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	<description>Radio Missione Francescana Online</description>
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		<title>DELPIERISMO ED ERESIA</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:58:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[20 del 19/05/2012]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cos’è sbroccato dalla festa juventina]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.rmfonline.it/wp-content/uploads/2012/05/del-piero.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5392" title="Juventus' forward Alessandro Del Piero w" src="http://www.rmfonline.it/wp-content/uploads/2012/05/del-piero-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Il delpierismo sbroccato dalla festa juventina dello scudetto non è solo un’esagerazione bianconera. Il delpierismo è il gattusismo o l’inzaghismo celebrato dai milanisti a San Siro. È il guidolinismo applaudito dai tifosi dell’Udinese dopo la qualificazione alla Champions. È l’emozione, il brivido, il lusso del sentimento. Ecco come possiamo definire il delpierismo: la sentimentalità, chiamandola in questo modo per separarne il significato dal sentimentalismo. Il sentimentalismo è d’un segno negativo, una specie di sentimentalità affogata nella melassa, e dunque qualcosa d’inadatto ad esprimere l’asciuttezza (la purezza) di cristallo del sentimento. La sentimentalità è l’affermazione del tanto di genuino che sta dentro ciascuno di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Domenica scorsa è successo questo. Che la sentimentalità ha trovato occasionali, specialissimi, agevolati canali d’espressione. E vi si è trasfusa di getto, con impeto naturale ed effetto di trascinamento effusivo. Non una grande novità, guardando a quel che succede di solito nel calcio (e in altri sport, non solo di massa, diversi dal calcio). Ma non una piccola novità, osservando il momento storico, la circostanza epocale, il passaggio economico-sociale in cui ha dato testimonianza di sé: milionate di testimonianza di sé. La sentimentalità s’è come presa una rivincita sull’algidità, sui numeri di tracolli vari e dolorosi, sulle cifre d’una crisi depressiva e inarrestabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Covava da tempo, la riscossa della sentimentalità. La coprivano le ceneri del gran bruciare di risparmi, posti di lavoro, sicurezze varie e assortite. La brace però fiammeggiava. Seguitava ad alimentarsi del suo fuoco. È bastato qualche colpo di vento dello sport, del calcio, per rimetterne i bagliori al centro del camino popolare (del cammino esistenziale). A volte lo sport e il calcio sono capaci di tali miracoli (absit iniuria). Che poi si riassumono e sostanziano in un miracolo solo: la prevalenza del cuore sulla ragione. Non sempre è un bene che il cuore prevalga sulla ragione, ma ogni tanto non è un male che l’evento (il prodigio, verrebbe da dire) si verifichi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il delpierismo, e altro (un’infinità d’altro) che può andare sotto il suo ecumenico nome, rappresenta la vittoria dell’implicito sull’esplicito. Di quello che racchiudiamo gelosamente su quello che con prudenza esterniamo. Dell’interiorità spirituale (il tifo per una squadra di calcio, per un campione, per qualcuno o qualcosa a noi caro, che cos’è, se non un atto spirituale?) sui volgarismi della consuetudine materiale. E non è la rappresentazione improvvisa d’un tot di sbalorditivo e inimmaginabile; è la naturale conseguenza d’un vincolo saldo, datato in anni lontani, costruito con pazienza invece che in fretta, tuffato nelle profondità dell’anima anziché galleggiante sulla superficie dell’effimero. Il delpierismo è il silenzio del cuore che trova una ragione per uscire dal suo riserbo, e la ragione è l’irragionevole fede nella sentimentalità. Non vedevamo l’ora d’assegnare alla sentimentalità lo scudetto del nostro personale campionato di provinciali della vita, sempre in lotta per non retrocedere nell’abisso del realismo. Sempre militanti nella squadra d’una fede religiosamente laica. Sempre in sospetto che il delpierismo sia un’eresia, e non invece che sia un’eresia non praticarlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>MEMORIA PIÙ CHE RICORDO</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[FRANCO GIANNANTONI]]></category>
