Il racconto

QUESTO FACCIO

MAURO DELLA PORTA RAFFO - 29/05/2026

Credo avessi quattr’anni. Finito il pranzo, la maestra della scuola materna, dopo averci riportato in classe ed aver fatto abbassare i tendoni di tela brunastra per impedire alla luce di contrastare il sonno che immancabilmente doveva seguire, ci invitava a mettere un braccio sul banco e ad appoggiarci la testa in attesa di Morfeo.

Non so con certezza di un prima, ma certamente in quei momenti il capo mi faceva molto male. Come ha fatto praticamente in ogni modo possibile per tutta la vita. E mi fa oggi, in questo preciso momento. Un compagno molesto sulla cui presenza ho sempre potuto contare. Un dolore al quale, perché alleviasse la solitudine, con il trascorrere degli anni ho dato compagnia. Avendoli provati prima o poi tutti, posso dire che tra quelli che arrivano e per fortuna se ne vanno il trigemino è il peggiore. Ho scritto “tra quelli che arrivano e se ne vanno” perché non pochi, invece, si sono aggiunti restando e ancora si aggiungono. Negli ultimi anni soprattutto.

In questo momento, nel mentre faccio fatica a stare in piedi e non si dice a muovermi, ho (tutti molto acuti), oltre al caro vecchio mal di testa (sta scoppiando), la parte alta esterna della coscia sinistra che ulula di quando in quando accompagnata dal gluteo, entrambi gli arti inferiori che non si possono toccare con fitte terribili poco sopra la caviglia davanti a mancina, il braccio sinistro in alto che di quando in quando lancina, l’alluce sinistro che pulsa, una situazione folle al gomito destro per la quale non posso poggiarlo se non silenziosamente urlando.

Le cure tentate inutilmente sono state mille. Inutilmente (continuo a dare retta a moglie e figlie che me le suggeriscono per far loro piacere) come so da oltre trent’anni. Correva difatti il 1992 e, ricoverato al San Raffaele di Milano per altre patologie, fui sottoposto a una sterminata serie di esami di ogni tipo da un primario che si era intestardito e aveva giurato che avrebbe scoperto i perché. Ricordo quando, seguito da due avvenenti assistenti, alla fine, prima delle mie dimissioni, venne a trovarmi con l’enorme cartella che mi riguardava a disposizione. Molte le sue parole. Molte le argomentazioni. Una, definitiva, la conclusione: “I dolori? Non sappiamo da dove arrivino. Sappiamo solo che se li deve tenere”. E questo faccio.