Urbi et Orbi

LENIN A ROMA

PAOLO CREMONESI - 30/01/2026

Roma, la Valle dell’Inferno con le sue ciminiere, 1938 (di A. Tibere)

Superata la stazione ferroviaria metropolitana, aggirato il recente centro commerciale, imboccata una via di sanpietrini che costeggia anonimi palazzoni alternati a desolate colline, compare la Valle dell’Inferno, spianata stretta tra la Boccea, le prime pendici di Monte Mario ed il quartiere Aurelio. Valle dell’Inferno così chiamata dopo l’arrivo dei lanzichenecchi nel 1527 con l’obiettivo, fallito, di saccheggiare il Vaticano distante per altro pochi chilometri e rafforzata nella sua nomea dalla presenza a partire da metà Ottocento delle lingue di fuoco di decine e decine di fornaci.

Qui in un curioso agglomerato di storia e romanità, popolino e periferia, è ambientato un bel podcast del giornalista di RadioRai Alessandro Forlani dal curioso titolo “Lenin a Roma – Valle Aurelia 1908”.

Forlani imbastisce le quattro puntate della sua storia intorno alla notizia, tra mito e realtà dell’incontro tra il feroce rivoluzionario ed un manipolo di locali dannati del popolo. Lenin in Italia c’era stato due volte. In particolare nel 1908 su invito dello scrittore russo Gor’kij e di altri esuli soggiornò nell’isola di Capri. Durante il viaggio di ritorno da Napoli nella sosta di alcune ore alla stazione Termini in attesa del convoglio che lo avrebbe riportato a Ginevra sarebbe avvenuto l’incontro con le maestranze romane di cui però non v’è riscontro se non per alcuni racconti orali di testimoni pubblicati dal trimestrale “Critica sociologica”.

Perché Lenin avrebbe dovuto incontrare Valle Aurelia? Come accennato, la particolarità del quartiere era la presenza delle fornaci accese giorno e notte dove centinaia di uomini (ma ahimè spesso anche bambini) impastavano e cuocevano l’argilla e la creta del Tevere. Se le industrie manufatturiere di Torino e Milano sfornavano acciaio e gomma, quella di Roma si concentrava sul mattone, materia prima per l’impressionante sviluppo edilizio della capitale.

Sviluppo feroce, pagato a caro prezzo dagli uomini giunti anche da regioni vicine come Abruzzo, Marche e Molise: dieci, dodici ore davanti ai forni a petto nudo e pantaloni corti, respirando polvere di silicio ed altri fumi tossici. Trentotto lire ogni mille mattoni. Gli alloggi degli operai e delle loro famiglie sono baracche con il pavimento in terra battuta sorte come funghi nella Valle. La dieta è composta da pane e cicoria innaffiati da litri di vino che serve come anestetico. L’età media di un adulto nei primi del Novecento è di 50 anni. I bambini non vanno a scuola ma vengono impiegati per scalare le canne fumarie e pulirle.

Un contesto che favorisce il diffondersi delle idee socialiste, anarchiche ed anche delle prime timide presenze cattoliche legate alla “Rerum Novarum” ed ai Santi sociali come don Luigi Guanella. Valle Aurelia è definita sbrigativamente “La piccola Russia”. Vengono costruiti casette di mattoni utilizzando gli scarti delle lavorazioni. Nascono le prime cooperative, l’antifascismo diventa il marchio di fabbrica del quartiere.

Sono questi gli elementi che costituiscono la crescita di una forte identità locale all’interno della quale si sviluppa anche il mito di un incontro: Lenin sarebbe stato accolto a Roma da un gruppo di “fornaciari”, accompagnato a vedere i posti di lavoro, riportato dopo poche ore in stazione.

All’ingresso della Valle, davanti al centro commerciale campeggia una fornace, tutelata come monumento di archeologia industriale. E lì a ricordare un passato neanche tanto lontano, teatro di uno dei tanti paradossi della storia: il nucleo originario di baracche costruito dagli operai nella Valle viene demolito dalle ruspe della giunta Petroselli, la prima comunista della capitale.

La superiorità tecnica del cemento rispetto al mattone in argilla e l’avvento dei forni “Hoffmann” a ciclo continuo fanno il resto, cancellando una esperienza di cui ora restano solo alcune targhe “Via dei mattoni”, Via delle ceramiche”, “Via dei laterizi” e le costruzioni abusive scampate alla furia dei bulldozer. Ben venga dunque questo Podcast che restituisce identità ad una pagina poco conosciuta della storia romana. Ma soprattutto che tenta di rispondere ad una domanda: Lenin è stato a Roma?