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		<description><![CDATA[Il filo tra passato, presente e futuro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_5400" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.rmfonline.it/wp-content/uploads/2012/05/srebrenica.jpg"><img class="size-medium wp-image-5400" title="Srebenica" src="http://www.rmfonline.it/wp-content/uploads/2012/05/srebrenica-300x189.jpg" alt="" width="300" height="189" /></a><p class="wp-caption-text">Il Tribunale per i crimini di guerra riesuma i resti delle vittime di Srebenica (AP Photo/Staton R. Winter)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Torno sul tema della memoria, assistendo alla antistorica danza fra cippi e lapidi del centro-destra nostrano, in attesa dei prossimi che la voce pubblica dà per scontati. Mi aiuta una frase che pochi giorni fa ha pronunciato Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz dopo la retata nazifascista al Ghetto di Roma nell’ottobre del ’43: “La memoria non è il ricordo. La memoria è quel filo che lega il passato al presente e condiziona il futuro”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono parole corpose e che riprendono alcune questioni che ci riguardano. Alcune domande sono fondamentali: abbiamo aperto una riflessione storica e critica sul passato oltre la commemorazione? Abbiamo un calendario civile che esprima questa idea di memoria? Quella memoria ha qualche attinenza con il quotidiano?</p>
<p style="text-align: justify;">“Storia della Shoah in Italia” (Utet 2010) è un’opera monumentale che ha come obiettivo quello di ripensare quell’evento (ma vale anche per altri, la Resistenza in primis) in relazione ai cambiamenti della società italiana dal Risorgimento a oggi, soffermando l’accento sui perseguitati, i persecutori, la diffusa indifferenza del tempo, la delazione, i grandi furti compiuti dallo Stato fascista e repubblichino, i lucrosi affari del mondo imprenditoriale, compreso quello varesino, sollecitati da compromessi al di là delle ideologie, la riproposizione compiuta nei libri e nei film di quell’orrore.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché quello studio profondo (Utet 2010), nell’animo del Paese, passato e odierno, si è misurato sostanzialmente col silenzio? Che cosa significa fare politiche e pedagogie della memoria oltre la commemorazione rituale? Questa è la questione che, quella discussione mancata, ci lascia in eredità.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è qualcuno anche nella nostra città che abbia memoria, non astratto ricordo, citando la Shoah, degli amministratori privati di beni ebraici che, dopo l’8 settembre del ’43, s’affrettarono a denunciare agli sbirri nazifascisti i patrimoni dei loro ex amministrati, costruendo su questo le loro future fortune? C’è qualcuno che si commuova alla memoria dell’osceno mercimonio compiuto per far riparare in Svizzera gli ebrei, ma anche i ragazzi che volevano disertare la chiamata di Salò, gente indifesa? C’è qualcuno che si interroghi sulla frenetica disponibilità di prefetti, questori, podestà (tutti, ma proprio tutti, della nostra provincia come delle altre) a consegnare agli occupanti tedeschi gli elenchi del censimento ebraico del 1938 abbandonati dal “distratto” Badoglio negli archivi prefettizi dopo l’armistizio?</p>
<p style="text-align: justify;">La memoria non è il ricordo che svanisce nell’aria a un colpo di vento.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che la questione abbia un legame stretto (cosa diversa negli altri Paesi) con il fatto che l’Italia disponga di un carente calendario di “feste pubbliche” collegate alla propria storia, date che abbiano una funzione didattica, di insegnamento e soprattutto formativa di un senso civico pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni De Luna, lo storico torinese autore anni fa di una impegnativa ricostruzione del Partito d’Azione che, tanto per fare un paio di esempi, con Ferruccio Parri e Leo Valiani contribuirono a fare una buona fetta d’Italia per poi essere esautorati con cinismo, Pci consenziente, e assieme Pli, e Dc, nel novembre del ’45 con l’avvio della lunga stagione del “centrismo” filo-atlantico, ci ha ricordato, non per vezzo, come negli ultimi dieci anni si sia abbattuta sull’Italia una marea di date.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre al 27 gennaio, giorno della memoria (ma è data europea, la liberazione di Auschwitz; meglio sarebbe stato fissarla nel 16 ottobre 1943, il “ratto” di Roma, data tutta nostra perché noi italiani c’eravamo assolvendo a un compito preciso), il 10 febbraio giorno del ricordo delle foibe, il 9 maggio giorno del ricordo dei caduti per il terrorismo, il 12 novembre giorno del ricordo dei caduti militari e civili nelle missioni all’estero, il 4 ottobre (c’era già) la solennità per i Santi Patroni d’Italia; il 2 ottobre festa dei nonni. Siamo pieni zeppi di date di feste e di giorni della memoria ma denunciamo uno scarso rapporto critico con la Storia con il rischio di incrementare la sacralizzazione del passato e di sfuggire alla rilevanza degli eventi tremendi del presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo intervento al Parlamento italiano del 27 gennaio 2010 il premio Nobel Elie Wiesel ha ricordato come porre il problema della memoria significhi soprattutto COME ricordare e non SE ricordare. Poi ha aggiunto: “A qualsiasi livello della politica e al più alto livello della spiritualità il silenzio non aiuta mai la vittima: il silenzio aiuta sempre l’aggressore”.