di ieri ma anche quelli di domani. Cambiare pelle insomma.