Remigrazione è una parola poco usata in passato che viene ripescata oggi con un significato diverso portatore di implicazioni decisamente negative.
L’antico significato si riferisce al ritorno volontario di uomini al luogo d’origine, a seguito a una precedente migrazione: qualcuno che è riuscito a tornare indietro volontariamente dopo anni di lontananza vissuti in un paese straniero, per fortuna munito dei risparmi del lavoro prestato all’estero, grazie ai quali gli sarà consentita una vita migliore della precedente.
Remigrazione, come parola dell’oggi, è un termine che viene riutilizzato per indicare in forma eufemistica un’espulsione forzata, una deportazione di massa di persone con una storia personale di migrazione, ci spiega la Treccani.
Sempre la Treccani ci informa dell’attualità di questa parola nel mondo politico dell’Italia, dell’Europa e dell’America. Il meccanismo linguistico è chiaro: presa una parola esistente la si è manomessa assegnandole un significato diverso, in questo caso spregiativo e discriminatorio.
Remigrazione irrompe nel 2017 a Borgosesia dove è in corso una conferenza organizzata dal gruppo islamico della cittadina. Il titolo è “L’Italia sono anch’io”. All’inizio dei lavori un gruppo di manifestanti interrompe i relatori esponendo uno striscione con la scritta “Remigrazione con l’islamizzazione”.
Nel corso degli anni successivi la parola ha trovato un proprio spazio nei media con il significato ormai consolidato di “ritorno forzato” al luogo delle proprie origini.
Un contributo deciso al mondo anti migratorio arriva dall’attivista austriaco di estrema destra Martin Sellner con la pubblicazione di un pamphlet intitolato “Remigrazione, una proposta” dove la soluzione al problema migratorio è una sola, remigrazione come deportazione.
Nel nostro Paese i politici di estrema destra si sono mossi al seguito di Marine Le Pen e del “Bloch Identitaire” tedesco, appropriandosi della parola remigrazione, nel frattempo classificata dalla Treccani come neologismo.
Il deputato leghista Rossano Sasso, già sottosegretario all’Istruzione, giunshttp://webmail.libero.it/cp/default.jsp?ssonc=924801772e in Parlamento con uno striscione che recava lo slogan” Remigrazione, unica soluzione”.
Al momento lo sponsor più efficace dell’uso della parola in questione è il presidente USA Donald Trump.
La sua concezione di remigrazione è chiara, non è solo una minaccia bensì un progetto a lungo termine: rimandare a casa con qualunque mezzo tutti gli stranieri illegali insieme a quelli stanziali che si dimostrano refrattari all’integrazione.
Serve una dimostrazione delle azioni che servono per realizzare la remigrazione?
Trump ce la spiega con le immagini di migranti in catene, caricati su aerei militari e riportati dal Texas in Guatemala.
Impossibile minimizzare la violenza che promana dal neologismo: remigrazione è un tutt’uno con il terribile termine deportazione, che la contemporaneità ci sta costringendo a vedere da vicino.
In questa breve disamina va incluso il riconoscimento del ruolo attivo di Orban nella costruzione del campo semantico della parola remigrazione con lo slogan “Save our nation: remigration!”
Una buona, piccola notizia viene dalla Germania che nel 2023 ha scelto proprio il termine “remigration” come la parola più indesiderata dell’anno!