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa ce ne facciamo allora della memoria? Come la usiamo se la usiamo? Fare le varie giornate della memoria è senz’altro lodevole. Ma la premessa offre il fianco a serie osservazioni. Se “la memoria è quel filo che lega il passato al presente e condiziona il futuro” (Terracina), l’operazione che connette e condiziona il futuro nasce, non tanto dal ricordare, ma dal disagio che la memoria procura. La memoria è una febbre che ti dovrebbe educare a non ripetere il peggio del passato, a restare vigili La memoria consente di valutare il divario tra sapere che cosa sia la verità e la giustizia e la coscienza che si è mancato in qualche punto.</p>
<p style="text-align: justify;">Riappacificarsi dunque con il passato, ma lanciare lo sguardo – è un esempio credo che si attagli – sulle tragedie dell’oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Srebrenica. Pronunciare quel nome mette i brividi addosso. Prendiamo quell’eccidio. L’Europa ha provato disagio facendo di tutto per non confrontarsi con ciò che quelle scene significavano se non dopo, a fatti compiuti, a migliaia di morti ammazzati, violentati, percossi.</p>
<p style="text-align: justify;">Srebrenica nel luglio del 1995 è stata la dimostrazione lampante che sapere che sta accadendo qualcosa, persino vederlo, non impedisce che quella cosa, non solo sia possibile, ma che avvenga. E soprattutto abbiamo scoperto che dopo, noi, non i carnefici, siamo ancora in grado di vivere senza sentire vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;">A Srebrenica abbiano scoperto che non è vero che lo sterminio avviene perché nessuno lo sa e che se avessimo saputo non sarebbe potuto avvenire. Quello sterminio lo abbiamo visto in diretta chi al mare o ai monti, sulla tv e sui giornali. Era la bella solita estate, anche un po’ noiosa. Ma idonea a farci sentire estranei ai fatti del mondo, alla seconda “Auschwitz del secolo breve”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché riflettere sulla memoria e sulla sua funzione, per comportarci, se possibile, in modo diverso senza aggrapparci, per alibi o per comodità reducistiche-cerimoniali, sul ricordo che scivola via inafferrabile, che non costa niente, senza lasciare tracce nell’anima.</p>
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		<title>SALVARE L’IDENTITÀ DI VARESE</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:56:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non serve solo costruire, bisogna esprimere l’idea di città]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_5401" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.rmfonline.it/wp-content/uploads/2012/05/varese1.jpg"><img class="size-medium wp-image-5401" title="varese" src="http://www.rmfonline.it/wp-content/uploads/2012/05/varese1-300x160.jpg" alt="" width="300" height="160" /></a><p class="wp-caption-text">La Varese del futuro?</p></div>
<p style="text-align: justify;">La polemica sui ritardi nell’approvazione del Piano di governo del territorio, che deve sostituire il Piano regolatore come strumento più flessibile della programmazione urbana, non si svolge soltanto tra maggioranza e opposizione nel Consiglio comunale, ma coinvolge le stesse componenti del governo locale.</p>
<p style="text-align: justify;">I motivi della preoccupazione sono trasparenti: se l’approvazione del Piano ritarda, a soffrire sono soprattutto gli interessi dei costruttori e delle imprese immobiliari che dalla rendita urbana traggono generosi utili.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritardo, di cui vengono ritenuti responsabili gli amministratori della Lega, può essere attribuito a delle difficoltà obiettive tra cui “in primis” la mancanza di idee e una visione prospettica del futuro della città; ma vi è anche un’altra lettura possibile, quella di frapporre tempo rispetto alla scadenza elettorale per scoraggiare le mire del “partito trasversale del cemento”, sempre attento al “business” e ben rappresentato nelle aule consiliari.</p>
