Cultura

CITTÀ DEI LAGHI: UN ATLANTE

SANDRO FRIGERIO - 28/11/2025

L’occasione era di quelle ghiotte. Anche perché nelle stesse ore, il consiglio comunale di Varese cominciava a confrontarsi, con PGT e Bilancio di Programmazione, su temi che ben volentieri avrebbero potuto vedere la “questione Insubria”, intesa non come nome dell’Università sulla bocca di tutti per via delle polemiche – un po’ strumentali e a scoppio ritardato, ma non campate per aria – sulla destinazione dell’ex Caserma, ma sul territorio a cavallo del confine italo-svizzero. Il condizionale è d’obbligo, perché il silenzio, al di là di qualche convegno è prevalente. Chi invece se n’è occupata è l’USI, l’Università della Svizzera italiana, che ha chiamato a raccolta a Mendrisio, attraverso l’Accademia di Architettura, gli addetti ai lavori per la pubblicazione dell’Atlante della Città dei laghi, opera che era stata ispirata da Michele Arnaboldi, architetto e professore emerito di quell’Università, scomparso lo scorso anno.

Dopo quattro volumi dedicati al Ticino, questa volta al centro dell’attenzione è il quadro insubrico, anzi la “Città dei Laghi” appunto (Orta, Verbano, Varese, Lugano, Como) con il suo panorama comune di storia, lingua, cultura, arte, tradizione (si pensi alla straordinaria concentrazione dei Sacri Monti) e, last but not least, paesaggio. Il risultato: uno studio multidisciplinare, anche se permeato soprattutto da architetti e urbanisti, come del resto le origini dello studio giustificavano, con anche contributi progettuali di studenti delle Università, dalla sistemazione dell’area Stazione di Chiasso a quella attorno al Lago d’Orta..

Sotto questo profilo, a pesare sono state soprattutto le assenze. Quelle dei politici, degli uomini e donne d’impresa, dell’economia – che se pensiamo agli 80 mila frontalieri che ogni giorno varcano il confine e costituiscono un terzo della forza lavoro del Ticino non passa inosservata – e soprattutto quelle degli amministratori, con l’assenza dei maggiori centri da parte italiana ma anche da parte ticinese, anche se gli stessi amministratori locali avevano partecipato a “tavoli di lavoro” che promettono maggior coinvolgimento e interesse. Rilevante e positiva eccezione: quella del sindaco di Luino Enrico Bianchi.

Insomma, un’occasione che poteva probabilmente essere meglio colta, per dare una riposta ai numerosi quesiti che il quadro insubrico propone. Qualche esempio?

1) come regolare l’irrisolta questione del finanziamento della sanità, dove il governo italiano, non senza qualche ragione, chiede un contributo ai “vecchi frontalieri” (quelli cioè del regime ante accordo fiscale), che non contribuiscono alla spesa sanitaria in Italia, visto che i loro ristorni fiscali sono calcolati su imposte più basse anche perché espressamente non comprendono spese sanitarie (che i residenti svizzeri pagano invece col pesantissimo strumento delle “Casse Malati”?

2) come armonizzare una fiscalità che, comparativamente, svantaggia imprese e lavoratori al di qua della frontiera, tanto da spingere con una certa frequenza a parlare di “ZES o Zona Economica Speciale?

3) come migliorare la collaborazione tra le università al di là (UsI, Supsi) e al di qua (Liuc, Insubria) del confine di Stato, compresi percorsi di doppia laurea?

4) come far massa comune sui mercati internazionali per promuovere il valore di un territorio con caratteristiche esclusive e molto simili, ma con caratteri di campanilismo che non hanno bisogno di confini geografici per manifestarsi da entrambe le parti?

Sono solo alcuni dei temi, forse i più rilevanti, ma che indicano quanta sia la carne al fuoco. Un tema nel centinaio abbondante di pagine dell’Atlante, solleva tuttavia un aspetto che, noto nei suoi caratteri generali, meriterebbe tuttavia un approfondimento particolare.

Il Ticino si trova in una situazione di “sovra-presenza lavorativa”. Varese è nettamente in condizioni di “sotto-presenza”. Se nelle aree confinanti, il numero degli addetti corrisponde a circa un terzo della popolazione, per il Ticino, questa proporzione è di due terzi. Il Ticino ha poco meno di 350 Mila abitanti, ma ben 230 mila “addetti”: il 66%. La provincia di Varese ha poco meno di 900 mila abitanti, e oltre 390 mila “occupati” ma solo 272 mila “addetti” (31%). Proporzionalmente, un po’ più che nella provincia di Verbania-Cusio-Ossola (26%) e un po’ meno che a Como (34%).

Come si spiega la differenza tra “occupati” e “addetti”. Dove sono i lavoratori mancanti, che rendono anche un problema per le aziende trovare personale? Sono a Milano o sono in Ticino. Il vicino cantone (non a caso quello tra i cantoni svizzeri con i più bassi livelli salariali, anche se da qui sembrano astronomici) è il serbatoio produttivo della Confederazione, Grazie ai fiumi di Varesini, Comaschi e non solo, che vi arrivano tutti i giorni. Un grande architetto, originario di Bissone, a quel tempo frazione di Lugano, un “archistar” de suoi tempi, come Francesco Borromini, fece grande Roma e il Barocco Italiano. I Maestri comacini portarono il loro talento anche in Ticino e oltre in tutt’Europa. Ma allora c’era forse più equilibrio. Ricordiamocelo.