
Per vent’anni Mara Carluccio è stata una delle collaboratrici più fidate di Roberto Maroni, seguendolo dal Ministero del Lavoro alla Camera, dal Viminale fino alla Regione Lombardia. Entrata nel 2001 come consigliera per le pari opportunità, ha poi assunto un ruolo chiave nelle politiche di genere, e nelle relazioni internazionali coordinando anche eventi istituzionali di rilievo come il Semestre di Presidenza UE e l’Assemblea Generale di Interpol. Nominata in diversi comitati e coinvolta in dossier delicati, è diventata una figura di assoluta fiducia, testimone privilegiata dell’eredità politica e umana di Maroni.
Quale segno ha lasciato Roberto Maroni nella politica italiana e per quale ragione, oggi, manca così tanto?
La sua lunga esperienza istituzionale è stata guidata da una convinzione profonda: solo attraverso il dialogo con tutte le forze politiche e con la società civile è possibile costruire soluzioni durature nell’interesse del Paese. Maroni è stato uno stratega lungimirante, capace di leggere le complessità e di immaginare percorsi innovativi anche nei contesti più divisivi. Per lui il confronto era uno strumento di forza e responsabilità. Non posso non ricordare il rapporto di straordinaria intensità che lo legava al Capo della Polizia Antonio Manganelli. Era una relazione fondata su una stima profonda e pienamente reciproca, e su un confronto continuo, improntato a serietà, riservatezza e senso delle istituzioni.
Quali qualità umane sono riuscite a creare un consenso politico trasversale per Roberto Maroni?
Accanto a questa statura pubblica, c’era una persona speciale: generosa, seria, instancabile, che aveva la capacità di fare più cose contemporaneamente senza perdere un dettaglio, senza dimenticarsi nulla. Lavorare con lui non è stato soltanto un onore e un privilegio, è stata una scuola di vita. Era rigoroso, ma anche divertente. Autoironico, come sanno essere le persone davvero intelligenti, qualità rara nello scenario politico attuale, e aveva quella qualità che fa la differenza: la prossimità. Sapeva creare un clima umano, coeso, in cui ci si sentiva parte di una squadra. Aveva inoltre un’intuizione politica sorprendente: descriveva scenari che poi puntualmente si avveravano.
Il legame di Maroni con le radici lombarde e con Varese è sempre stato forte, come parlava di sé in relazione al luogo d’origine?Inizio moduloFine modulo
Aveva un rapporto molto stretto con i luoghi delle sue origini. Raccontava spesso di quando a Lozza, nel pomeriggio, andava nel negozio di sua madre ad aiutarla. E da quel legame nasceva anche un sogno: diventare Presidente della sua Regione, un traguardo che poi ha raggiunto con naturalezza e con una facilità quasi disarmante.
Il suo legame con il territorio era reciproco. A questo proposito non posso non raccontare un aneddoto accaduto in Libia, dove ci recavamo spesso per definire accordi volti a frenare l’immigrazione clandestina. Al termine di un incontro con il suo omologo libico, rimase bloccato nell’ascensore del Ministero dell’Interno libico: servirono 45 minuti per riuscire a liberarlo, e fu possibile solo grazie all’intervento ingegnoso della sua scorta. Subito dopo ci portarono nel deserto, per un pranzo sotto una tenda, con la prospettiva di un incontro riservato con Gheddafi. Dopo due ore di macchina arrivammo sul posto: ci fecero accomodare intorno a un tavolo, seduti per terra su tappeti splendidi. Accanto a noi, i cammelli, impassibili, espletavano i loro bisogni. A un certo punto, come in una scena completamente fuori copione, arrivò un bus da cui scesero una sessantina di turisti provenienti da Varese e provincia. In mezzo al deserto libico, a quell’ora e in quel giorno infrasettimanale, sembrava quasi un’allucinazione, invece era tutto vero. Quando si sono accorti che lì, davanti a loro, c’era Maroni si sono verificate le scene più esilaranti. Una signora, quasi in ginocchio, esclamò in dialetto: «Oh mamma… il mio ministro!», come se avesse avuto un’apparizione nel deserto, un corto circuito emotivo nel mezzo del deserto. In pochi minuti lo hanno letteralmente “sequestrato” tra foto di gruppo, foto singole, e altre richieste a raffica. Questo episodio dà la misura del suo rapporto con il territorio.
Il 29 gennaio è stata presentata a Montecitorio la raccolta dei suoi Discorsi politici e parlamentari, come è nata l’idea e quali sono a suo giudizio gli interventi più significativi della sua carriera politica?
A tre anni dalla scomparsa, resta viva la testimonianza della sua attività grazie al Presidente della Camera Lorenzo Fontana, che ha voluto rendergli omaggio con un volume di seicento pagine contenente i suoi principali interventi politici e parlamentari. La sua ascesa politica iniziò nel 1994, quando a soli trentanove anni fu nominato Ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio nel governo sostenuto dal partito di Bossi. Seguì un periodo di tensioni interne che si sarebbe poi ricomposto, permettendogli di proseguire il suo percorso istituzionale. Nel 2001 assunse la guida del Ministero del Lavoro, in un momento segnato dall’uccisione del giuslavorista Marco Biagi, con il quale aveva redatto il Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Da quel lavoro nacquero riforme decisive, soprattutto in materia di occupazione giovanile e femminile. A lui si deve anche la legge nota come “Scalone Maroni”, che interveniva sull’età pensionabile. Nel 2008 tornò al Viminale, ruolo nel quale, secondo larga parte dell’opinione pubblica, avrebbe espresso il meglio di sé, venendo ricordato come uno dei ministri dell’Interno più efficaci degli ultimi decenni. Con una squadra di alto livello intuì che per contrastare l’immigrazione clandestina e restituire respiro al Paese fosse necessario avviare accordi bilaterali con i Paesi di origine e transito africani.
Iniziò così un intenso programma di missioni: Libia, Niger, Gibuti, Gambia, Tunisia, Marocco e altri Paesi, con l’obiettivo di firmare intese di cooperazione e sostegno direttamente sul territorio. Di quel periodo resta anche un aneddoto significativo. Durante una missione in Tunisia si doveva negoziare il rimpatrio di ottocento cittadini tunisini in scadenza di permesso nei centri di accoglienza italiani. Prima dell’incontro ufficiale previsto dopo il pranzo offerto dal ministro tunisino ci raccomandò di mangiare tutto ciò che sarebbe stato servito, per rispetto verso gli ospiti. Ci trovammo così davanti a piatti abbondanti di cous cous, peperoni crudi, carne e pesce speziati: sapori ai quali non eravamo abituati. Da lontano lui ci osservava divertito, vedendo i nostri volti provati ma disciplinati. Dopo ore di trattative serrate, riuscì comunque a ottenere l’accordo di rimpatrio. Sul volo di ritorno, però, siamo stati tutti male, lui compreso, e abbiamo cercato di rimediare con camomille, tè e coca cola tra risate e battute. Lo stesso rigore operativo e la medesima visione strategica caratterizzarono il suo impegno contro la criminalità organizzata: con il “pacchetto sicurezza” vennero rafforzate le misure antimafia e furono definiti criteri più chiari per la destinazione sociale dei beni confiscati. Parallelamente, l’azione di prevenzione e repressione portò a risultati significativi, tra cui l’arresto di numerosi latitanti di primo piano.