<p style="text-align: justify;">I piani di sviluppo urbano non dovrebbero però essere concepiti come investimenti di capitale allo scopo di vivificare un commercio languente e una rendita in difficoltà. Le città, in quanto centri di vita associata, comunità alimentate dallo sviluppo dei valori umani e delle relazioni interpersonali, prenderanno forma e vita dopo che i cittadini avranno preso coscienza che esse non possono essere concepite come informi aggregati urbani, un insieme di abitazioni, di luoghi di lavoro e di piste di scorrimento per gli autoveicoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre che i cittadini avvertano l’isolamento in cui vivono e l’esigenza di poter fruire della città come esperienza in grado di allargare la ristretta vita privata delle persone.</p>
<p style="text-align: justify;">La cittadinanza, pure in mancanza di informazioni e di competenze su una materia obiettivamente complessa e difficile, avverte la necessità che Varese realizzi insieme ad una dotazione di reti di servizi pubblici un modello di città che vada oltre l’esigenza funzionale e costituisca una risposta al suo sentire sociale e un incentivo alla sua vita comunitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo si parla soltanto di nuove costruzioni (le stazioni, lo stadio, altri condomini) che hanno sicuramente una parziale utilità ma non costruiscono l’identità della città, mentre il poco verde disponibile è insidiato dalla pericolosa tentazione di costruire parcheggi sotterranei come quello deliberato a Villa Agusta, quello che si prospetta per villa Mylius e alla Prima Cappella, sulle cui piastre di cemento non potranno più crescere grandi alberi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è neppure attenzione per la manutenzione straordinaria delle infrastrutture e delle reti pubbliche: da quella elettrica che risale al secolo scorso; a quella fognaria che non prevede lo smaltimento separato delle acque bianche da quelle nere, condizione indispensabile per il risanamento dei nostri laghi e dei corsi d’acqua; alla salvaguardia delle fonti di approvvigionamento dell’acqua, risorsa indispensabile e scarsa. Varese ha la fortuna di essere rifornita attraverso sorgenti che si rinnovano continuamente a differenza dei pozzi che hanno un basso dinamismo e sono soggetti a più facile inquinamento; ma l’importante sorgente della Bevera, che provvede al settanta per cento dei bisogni cittadini, giace sotto una spessa coltre di rifiuti ed è minacciata dall’apertura di una cava che potrebbe compromettere la qualità del prezioso liquido immerso nell’acquedotto, anch’esso bisognoso di cure per ridurre le enormi perdite delle condutture.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovrebbero essere i partiti politici i canali della partecipazione popolare e della formazione dell’opinione pubblica, ma le recenti, numerose vicende giudiziarie che vedono coinvolti i loro dirigenti in operazioni illecite connesse all’uso improprio del territorio fanno dubitare che essi siano in grado di svolgere un’azione di coscientizzazione della cittadinanza. Così le nostre città vedono compromesso il loro patrimonio ambientale e i cittadini sono prigionieri nelle loro comode abitazioni e condizionati dalle loro evolute autovetture, restando esclusi dai vantaggi e dai benefici che la città è in grado di offrire. Non ci si vuol rendere conto che, in prospettiva, l’uso delle automobili dovrà essere necessariamente limitato e la mobilità urbano dovrà essere assicurata da mezzi pubblici assai meno costosi e inquinanti.</p>
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		<title>TRAFFICO URBANO E PGT</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:54:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[20 del 19/05/2012]]></category>
		<category><![CDATA[OVIDIO CAZZOLA]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[Varese PGT]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuovi orientamenti che preoccupano]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono stati pubblicati nei giorni scorsi sul sito del Comune alcuni documenti relativi al Piano generale del traffico con riguardo particolare ad alcuni aspetti specifici relativi ai trasporti pubblici, al sistema del parcheggio veicolare, alla ciclabilità cittadina.</p>
<p style="text-align: justify;">Obiettivo principale sembra sia diventato la fluidificazione del traffico e la reperibilità di aree di parcheggio urbano. Scarso rilievo alla relazione fra il traffico veicolare, il sistema ferroviario esistente in fase di integrazione verso Stabio, possibili sviluppi di nuove tecnologie per il trasporto pubblico già proposte alla nostra riflessione negli studi degli anni ’90.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sono individuati interventi nel breve periodo (due anni), nel medio periodo (cinque anni), nel lungo periodo (dieci anni).</p>
