Società

INCHINARSI A UN TRENO

GIOIA GENTILE - 16/10/2026

Non sono mai stata in Giappone e non ho mai avuto particolare desiderio di andarci; per diversi motivi, non ultimi le lunghe ore d’aereo e i costi elevati. Però la sua cultura e il modo di vivere e di pensare del suo popolo mi incuriosiscono e a volte mi affascinano. Ricordate i tifosi giapponesi che pulivano gli spalti da cui avevano assistito alla partita contro l’Olanda, durante i mondiali di calcio di quest’anno? In quell’occasione avevo scoperto che per loro è un gesto naturale, perché fin dalla scuola materna imparano a pulire la propria aula prima di tornare a casa.

Mi avevano colpito molto film come Departures e Perfect Days, che mettono in evidenza l’esigenza di rispettare e difendere la dignità umana in ogni aspetto della vita. E della morte.

Perciò mi ha incuriosito in modo particolare una foto in cui mi sono imbattuta per caso scrollando lo smartphone. Schierate sulla banchina di una stazione ferroviaria, diverse persone, tutte vestite con pantaloni scuri e casacche rosa, si inchinano ad un treno in arrivo. Inchinarsi a un treno? Mi sono messa a leggere il post e ho scoperto una realtà davvero interessante, direi quasi commovente.

Quelle persone sono dipendenti di una società che si chiama TESSEI e che lavora per le ferrovie dell’Est del Giappone. Qualche minuto prima dell’arrivo del treno ad alta velocità Shinkansen, si dispongono in riga sulla banchina, pronte a salire per pulire i vagoni. Si inchinano ad ogni passeggero che scende e lo ringraziano. Poi salgono. Da quel momento hanno sette minuti per svolgere il loro lavoro. Ognuno deve occuparsi di una carrozza di circa cento posti: deve raccogliere i rifiuti e gli oggetti dimenticati, controllare le tasche degli schienali e sotto i sedili, pulire i tavolini, cambiare le coperture dei poggiatesta e ruotare i sedili nella nuova direzione di marcia del treno. Sette minuti. Perché il treno sosta nella stazione di Tokio solo dodici minuti. Terminato il lavoro, tornano sulla banchina e si inchinano ai nuovi passeggeri che salgono. I passeggeri, quelli che scendono e quelli che salgono, li salutano e li ringraziano.

Lo chiamano “il miracolo dei sette minuti”. Ne parlano le televisioni, se n’è occupata anche la Harvard Business School, i turisti si fermano a fotografare la scena.

Ma non è sempre stato così. Fino al 2005 il loro era considerato il più umile dei lavori, lo svolgevano persone ultra cinquantenni, che non avrebbero potuto trovarne un altro. I passeggeri sfilavano loro accanto senza guardarli, quasi senza accorgersi della loro presenza. Nel 2005 arrivò a dirigere l’azienda Teruo Yabe. Non sapeva niente di pulizie sui treni, ma capì che, se il lavoro non era svolto nel migliore dei modi, il problema non era come quelle persone pulivano, era che nessuno le vedeva. E se nessuno ti vede, è facile pensare di non essere degno di essere visto.

Egli, allora, cambiò il loro sguardo. Disse ai suoi dipendenti che il loro lavoro non era pulire, ma accogliere i passeggeri. Cambiò le divise, rendendole più vivaci, ascoltò le loro proposte, valorizzò i gesti di gentilezza, facendo in modo che venissero raccontati ed apprezzati. Trasformò il mestiere dei reietti in un’attività degna del massimo rispetto. E dunque, quando quelle persone in divisa rosa e nera si inchinano all’arrivo dello Shinkansen, in realtà non si inchinano ad un treno, ma a sé stesse, alla dignità del proprio lavoro.

Quante volte – ho pensato – vedendo persone che pulivano i bagni di un autogrill, la camera di un ospedale, il corridoio di una scuola o di un hotel, sono passata oltre, sussurrando, tutt’al più, un buongiorno distratto, senza mostrare la mia gratitudine per aver trovato tutto pulito e in ordine. La delicatezza con cui questo racconto mi ha fatto riflettere è ciò che mi attrae della cultura giapponese.

La pagina da cui ho tratto questa storia è presente su Facebook e su Instagram sotto il nome di Elena Giappone e offre altri scorci interessanti della vita di quel Paese.