Attualità

L’AGGRESSORE SIGNORILE

SERGIO REDAELLI - 30/05/2025

L’incontro del Papa con Zelensky

Inelegante. Con questo incredibile aggettivo il ministro degli esteri e capo della diplomazia russa Sergey Lavrov ha bocciato l’ipotesi di tenere i negoziati di pace fra l’Ucraina e la Russia nella Santa Sede. Sarebbe inelegante, ha motivato l’ineffabile diplomatico, “che Paesi ortodossi discutano questioni relative all’eliminazione delle cause profonde di un conflitto su una piattaforma cattolica”. Ovviamente niente da dire in fatto di signorilità, secondo il portavoce del Cremlino, sull’aggressione russa a un Paese che chiede solo di scegliersi il proprio governo. L’ipotesi vaticana come sede dei colloqui sembra dunque tramontata, così come l’opzione svizzera. Mosca ha ribadito che la Confederazione elvetica, dopo aver adottato sanzioni contro la Russia, non può più essere considerata un attore neutrale.

Resta sul tavolo l’alternativa Istanbul, che piace a Vladimir Putin perché il leader russo ha un filo diretto con il dittatore turco. Peccato. L’idea di affidare al Vaticano la ricerca della pace, sponsorizzata da Trump e vista con favore da Leone XIV, avrebbe meritato più attenzione. La storia dello Stato pontificio lo insegna. Un tempo affidata ai nunzi, la diplomazia della Santa Sede è oggi svolta direttamente dai papi, che a loro volta si sono fatti le ossa da giovani nelle nunziature del mondo. Come nel caso di papa Prevost in Cile. Finezza, tatto, abilità, larghezza di vedute, comprensione dei bisogni e senso di adattamento – e una discreta quantità di pazienza e di fermezza – sono le doti indispensabili per ottenere apprezzabili risultati in diplomazia.

Ci vuole forse una mente superiore, ma i vecchi manuali vaticani riportano un concetto aureo: “Occorre ingegno, ma il piombo più che le ali”, come a dire che l’ambizione e la fantasia possono fare danni ed è meglio procedere con i classici piedi di piombo, con prudenza e cautela. Un celebre diplomatico pontificio fu Ercole Consalvi, nato a Roma l’8 giugno 1757, ricordato per il concordato che concluse nel 1801 a Parigi con Napoleone e per le restituzioni territoriali allo Stato pontificio che ottenne nel 1815 al Congresso di Vienna. Ma anche per la battuta pronta: al Bonaparte che minacciava di distruggere il papato rispose: “Maestà, non siamo riusciti noi preti con le nostre debolezze, con le nostre infedeltà, a distruggere la Chiesa! E vorreste riuscirci voi?”.

Dopo di lui conquistarono un posto nella storia abili segretari di Stato come Rampolla del Tindaro al tempo di Leone XIII, Pietro Gasparri che firmò i Patti Lateranensi con Benito Mussolini ed Eugenio Pacelli, per dieci anni nunzio nell’amata Germania prima di salire al soglio di Pietro con il nome di Pio XII. Sono lontani i tempi in cui la diplomazia pontificia doveva interessarsi un po’ di tutto, perfino di scegliere una buona moglie per Filippo IV re di Spagna che, rimasto vedovo nel 1644 ed essendo malaticcio, si opponeva all’idea di risposarsi. Ai nostri giorni ricordiamo il cardinale di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Zuppi in missione a Kiev, Mosca, Washington e Pechino per conto di papa Francesco nel tentativo di fermare la guerra.

L’esperienza insegna. I modi bruschi e il drastico approccio “commerciale” con cui il presidente Usa Donald Trump conduce la questione dei dazi e le trattative politiche da cinico uomo d’affari (pensate a come attaccò il presidente ucraino Zelensky alla Casa Bianca), ricordano Napoleone che investiva l’interlocutore all’inizio del colloquio per dominarlo e, ottenuto ciò che desiderava, si mostrava più conciliante. È ciò che accadde nell’incontro del 12 novembre 1806 tra il generale e monsignor Tommaso d’Arezzo per trattare le questioni relative al potere temporale e ai rapporti con il papa Pio VII, Barnaba Chiaramonti. Nella relazione al pontefice, il nunzio riconobbe le difficoltà di dialogare con l’intrattabile imperatore. Napoleone lo assalì.

“Quando io dico che siete mio nemico intendo che avete desiderato che io fossi annichilito, che le mie armate fossero battute, che i miei nemici trionfassero. Né siete il solo a desiderare il mio male. Il nunzio di Vienna e tutti i vostri ministri fanno altrettanto. Né in Roma si pensa meglio che fuori. Il papa è un sant’uomo al quale fan credere quello che vogliono. Gli rappresentano le mie domande sotto un altro aspetto e allora dice che si lascerà ammazzare piuttosto che cedere. Ma chi lo vuole ammazzare?”. Il paziente diplomatico pontificio lo lasciò sfogare e poté alla fine spiegare le proprie ragioni: “Il tono che sua Maestà prese meco dopo l’esordio, diremo così, un poco brusco, si fece famigliare dandomi la libertà di parlare e di spiegare con franchezza i miei sentimenti”.