
Questo turno delle amministrative ha dato una spinta alle destre con la nettissima e inaspettata vittoria di Venezia. L’altro risultato da sottolineare è quello di Reggio Calabria strappata al centrosinistra dopo 12 anni.
Detto che anche i “progressisti” hanno avuto delle buone vittorie anche in Lombardia, l’esperienza insegna che per un giudizio più completo e misurato è meglio aspettare alcuni ballottaggi molto interessanti. Ne riparleremo quindi fra due settimane.
Il dato di fondo è però sempre uno solo, (e per me positivo essendo sempre stato un autonomista convinto), a livello territoriale valgono e vincono le qualità dei candidati sindaci e delle liste, le specificità programmatiche; l’emozione che si crea attorno a delle peculiarità sociali particolarmente sentite.
Riassumo in modo un poco grossolano ma penso realistico il mio pensiero: meno i leader e i dirigenti nazionali si fanno vedere nelle campagne elettorali locali, salvo nei centri davvero grandi e strategici, e più voti prendono i loro candidati.
C’è un dato che mi pare fin d’ora inequivocabile e che voglio riaffermare: la larga vittoria del NO al referendum sui magistrati –clamoroso errore del governo chiamarlo referendum sulla giustizia – non era affatto tutta farina del sacco delle opposizioni ma l’esito di un “Conservatorismo costituzionale” che nei momenti topici della Repubblica fa sentire alta la sua voce.
Per tutte queste ragioni troverei sbagliato per la coalizione progressista passare da un ottimismo che mi pareva eccessivo ad una vena di leggero sconforto che vedo serpeggiare qua e là in vista delle elezioni politiche. Ad esempio i risultati di qualche partito della coalizione potrebbero migliorare da una competizione locale ad una nazionale.
Del resto non sappiamo ancora con quale sistema elettorale si voterà, cioè in quale modo i nostri voti diventeranno seggi parlamentari. Questa è una grave lacuna, totalmente italiana, la cui responsabilità ricade su tutti i partiti.
A tale proposito mi auguro solo che non passi il progetto approvato dal governo per il quale basterebbe uno zero e qualcosa in più di una coalizione rispetto all’altra per dare ai vincitori, con un premio abnorme, i seggi in grado di eleggere da soli il presidente della Repubblica. Avremmo, cioè, una maggioranza enorme e rischiosa per l’equilibrio democratico.
Quale che sarà il sistema elettorale i problemi non mancano né da una parte né dall’altra. Per le forze di governo, in particolare difficoltà negli ultimi tempi, ci sono parecchie questioni ancora aperte sull’Europa, sulle guerre in corso e su diverse questioni sociali. In più hanno il problema Vannacci che potrebbe essere incompatibile per Tajani in termini politici, per Salvini e forse per Meloni in termini di competizione elettorale ed ideologica.
Per la coalizione dei “progressisti” si prospettano non meno seri nodi da sciogliere. Sul piano programmatico, soprattutto il rapporto con la guerra russa in Ucraina che il Pd non accetterà di abbandonare a sé stessa. Sul piano politico quale candidato per Palazzo Chigi se dovesse restare l’obbligo di indicarlo nel programma elettorale.
In questo caso, mi convincerebbe di più l’dea di un leader politico che non quella di un “federatore” che darebbe la sensazione di una unità elettorale rabberciata e malferma.