“Sono sette anni/ sono solo sette noci i denti / che nascondo sotto al cuscino per l’illusione / di un dono per un furtivo abbraccio alle spalle / che sappia per un solo attimo farmi fiatare la / gondola del cuore, ha poche onde il mio cuore / e nessun pontile per l’attracco.”
Questa è la poesia finale del libro Sant’Anna (ilglomerulodisale editore, Catania, 2025) di Daita Martinez, poetessa con solide prove letterarie alle spalle, che riporta nel frontespizio la dedica personale: “a Dino, con un abbraccio che prima o poi sarà”. Poetessa già matura e ricca di riconoscimenti, Martinez delinea qui una prospettiva circolare che torna al proprio nucleo originale, segnando un percorso sperimentale inteso come atto d’amore inconcluso e non sempre facile, proprio come un abbraccio virtuale.
L’opera muove da un’anima a cui si deve una profonda condizione di ascolto. Come sottolinea Alessandro Pertosa nella prefazione, la cifra distintiva di questo libro è proprio l’ascolto del silenzio. E come direbbe Cioran, ogni parola è una goccia di silenzio attraversata dal silenzio, il vero protagonista di questa raccolta è proprio questo quieto attraversamento dell’Opera. È il silenzio della bambina smarrita, della donna non amata, di un fiore non innaffiato, di un Dio che tace, di una madre assente o di qualcuno che non comprende. Ma è anche il silenzio che permette alla parola di nascere, che custodisce la preghiera e rende possibile il miracolo della poesia. C’è insomma una verità assoluta come il sole che sorge, racchiusa in questo raggio di sole poetico, una cifra sostanziale di riflessione, di lieve oblio, sulla condizione umana.
Seguendo la scia impetuosa di queste onde lessicali, che sovrapponendosi costruiscono la marea del libro, leggiamo: “non è varco il tempo che addosso mi trema / stanco il pallido sussurro del bosco indosso al / corpo che dopotutto nudo è scomposto…”. Emerge una forte carnalità contrapposta a pensieri selvaggi che lo spirito domina, custodendoli come un’ampolla preziosa: “sulla lingua della luna dondolando storna / sulla bocca lieve avviene il tuo odore / e dagli argini senza suono ascolta / un attimo risorto / sulla carezza detta / con la mano chinata al seno dove è attesa / ogni vuoto dopo il vuoto che rimane.”
Si giunge infine alla splendida suggestione amorosa rivolta a un padre, dove la figlia desidera restare tale per sempre: “perdonami padre se non so correre giù / per un abbaglio d’amore che sia amore / il dolore risorto alle spalle del vento / la bocca serrata che è bambina trovata / un attimo dentro al petto del diverso nome / distratto per mancanza di un bacio solo / come solo il gioco dagli occhi spinto / dentro il custode angelo addormentato.”
Per certi tratti ribelli e anticonformisti, e per la costruzione grafica dei fonemi privi di punteggiatura e distanti dalla semantica classica, i versi di Daita Martinez possono essere affiancati a quelli della grande poetessa iraniana Forugh Farrokhzad. In entrambe si ritrova infatti la disillusione erotica che si fa preghiera spirituale e il tema della trasfigurazione del reale, dove solo la poesia alta sa trovare le parole giuste per rappresentare il fluire inarrestabile del verso e la verità finale dell’esistenza umana.
Foto di ROSANNA FRATTARUOLO