(S) Ora che il chiacchiericcio si è spento, vorrei che parlassimo un po’ delle Kessler, icone del nuovo contemporaneo, in vita e in morte. Senza spendere neanche una lacrimuccia, ma riconoscendo quanto, almeno nel momento di punta della loro carriera, abbiano rappresentato piccoli tormenti e squisite novità per il popolo italiano e la sua modesta cultura.
(O) Le ho viste solo in foto, potrebbero essere le mie bisnonne, ma per una volta, valutata la qualità dell’argomento, accetto il tuo sguardo rivolto al passato. Scommetto che allora, anche tu, proprio tu, le sognavi ad occhi aperti.
(S) Chi le portò in Rai e ne fece la “copertina” di Studio Uno, il varietà in prima serata del sabato, ebbe un’intuizione geniale. Erano un’immagine femminile, elegante, attraente sessualmente, ma di una malizia sottile e non volgare, in un certo senso erano modeste, sia come ballerine sia come cantanti, non erano protagoniste dello spettacolo, come lo fu Mina. Irraggiungibili come amanti, accettabili come sorelle. Direi che il ricordo le mette in una luce dorata, più affascinante della realtà effettiva.
(C) Il ricordo ha la capacità di trasfigurare le nostre valutazioni. Però si può riconoscere che sono state davvero le ICONE di una attesa volontà di cambiamento sociale e culturale di cui si rese protagonista la RAI-TV, che nello stesso anno della loro prima comparsa vide arrivare alla direzione generale Ettore Bernabei.
(O) Chi era costui?
(C) In quegli anni la TV poté uscire dalla sua infanzia culturale, acquisendo la capacità di superare il livello dello spettacolo d’intrattenimento e delle notizie elementari (Lascia o raddoppia, Telegiornale, vecchi film, notizie sportive, la commedia del venerdì, il romanzo sceneggiato), per sviluppare un progetto culturale ambizioso. Di Bernabei i critici progressisti dissero che realizzava una TV paternalistica, io sostengo che ne fece la “grande sorella”, ma non come l’ossessivo e dominante Grande fratello di Orwell, tanto meno come quello pacchiano della TV odierna, ma come una presenza rassicurante e stimolante insieme, come volle diventare tutta la TV di quegli anni, comprensiva e rasserenante.
Dico che possiamo identificare le Kessler come icone di quella televisione perché ciascuno poteva immaginarle come le “sorelle”, belle, un po’allusive, ma non trasgressive, tanto meno volgari, raffinate e rese un po’ “caste” ma non censurate dalle lunghe calze nere.
(S) Gli storici della tv riconoscono alcuni pregi alla RAI di quegli anni: forte senso del servizio pubblico, buona cultura, creazione di un immaginario condiviso per l’Italia del boom economico.
(O) Con qualche difetto, principalmente di essere filogovernativa e beghina nel moralismo sessuale; ma vorrei sviluppare solo un po’ questo accenno all’immaginario al tempo del boom. Lo sviluppo del ‘mercato’ televisivo è andato di pari passo con quello economico. Se negli anni ’50 si radunavano parenti e amici a casa dell’unico possessore di apparecchio tv, il giovedì per “Lascia o raddoppia”, dopo “Studio Uno” dell’inverno ’61, l’immaginario collettivo e la fuga individuale nel sogno del successo vennero a coincidere nel patrimonio culturale del ceto medio.
(S) Era il tempo di “Progresso senza avventure”, uno slogan elettorale, ovviamente governativo. Purtroppo un tempo breve, visto che già gli anni ’70 portarono la contestazione, gli attentati, le trame nere e le brigate rosse. L’armonia di quei balletti ‘doppi’, così armonici, passò di moda. La ricerca del cambiamento presentò il suo alto prezzo. L’armonia “prestabilita” in RAI, anche se ormai lottizzata dai partiti, venne messa in crisi dalle tensioni sociali, politiche e culturali, per scoppiare del tutto all’apparire della TV commerciale, delle sue necessità di raccolta pubblicitaria e quindi della sua apertura agli utenti di massa e alla volgarizzazione del linguaggio televisivo.
(C) Ma torniamo alle Kessler. Oggi il breve rimpianto per la vita armonica delle gemelle, ne ha fatto, in morte, di nuovo un’icona: suicidio assistito gemellare, urna comune con le ceneri della madre e del cane: un’armonia prestabilita anche in morte, gradita alla cultura dominante della libertà assoluta di autodeterminazione. In un mondo in cui i tycoon come Musk e le guide supreme come Putin e Xi discutono di immortalità cibernetica, altri fanta-scienziati preparano la crioresurrezione, mi appare paradossale questa rassegnata e volontaria accettazione della morte come la fine di tutto. Non sapendo come rispondere a questa tremenda alternativa, trovo sollievo nel pensare, come san Francesco, ad un’altra sorella: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare.
(S) Sebastiano Conformi (O) Onirio Desti (C) Costante