Pensare il Futuro

ILLUSIONE COSTOSA

MARIO AGOSTINELLI - 30/01/2026

La nuova stagione del petrolio, rilanciata dal “drill, baby, drill!” del discorso d’insediamento di Donald Trump del 20 gennaio 2025, getta ombre dense su un inizio d’anno segnato da tensioni geopolitiche e ritorni al passato. Dalla corsa al greggio pesante venezuelano alla tentazione Groenlandia, la narrativa della trivellazione senza limiti si accompagna a un’offensiva diplomatica: gli Stati Uniti non solo escono per la seconda volta dal processo negoziale sul clima, ma secondo i memorandum presidenziali espellono personale dalla Convenzione quadro ONU sui cambiamenti climatici, dall’IPCC e da decine di organismi internazionali, bollati come inutili o contrari agli interessi nazionali. È l’ennesimo colpo assestato a un sistema multilaterale già indebolito, mentre il petrolio continua a contribuire per oltre un terzo al riscaldamento globale.

Eppure, dietro la retorica del greggio eterno si intravede una realtà ben diversa. I grandi campi petroliferi del mondo – dagli USA al Golfo, dall’Orinoco al Far East – dipendono sempre più da energia solare ed eolica per alimentare pompe, perforazioni e impianti. Specchi solari a concentrazione sostituiscono il gas bruciato per generare il vapore necessario a far risalire gli oli pesanti; i parchi eolici stabilizzano i costi energetici dei campi pozzo. Paradosso dei paradossi: il combustibile che ha alimentato l’industrializzazione è oggi sostenuto dalle tecnologie “nemiche”, quelle rinnovabili che ne segnalano l’obsolescenza economica.

La verità scomoda è che il petrolio è una risorsa finita. Il modello del geofisico Marion King Hubbert, che già nel 1956 tracciò la curva a campana della produzione, è stato posticipato da fracking, offshore profondo e nuove scoperte; ma non smentito. Oggi, con scorte stimate in 2.000 miliardi di barili e un’estrazione attorno ai 100 milioni di barili al giorno, l’orizzonte dell’esaurimento si colloca tra il 2065 e il 2070. Molti giacimenti sono oltre la fase di espansione: l’inizio dell’esaurimento impone investimenti crescenti per volumi calanti, fino al declino finale economicamente insostenibile. Il “picco” globale potrebbe essere alle spalle: i nuovi campi non rimpiazzano più i flussi dei pozzi maturi.

Questo quadro dà sostanza all’intuizione dello storico ministro saudita Ahmed Zaki Yamani: “L’età del petrolio non finirà perché finirà il petrolio, ma per la tecnologia”. La tecnologia – accumuli, fotovoltaico, eolico, pompe di calore, elettrificazione dei consumi – è già qui. Nel 2025, per la prima volta, le rinnovabili hanno superato il carbone nella generazione elettrica globale: secondo Ember, l’eolico e il solare hanno coperto l’intero aumento della domanda nella prima metà dell’anno. La Cina, con una capacità eolica e solare paragonabile a 100 centrali nucleari e leadership su pannelli, turbine e batterie, sposta il baricentro industriale globale.

Siamo nel pieno di una grande transizione energetica: È un processo lungo, complesso, pieno di resistenze, ma i segnali sono inequivocabili. Le rinnovabili sono oggi la via più competitiva per produrre elettricità, per costi, resilienza e stabilità a lungo termine. La rapidità d’installazione, i costi in caduta, l’integrazione con sistemi di accumulo e reti intelligenti ne fanno un attrattore per capitali e innovazione.

L’idea di riportare l’orologio ai tempi del “petrolio per sempre” è un’illusione trumpiana assai costosa. Le potenze fossili – dalla Russia al Golfo, dal Venezuela al Canada, agli stessi Stati Uniti – possono allungare l’agonia con nuove licenze, trivellazioni estreme e retoriche sovraniste. Ma la dipendenza crescente del settore dalle rinnovabili, i bilanci sotto pressione, l’invecchiamento dei campi e l’erosione strutturale della domanda raccontano un’altra storia. Il conto alla rovescia è iniziato, e non lo arrestano né slogan né decreti.

Per l’Italia, la partita è duplice. Da un lato, accelerare su solare, eolico, reti, accumuli, pompe di calore e mobilità elettrica per ridurre la bolletta energetica e le importazioni di combustibili fossili. Dall’altro, cogliere la filiera industriale di sole, acqua e vento. Si può scegliere: consumare meno e meglio, produrre di più in casa e stabilizzare i costi, trasformando la sicurezza energetica in un volano competitivo, oppure essere subalterni a Trump come Giorgia Meloni.

I fatti dicono che il petrolio luccicherà ancora per qualche decennio, ma non governerà più il secolo. La vera notizia non è la rincorsa all’ultimo barile: è che il barile, per stare in piedi, ha già bisogno del sole e del vento. Il resto è propaganda.