
La nuova stagione del petrolio, rilanciata dal “drill, baby, drill!” del discorso d’insediamento di Donald Trump del 20 gennaio 2025, getta ombre dense su un inizio d’anno segnato da tensioni geopolitiche e ritorni al passato. Dalla corsa al greggio pesante venezuelano alla tentazione Groenlandia, la narrativa della trivellazione senza limiti si accompagna a un’offensiva diplomatica: gli Stati Uniti non solo escono per la seconda volta dal processo negoziale sul clima, ma secondo i memorandum presidenziali espellono personale dalla Convenzione quadro ONU sui cambiamenti climatici, dall’IPCC e da decine di organismi internazionali, bollati come inutili o contrari agli interessi nazionali. È l’ennesimo colpo assestato a un sistema multilaterale già indebolito, mentre il petrolio continua a contribuire per oltre un terzo al riscaldamento globale.
Eppure, dietro la retorica del greggio eterno si intravede una realtà ben diversa. I grandi campi petroliferi del mondo – dagli USA al Golfo, dall’Orinoco al Far East – dipendono sempre più da energia solare ed eolica per alimentare pompe, perforazioni e impianti. Specchi solari a concentrazione sostituiscono il gas bruciato per generare il vapore necessario a far risalire gli oli pesanti; i parchi eolici stabilizzano i costi energetici dei campi pozzo. Paradosso dei paradossi: il combustibile che ha alimentato l’industrializzazione è oggi sostenuto dalle tecnologie “nemiche”, quelle rinnovabili che ne segnalano l’obsolescenza economica.
La verità scomoda è che il petrolio è una risorsa finita. Il modello del geofisico Marion King Hubbert, che già nel 1956 tracciò la curva a campana della produzione, è stato posticipato da fracking, offshore profondo e nuove scoperte; ma non smentito. Oggi, con scorte stimate in 2.000 miliardi di barili e un’estrazione attorno ai 100 milioni di barili al giorno, l’orizzonte dell’esaurimento si colloca tra il 2065 e il 2070. Molti giacimenti sono oltre la fase di espansione: l’inizio dell’esaurimento impone investimenti crescenti per volumi calanti, fino al declino finale economicamente insostenibile. Il “picco” globale potrebbe essere alle spalle: i nuovi campi non rimpiazzano più i flussi dei pozzi maturi.
Questo quadro dà sostanza all’intuizione dello storico ministro saudita Ahmed Zaki Yamani: “L’età del petrolio non finirà perché finirà il petrolio, ma per la tecnologia”. La tecnologia – accumuli, fotovoltaico, eolico, pompe di calore, elettrificazione dei consumi – è già qui. Nel 2025, per la prima volta, le rinnovabili hanno superato il carbone nella generazione elettrica globale: secondo Ember, l’eolico e il solare hanno coperto l’intero aumento della domanda nella prima metà dell’anno. La Cina, con una capacità eolica e solare paragonabile a 100 centrali nucleari e leadership su pannelli, turbine e batterie, sposta il baricentro industriale globale.
Siamo nel pieno di una grande transizione energetica: È un processo lungo, complesso, pieno di resistenze, ma i segnali sono inequivocabili. Le rinnovabili sono oggi la via più competitiva per produrre elettricità, per costi, resilienza e stabilità a lungo termine. La rapidità d’installazione, i costi in caduta, l’integrazione con sistemi di accumulo e reti intelligenti ne fanno un attrattore per capitali e innovazione.
L’idea di riportare l’orologio ai tempi del “petrolio per sempre” è un’illusione trumpiana assai costosa. Le potenze fossili – dalla Russia al Golfo, dal Venezuela al Canada, agli stessi Stati Uniti – possono allungare l’agonia con nuove licenze, trivellazioni estreme e retoriche sovraniste. Ma la dipendenza crescente del settore dalle rinnovabili, i bilanci sotto pressione, l’invecchiamento dei campi e l’erosione strutturale della domanda raccontano un’altra storia. Il conto alla rovescia è iniziato, e non lo arrestano né slogan né decreti.
Per l’Italia, la partita è duplice. Da un lato, accelerare su solare, eolico, reti, accumuli, pompe di calore e mobilità elettrica per ridurre la bolletta energetica e le importazioni di combustibili fossili. Dall’altro, cogliere la filiera industriale di sole, acqua e vento. Si può scegliere: consumare meno e meglio, produrre di più in casa e stabilizzare i costi, trasformando la sicurezza energetica in un volano competitivo, oppure essere subalterni a Trump come Giorgia Meloni.
I fatti dicono che il petrolio luccicherà ancora per qualche decennio, ma non governerà più il secolo. La vera notizia non è la rincorsa all’ultimo barile: è che il barile, per stare in piedi, ha già bisogno del sole e del vento. Il resto è propaganda.