Economia

IL TRAMONTO DEL BIANCO

GIANFRANCO FABI - 29/05/2026

Reparti produttivi di una fabbrica Ignis in Italia

La storia dell’industria italiana degli elettrodomestici è una delle più efficaci e tristi rappresentazioni dell’evoluzione dell’economia italiana in questo dopoguerra. I drastici tagli annunciati nei giorni scorsi dall’Electrolux e le difficoltà persistenti della Beko sono infatti gli ultimi episodi di una vicenda che riassume tutti i caratteri della vita delle industrie della Penisola.

La nascita come officine familiari, il grande spirito imprenditoriale, la crescita della ricchezza e quindi dei consumi, la capacità di innovazione e la ricerca estetica, hanno posto le basi per uno sviluppo travolgente negli anni ’60, uno svilupp0 che ha poi aperto la strada alle cessioni ai gruppi internazionali e ad una vera e propria crisi.

Tra i protagonisti va indubbiamente posto Giovanni Borghi che con la sua Ignis ha incarnato un modello di industria dinamico, aperto al territorio, con i suoi punti di forza non solo nelle tecnologie, ma anche in un’immagine lanciata a livello mondiale con i successi sportivi soprattutto nella pallacanestro e nel ciclismo. Ignis è stata peraltro anche l’apripista delle cessioni dei gruppi italiani alle multinazionali straniere: prima è arrivata l’olandese Philips, poi l’americana Whirpool, infine la turca Beko.

Allo stesso modo nel Nord Est la famiglia Zanussi, morto il capostipite Antonio nel 1946 e rilanciata dai figli Lino e Guido, è entrata con forza nel mercato con il marchio Rex: una storia di successo culminata nel 1984 con la cessione al gruppo svedese Electrolux, gruppo che proprio nei giorni scorsi ha annunciato una drastica riduzione del personale negli stabilimenti italiani.

Altri protagonisti di rilievo sono stati: in Brianza la famiglia Fumagalli che con la Candy ha dominato per anni il mercato delle lavatrici; nelle Marche con il marchio Ariston ha ottenuto significativi successi Vittorio Merloni e la sua famiglia che è cresciuta anche grazie all’acquisizione di Zoppas negli anni ’70.

Ma proprio gli anni ’70 sono stati la svolta dopo i travolgenti successi dei due decenni precedenti: da una parte la crisi economica che ha ridotto la propensione al consumo delle famiglie, dall’altra una certa saturazione del mercato trainato da una domanda soprattutto di sostituzione. Poi le scelte di delocalizzazione alla ricerca di strutture produttive con minori costi operativi e insieme la crescita della concorrenza internazionale.

La parabola dell’industria del bianco è stata descritta con precisione dal grande economista (marchigiano) Giorgio Fuà: la nascita grazie allo spirito imprenditoriale, lo sviluppo sostenuto dalla forte domanda del mercato, la maturità, con le difficoltà di contrastare la concorrenza, e infine il declino con l’inevitabile sbocco della chiusura e della cessione.

Anche perché fare industria in Italia è diventato sempre più difficile soprattutto per tre fattori: 1) l’alto costo dell’energia; 2) i vincoli burocratici che limitano la crescita; 3) la scarsità di personale specializzato (abbiamo il numero di ingegneri più basso d’Europa). Se a questi elementi aggiungiamo la stagnazione dei consumi per il calo demografico e, in particolare per gli elettrodomestici, per la frenata dei matrimoni e delle nuove famiglie, abbiamo uno scenario completamente diverso rispetto agli anni “gloriosi” del miracolo economico.