Spettacoli

PAZZI PER I BEATLES

CLAUDIO PIOVANELLI - 27/06/2025

È un piacevolissimo, emozionante tuffo nel passato quello proposto da una mostra fotografica inaugurata mercoledì scorso a Milano, che proseguirà sino al prossimo 7 settembre, che intende ricordare il concerto che i Beatles tennero al velodromo Vigorelli esattamente 60 anni fa, il 24 giugno 1965. L’iniziativa, denominata “Tutti pazzi per i Beatles: il concerto del 1965 a Milano nelle fotografie di Publifoto”, è di Gallerie d’Italia-Intesa San Paolo, che le propone all’Ottagono, il suo spazio espositivo. Una decina d’anni orsono Intesa San Paolo acquisì l’archivio fotografico dell’agenzia Publifoto, una tra le più importanti a livello nazionale, una raccolta sterminata di diversi milioni di scatti, e in questa occasione ha deciso di proporne una sessantina dei circa 500 eseguiti da sette dei suoi fotografi schierati nei due giorni in cui i quattro musicisti di Liverpool rimasero in città.

I Beatles giunsero a Milano in treno da Lione la sera del 23 giugno, alloggiarono all’Hotel Duomo, dove il giorno dopo vennero immortalati con le guglie alle loro spalle in una serie di scatti rimasti iconici e dove si tenne una movimentata conferenza stampa; poi, nel pomeriggio, alle 17, il primo concerto al Vigorelli, con replica serale alle ore 21.

Ciascuno dei due eventi durò soltanto una quarantina di minuti con questa scaletta: “Twist and shout”, “She’s a woman”, “I’m a loser”, “Can’t buy me love”, “Baby’s in black”, “I wanna be your man”, “A hard day’s night”, “Everybody’s trying to be my baby”, “Rock and roll music”, “I feel fine”, “Ticket to ride” e “Long tall Sally”.

Alle due rappresentazioni milanesi, volute dall’impresario Leo Watcher, forse il più famoso all’epoca, assistettero complessivamente 26.000 spettatori: 7000 nel pomeriggio e 19.000 la sera. Molti, certamente, ma non in numero tale da far collassare un’organizzazione pur non ancora preparata, negli anni Sessanta, a quegli eventi musicali di massa che sarebbero diventati un po’ la consuetudine nel successivo decennio. I biglietti costavano da 750 a 3000 lire, neppure moltissimo se consideriamo che all’epoca si pagava un caffè 60 lire.

Il concerto ebbe degli “apripista” con Peppino di Capri, Guidone e i suoi Amici, i Giovani Giovani, Fausto Leali e i Novelty e infine i New Dada di Maurizio Arcieri; e proprio a Peppino di Capri, munito di una piccola cinepresa, si devono le sole immagini filmate, addirittura a colori, di quello storico evento.

La sera, dopo il concerto, i Beatles si concedettero una cena a base di abbondanti porzioni di spaghetti e una nottata in un night club sin quasi al mattino. Poi la partenza in auto alla volta di Genova, dove il 26 giugno suonarono al palasport della Fiera sul Mare, con identico programma, chiudendo poi la loro breve tournée italiana con le apparizioni al Teatro Adriano di Roma il 27 e il 28 giugno.

Al suo arrivo per la prima e unica volta in Italia, il gruppo di Liverpool aveva già all’attivo, nel breve volgere di due anni e mezzo, quattro album e una svariato numero di 45 giri, tutti quanti finiti in testa alle classifiche di vendita internazionali, ed erano già un simbolo che andava ben al di là del fenomeno musicale. La Beatlemania impazzava ormai ovunque, non soltanto in Gran Bretagna, e i “Fab Four” avevano già archiviato un paio di tournée negli Stati Uniti, dove avevano suonato di fronte a masse di ragazzini urlanti che poco o nulla parevano interessate ad ascoltare le note che uscivano dagli amplificatori.

Giusto per contestualizzare la tournée italiana nel corso della loro avventura storico-musicale, quando giunsero a Milano in quel giugno 1965 i Beatles avevano appena terminato “Help!”, il loro quinto long playing; e l’immortale “Yesterday”, capolavoro di Paul McCartney contenuta in quell’album, era stata incisa esattamente dieci giorni prima, il 14 giugno.

Solo qualche mese più tardi, il 26 ottobre, John, Paul, George e Ringo varcarono i cancelli di Buckingham Palace per ricevere dalla mani della Regina Elisabetta le insegne di Membri dell’Ordine dell’Impero Britannico (non per meriti artistici ma per ragioni economiche, legate all’utilizzo di materiali come il velluto che i quattro ventenni di Liverpool avevano contribuito a rivitalizzare), cosa che consentì loro di aggiungere alle loro molte definizioni, a pieno titolo, anche quella di “baronetti”.