ll Doomsday Clock (Orologio dell’Apocalisse) è un indicatore simbolico creato nel 1947 dal Bulletin of the Atomic Scientists che rappresenta la vicinanza dell’umanità alla catastrofe globale. La mezzanotte indica l’apocalisse; più le lancette le sono vicine, maggiore è il rischio. In base alle lancette che si sono mosse nel tempo viene interpretata l’allarmante convergenza di minacce globali – guerra atomica, Intelligenza Artificiale, cambiamento climatico e rischi biologici e pandemici – che avvicinano l’umanità a una possibile disintegrazione nucleare. Partendo nel 1947 dopo Nagasaki e Hiroshima da sette minuti alla mezzanotte, oggi l’orologio si ritrova a 85 secondi dall’Apocalisse, una posizione sinistra mai raggiunta prima, che evidenzia una situazione di crisi persistente e amplificata da nuove dimensioni: l’IA che invade decisioni militari, l’inasprirsi delle tensioni tra Usa, Israele e Iran, e l’impatto sempre maggiore del cambiamento climatico su conflitti e instabilità globale.
Viene descritto un mondo in riscaldamento e in turbolenza: conflitti in Medio Oriente e in Ucraina, minacce di ricaduta nucleare, e una IA sempre più pervasiva ma nondimeno imprevedibile, mentre la scienza progredisce più rapidamente della nostra capacità di governarla e gli scienziati avvertono di nuove patologie potenzialmente letali emerse dai laboratori, nonché della perdita di prontezza della preparazione pandemica. In questo contesto, l’Orologio diventa non solo un simbolo ma uno strumento comunicativo per stimolare azione politica e pubblica consapevolezza.
L’orologio fu impostato – come detto – nel 1947 a sette minuti prima della mezzanotte in risposta alla minaccia di una guerra nucleare da un gruppo di scienziati nucleari del Progetto Manhattan – tra cui Einstein e Oppenheimer – che volevano avvertire il pubblico e i politici dei pericoli e della distruzione che avevano contribuito a scatenare sull’umanità. Nel 1953 cambiò l’orario a due minuti prima della mezzanotte, dopo lo sviluppo della bomba all’idrogeno, e poi di nuovo il quadrante fu portato a sette minuti nel 1960, per riflettere una maggiore cooperazione tra le potenze della Guerra Fredda. La crisi dei missili di Cuba del 1962 – i 13 giorni in cui l’umanità si avvicinò di più all’annientamento nucleare non provocò un immediato cambio di orologio, mentre le lancette si spostarono a 12 minuti l’anno successivo, in risposta all’approvazione del Trattato di Divieto Parziale dei test nucleari. Le lancette dell’orologio si spostarono più volte negli anni ’60, ma nel 1972 tornarono a 12 minuti, dopo che Stati Uniti e URSS si impegnarono a ridurre i missili balistici. Il momento più lontano da mezzanotte è stato alla fine della guerra fredda: 17 minuti. L’umanità aveva fatto più progressi nel ridurre il rischio di guerra nucleare di quanto i suoi fondatori avessero inizialmente pensato possibile: il progetto iniziale dell’orologio non permetteva alla lancetta di andare indietro oltre 15 minuti.
L’era recente è contrassegnata dalla conta in secondi: nel 2020 si passa da “due minuti” a 100 secondi prima della mezzanotte, a indicare che il pericolo è ormai immediato e che la probabilità di esiti disastrosi richiede una risposta rapida. Si sono identificate tre linee principali di preoccupazione: controllo degli armamenti insufficiente, cambiamento climatico non fronteggiato adeguatamente, aumentata influenza della disinformazione e dell’IA sulle decisioni strategiche. In questo quadro, le tattiche tradizionali di deterrenza e disarmo si mostrano insufficienti se non accompagnate da azioni politiche efficaci, responsabilità pubblica e investimenti in sicurezza globale. Oggi la conta precipita in secondi ad ogni apertura di focolai di guerra in cui sono coinvolti potenze con arsenali atomici. 85 secondi sono un precipizio e le previsioni non sono certo rassicuranti.
Un tema centrale è la funzione educativa e mobilitante dell’orologio: non è un dato scientifico ma un simbolo capace di superare l’inerzia politica. con un design aggiornato e un’estensione del campo di analisi, che include clima e tecnologie “disruptive”. Occorre una riflessione sul modo in cui pensiamo al tempo e al rischio. L’orologio è uno strumento psicologico che serve a sollecitare la gente a riconoscere i pericoli e a stimolare azioni efficaci, evitando però di indurre paralisi. La dimensione cosmica, poi, offre una prospettiva che mette in rilievo la nostra piccolezza nell’universo ma anche la nostra responsabilità: se l’umanità si autodistrugge, non c’è nessuno che possa salvarci dall’esterno.
Nel concetto e nel “design” dell’orologio c’è una contrapposizione ricorrente tra ottimismo e pessimismo: da una parte, la riduzione del numero di armi nucleari globali tra la Guerra Fredda e oggi viene citata come segnale di progresso; dall’altra, la combinazione di IA avanzata, instabilità geopolitica e minacce climatiche e biologiche rende il rischio esistenziale sempre più concreto e pervasivo. L’obiettivo è spingere cittadini e governanti a riconoscere che gli errori nell’affrontare i problemi “grandi” – in particolare il nucleare – hanno conseguenze decisive per tutti, e che l’azione collettiva è indispensabile.
Si valuta anche come l’investimento in istruzione, la fiducia nel potere dell’informazione scientifica e la partecipazione civica possano spingere i leader a prendere decisioni difficili e si richiama l’idea che l’esplorazione scientifica, per quanto affascinante, imponga la necessità di una governance etica e di meccanismi di protezione robusti contro l’uso improprio delle scoperte. L’innovazione tecnologica e la consapevolezza del rischio esistenziale richiedono una lente di responsabilità accompagnata dall’azione concreta. Nel complesso, si dipinge un ritratto di un’epoca in cui i progressi della scienza e della tecnologia si intrecciano con una fragile governance politica e una crescente incidenza di minacce globali. L’Orologio dell’Ultimo Giudizio resta un monito: è possibile guadagnare tempo, ma solo se le società adottano una visione integrata che unisca scienza, politica e partecipazione civile, riconoscano l’urgenza del momento e agiscano con responsabilità per ridurre i rischi imminenti, innanzi tutti quelli legati al nucleare. E soprattutto, invita ciascuno a riflettere sul fatto che il futuro non è scritto: dipende da noi decidere come utilizzare il tempo che resta.