Cento anni fa, nel 1925, usciva in America “Manhattan Transfer” di John Dos Passos. Un romanzo duro, crudo, a ritmo di bebop, swing e sfumature blues. Tra le sue pagine si agitano personaggi torturati (tutti) dalle proprie debolezze e travolti (molti) dall’ossessione per il successo. Siamo negli Anni Venti. È facile sognare, altrettanto facile arrendersi, azzerando aspirazioni e speranze. L’individuo barcolla, il sistema lo inghiotte, l’autodistruzione è una bestia affamata. E New York appare feroce, cinica, implacabile. Uno dei protagonisti confessa: “Il problema con me è che non riesco a decidere cosa desidero di più, quindi il mio movimento è circolare, impotente e maledettamente scoraggiante. Immagino che ciò che desidero di più sia andarmene da questa città, preferibilmente facendo prima esplodere una bomba sotto il Times Building.”
L’american dream deraglia, spinto dalla cieca brama di denaro. Come quella che divora George Baldwin, che vede nei matrimoni di convenienza il grimaldello per aprire la porta del successo e della ricchezza. Come quella che trasforma il lattaio, diventato facoltoso per gli effetti di un premio assicurativo, in un affarista senza scrupoli. Ma c’è anche Joe, prima ricchissimo, poi vagabondo. E poi attrici, immigrati, sindacalisti, contrabbandieri, ballerine, politici, mozzi, poliziotti avvocati, in una New York che illude e ipnotizza, prima di dilaniare. In fondo anche oggi è così. Manhattan è New York, New York è l’America. Popolata da gente che arde nel desiderio di avere successo a tutti i costi, che non vuole restare indietro, che vuole cavalcare l’onda perfetta di un progresso sempre più accelerato.
Lo dice, cento anni prima, un altro personaggio del romanzo: ”Siamo trascinati, signor Perry, da una grande onda, che lo vogliamo o no, una grande onda di espansione e progresso. Molte cose succederanno nei prossimi anni. Tutte queste invenzioni meccaniche – telefoni, elettricità, ponti d’acciaio, veicoli senza cavalli – ci porteranno da qualche parte. Sta a noi essere all’interno, in prima linea nel progresso…“. Ma allora come oggi bisognava fare i conti con una devastante, immarcabile coppia di attori: capitalismo e potere.
Dos Passos ne scuote i muscoli, ne illumina l’anima nascosta. Così racconta di spaesamenti individuali, fallimenti, suicidi. Dos Passos sa che cosa è la morte. A 21 anni aveva vissuto in prima linea, da volontario, la Grande Guerra: pilotava in Italia le ambulanze della Croce Rossa Americana. I suoi personaggi cercano di guidare le proprie vite, ma perdono presto l’orientamento e finiscono come i passeggeri del traghetto di Staten Island, descritti all’inizio del romanzo:” …schiacciati e sballottati come mele spinte giù da uno scivolo in una pressa”.
Settantadue anni dopo la pubblicazione di Manhattan Transfer Philip Roth nel suo “Pastorale americana” scrive: ”Non sei tenuto a venerare la tua famiglia, non sei tenuto a venerare il tuo paese, non sei tenuto a venerare il posto dove vivi, ma devi sapere che li hai, devi sapere che sei parte di loro”. Ecco, a molti protagonisti del romanzo di Dos Passos mancano queste e altre fondamentali certezze. Per questo non riescono a tenere il passo. E restano intrappolati in un metropolitano girone dantesco, dove la sconfitta è quotidiana, compagna mai stanca, pronta a battezzare cinicamente ogni nuova alba. Sono traditi, sopraffatti. La maggior parte di loro si sente trafitta sulla propria, personale croce dai chiodi del Fato. Non hanno punti di riferimento. Se non il successo. “Perché diavolo tutti vogliono avere successo? Mi piacerebbe incontrare qualcuno che volesse fallire. Questa è l’unica cosa sublime” dice un altro personaggio del romanzo. È forse l’unico sorriso che la narrazione di Dos Passos si concede. Cento anni dopo l’America non ha molti motivi per sorridere. Ma questa è un’altra storia.