Non avrei mai potuto fare quella vita. Alzarmi nel cuore della notte. Iniziare a lavorare prima dell’alba. Chiusa in un cubicolo gelido d’inverno e torrido d’estate. Non avrei mai potuto fare la giornalaia, quindi adesso non ho il diritto di lamentarmi se le edicole spariscono.
Perché – ce ne siamo accorti tutti – le edicole stanno sparendo una dopo l’altra. Le loro serrande, chiuse, vengono immediatamente utilizzate come sfondo per gli sgorbi di improbabili graffitari e, quando diventano imbarazzanti, le strutture vengono rimosse, raramente riutilizzate per altro scopo. In Piazza Monte Grappa, ad esempio, diventò per un po’ rivendita di biglietti degli autobus; ma ormai anche i biglietti stanno sparendo, come tutto ciò che è carta, per lasciare spazio a qualcosa di ancor più effimero. Dunque quell’edicola se ne sta lì, chiusa, monumento involontario alla malinconia dell’abbandono.
È più triste la città senza le edicole, e non solo perché sono un punto di colore che rallegra anche le giornate di pioggia, ma perché possono diventare luogo di aggregazione, di incontro, se sono abbastanza ampie da poter accogliere, oltre al rivenditore, gli acquirenti. Come facevano i negozi di prossimità, pure quelli sempre più rari. Anche per colpa mia, devo ammetterlo, che trovo più comoda e spesso più economica la grande distribuzione. E tuttavia penso con nostalgia alla salumeria del signor Pio, dove, negli anni Cinquanta, andavo con la mamma a comprare gli affettati: lui ci dava il pacchettino e noi gli porgevamo il libretto del conto, su cui segnava la spesa che sarebbe stata saldata a fine settimana o a fine mese. In quei negozi c’era un’atmosfera di fiducia, quasi di amicizia, che, tra chiacchiere e sorrisi, dava un senso alla routine della spesa giornaliera.
L’edicola che era vicina alla casa dove abitavo fino a vent’anni fa era un vero e proprio negozietto, a cui, a un certo momento, fu anche annesso un bar; i gestori si facevano in quattro per accontentare tutte le richieste: libri, dischi, gomitoli di lana, ciabattine per il mare, borse da spiaggia, ci si poteva trovare di tutto. Senza parlare dei giochi e delle figurine, che rendevano l’edicola un paradiso per i bambini e un incubo per i genitori – ma non per i nonni, sempre pronti a viziarli. Era un piacere per me trovare facce amiche quando mi fermavo a comprare il giornale prima di andare a lavorare, e scambiare qualche parola in più, nei giorni di riposo, con persone che altrimenti non avrei mai conosciuto. Lì per la prima volta ho riflettuto, anche un po’ commossa, su quanto sia importante il lavoro di chi ci garantisce i servizi essenziali nei giorni di festa, grazie a un ferroviere che ci raccontò come, non avendo famiglia, scegliesse sempre di fare i turni a Natale e a Capodanno.
Benché siano sempre meno le persone che leggono i giornali cartacei, le edicole sono un luogo amico e non dovrebbe essere scontato vederle sparire: bisognerebbe ampliarle, destinarle anche ad altri scopi, magari con qualche sovvenzione statale a sostegno delle iniziative più interessanti. Chissà, forse i bambini, con la loro passione per giocattolini e figurine, riusciranno a farle sopravvivere.