
Senza fine, come la canzone che per lei scrisse Gino Paoli e come l’eredità musicale che lascia a chi la ama. Ornella Vanoni è stata un’interprete très chic, una donna libera, versatile, anticonformista e una signora dei record: in settant’anni di carriera ha pubblicato più di cento tra album, raccolte, extended play e venduto 65 milioni di dischi, è stata otto volte in gara a Sanremo dal 1965 al 2018 senza contare le ospitate (nel 2023 ricevette sul palco un bouquet di carciofi che aveva espressamente richiesto) e l’11 giugno 2025 ha ricevuto, honoris causa, la laurea in Musica e Media alla Statale di Milano. Accolse il riconoscimento magistrale con queste parole: “Io non ho mai studiato, sono una cialtrona, ma i miei genitori sarebbero fieri di me”. Come sempre autoironica, simpatica, genuina.
Nata a Milano il 22 settembre 1934, ne è diventata un’istituzione come la Madonnina, il panettone, sant’Ambroeus e la nebbia dei Navigli ma legatissima anche a Varese. “Conoscete la drogheria Tibiletti? Ci andavo da bambina quando la mia famiglia si trasferì durante la guerra. Ho bei ricordi di quel periodo, giocavo con i miei cugini e mi divertivo tanto”, confessò al pubblico che affollava il salotto di Mauro della Porta Raffo nella biblioteca di via Sacco il 3 dicembre 2011. Loquace, spiritosa e prodiga di dettagli ritornò sull’argomento nell’intervista concessa ad Aldo Cazzullo nel settembre del 2024 per il Corriere della Sera: “Da bambina non hai il senso della morte. La guerra per i miei genitori fu una tragedia ma io mi divertivo. A scuola suonava l’allarme aereo, scappavamo via e non facevamo lezione”.
A nove anni Ornella trascorre il pomeriggio nel parco con lo zio, il calessino, i cavalli e i cugini maschi che la prendono in giro: “Poi bombardarono anche Varese. Anziché scendere nei rifugi con il rischio di fare la fine del topo, papà ci portava nei campi e si gettava su di me per proteggermi dalle schegge”. Ricordi lontani dell’unico commendatore in gonnella – che si sappia – del mondo della musica leggera: il Presidente della Repubblica Sandro Pertini le appuntò la croce di Cavaliere del Lavoro nel 1984 “per trent’anni di intensa attività artistica”. Un’artista, del resto, citata dalla Nuova Enciclopedia della Musica Garzanti fra il tenore belga del XX secolo Ernest Van Dick e il compositore francese Edgar Varèse.
Più coraggiosa di Mina, che abbandonò presto il palcoscenico per paura del pubblico e duttile come Milva, l’altra celebre “rossa” cresciuta alla scuola di Giorgio Strehler, capace di passare dal teatro alla musica alla tv con disinvoltura. Perennemente alla ricerca dell’amore: “Lo rincorro come tutte le persone che affettivamente non crescono – confessava ai giornali – Ho una visione romantica dell’amore, non so assistere al venir meno dei sentimenti. Inseguo un compagno ideale e non lo trovo”. E ammetteva scontrosa: “Dell’uomo mi attrae a volte l’allegria, a volte la tristezza. Dipende dai momenti della vita. L’intelligenza mi piace sempre, ma preferisco l’intelligenza romantica a quella analitica, anche se poi mi innervosisce perché la vita è piena di cose pratiche. Negli uomini mi piacciono le mani, gli occhi, il sorriso, la timidezza”.
Da bambina il sogno di fare l’attrice, poi l’accademia d’arte drammatica al Piccolo di Milano e quando Strehler le fa cantare tre brani della Rivoluzione francese scopre una voce violenta e graffiante e le confeziona su misura un recital di canzoni della malavita. “Ho imparato molto al Piccolo osservando Giorgio dirigere e gli attori recitare – ammetteva – Ero affascinata dalla presenza scenica della cantante Milly. Fu lei a insegnarmi il trucco bianco, viola e rosso cupo di quella che poi sarebbe diventata la cantante della mala”. Già, la malavita. I romani non si danno ancora pace che un testo come Le Mantellate sia nata in via Rovello a Milano. Le Mantellate sono la sezione femminile del carcere di Regina Coeli ricavata in un ex convento di suore e la canzone scritta da Strehler in dialetto romano e musicata dal milanese Fiorenzo Carpi, fu incisa dalla Vanoni nel 1959.
Si spalancano le porte del Teatro Gerolamo, Ugo Mulas scatta le prime foto importanti, si guadagna le copertine sull’”Europeo”. Poi il primo disco con la Ricordi, gli incontri con l’impresario teatrale Lucio Ardenzi con cui mette al mondo il figlio Cristiano e con Gino Paoli che ne fa la propria musa. Arrivano i grandi successi discografici: Domani è un altro giorno, Dettagli, L’appuntamento, Senza fine; le canzoni di Luigi Tenco: Ho capito che ti amo, Vedrai vedrai, Mi sono innamorato di te; e di Vinicius de Morales: Samba in preludio, La voglia la pazzia. Un disco all’anno. E fioccano le incisioni di prestigio come l’Lp “Ornella e…” registrato a New York con un pool stellare di jazzisti tra cui Herbie Hancock, Gil Evans, Lee Konitz e George Benson.
Con Paoli, come in passato con Strehler, non c’è soltanto un rapporto di lavoro. Si amano, litigano, si lasciano. Nella sua vita non ci sono zone d’ombra, l’amore illumina il privato e il pubblico, mette a nudo l’artista e la donna passionale che vive dietro le quinte. Invecchiando cantano spesso insieme a Milano, alla Fenice di Venezia e altrove con i buoni uffici della pierre Dalia, figlia di Ombretta Colli e di Giorgio Gaber. Vive a Brera, il quartiere degli artisti, frequenta Fo, Franca Rame, Jannacci, i Gaber, la poetessa Alda Merini, è amica di Bettino Craxi nonostante Tangentopoli, ha idee socialiste ispirate a Pietro Nenni, vota per Berlusconi e nel 2011 si candida con la lista della Moratti al consiglio comunale di Milano (raccogliendo 36 voti).
A Varese viene altre volte su invito dall’amico della Porta Raffo per una chiacchierata in pubblico, per sfuggire alla solitudine a Natale o per un incontro a Tradate con Luca Goldoni. È sola, soffre di depressione. Ricorda con nostalgia i bagni nel lago, le gite al Sacro Monte e le pattinate sulla pista da ghiaccio a Masnago che faceva da sfollata. Ritorna anche in forma privata dai cugini Luisa e Mario Alesini, campione di basket, e dalla zia Vittorina Ranzini, una delle sei sorelle della madre. Quando nel 2008 l’ultracentenaria e amata zia Rina muore (era nata nel 1899), Ornella è al funerale nella basilica di San Vittore. Un varesino d’adozione, Memo Remigi, ha per la scomparsa collega parole di ringraziamento: “Cara Ornella, è merito tuo se “Innamorati a Milano” è diventato un successo. La presentai nel lontano 1965 al Disco per l’Estate ma non riuscii a qualificarmi tra i dodici finalisti, poi tutto cambiò con la tua interpretazione”. Forse proprio per sdebitarsi, Memo Remigi ha poi scritto per la Vanoni “Io ti darò di più”.