<p style="text-align: justify;">Vengono considerati parcheggi di interesse ‘sovraccomunale’ per il medio periodo: nell’area del centro urbano presso l’Ospedale Del Ponte; in via Feltre presso la sede varesina della Regione; in via Gasparotto nelle vicinanze dell’Ospedale di Circolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel lungo periodo: un parcheggio in zona Ippodromo in via Montorfano-via Reni; in viale Aguggiari-via Bertini; in via Carcano-via Cairoli; l’ampliamento dei parcheggi in via Sempione e in via San Francesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ‘medio’ e il ‘lungo’ periodo comprendono complessivamente 1932 posti auto a ridosso del nucleo cittadino.</p>
<p style="text-align: justify;">Fluidificazione del traffico, quindi, nel breve. Mantenimento dell’assedio urbano nel periodo medio-lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vent’anni fa (!) si era proposta una strategia ben diversa. Fra dieci anni, a trent’anni dal preliminare di piano del 1992, dovremo ancora sopportare una città congestionata più o meno come l’attuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quadro territoriale in cui viviamo è il seguente: la città reale supera i 150 mila abitanti e comprende numerosi Comuni chiaramente interdipendenti; il Comune di Varese non ha saputo promuovere la collaborazione necessaria per un Piano urbanistico condiviso; ciascun Comune procede separatamente nel proprio ambito amministrativo con Piani privi della necessaria rilevanza e coordinamento territoriale; l’Amministrazione provinciale pare disinteressarsi di questa grave situazione che ha dato nel passato e continuerà a dare nel futuro irreversibili conseguenze che saranno pagate da chi ci seguirà in termini ambientali e paesistici, organizzativi, sociali, economici.</p>
<p style="text-align: justify;">Vent’anni fa si era sottolineata, per rimanere nell’ambito della mobilità, la necessità che venisse coinvolto il vetusto sistema ferroviario affidandogli un nuovo ruolo collaborativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Venivano ipotizzate fermate all’esterno del nucleo urbano cittadino dove realizzare ampi parcheggi di scambio, a servizio anche dei Comuni della cintura, che evitassero la congestione del centro e una vita finalmente diversa di relazioni sociali più libere e rispettate: per una nuova città a misura dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma l’attenzione è oggi in particolare rivolta alla Stabio-Arcisate. È rivolta al mega-progetto di unificazione delle stazioni urbane in Varese con ‘piastre’ e strutture che violenteranno ulteriormente, anziché risolvere problemi semplici di connessione e servizio, un quadro edificato già in parte compromesso. Con ampio parcheggio ancora localizzato nel nucleo urbano: 1050 posti auto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo accettare questi destini per la nostra città.</p>
<p style="text-align: justify;">La Valutazione ambientale strategica, proposta in questa fase ancora iniziale del Pgt per il solo problema della mobilità, evidenzia l’inadeguatezza degli orientamenti che si stanno assumendo per il Piano nel suo insieme.</p>
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		<title>SE L’INFORMAZIONE TI DÀ UNA MANO</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:54:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cara Varese]]></category>
		<category><![CDATA[PIERFAUSTO VEDANI]]></category>
		<category><![CDATA[zonaAltaDestra]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli esclusi ringraziano l’era di internet]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Al mercatino di corso Matteotti mi attira tutto ciò che mi può parlare della Varese di un tempo, della città che non ho potuto conoscere. Domenica scorsa hanno suscitato il mio interesse alcune copie de &#8220;La Prealpina illustrata&#8221;, periodico che Giovanni Bagaini, il fondatore del nostro quotidiano, editò all&#8217; inizio del &#8217;900. Fu una &#8220;Domenica del Corriere&#8221; dimensionata al territorio strettamente varesino che a quei tempi faceva parte della provincia di Como e aveva confini, non ampi, riconoscibili oltre che da quelli disegnati dalla frontiera a Nord e dal Verbano a Ovest, per il tramite del dialetto parlato dalle comunità</p>
<p style="text-align: justify;">La pubblicazione del supplemento illustrato – venne in seguito sospesa e successivamente ripresa – conferma la sensibilità e la modernità di Bagaini nel rapporto con la popolazione, nel concepire e gestire il giornale come strumento essenziale per la crescita sociale e culturale delle comunità. La scuola Bagaini è durata nel tempo, in sostanza Varese ha sentito come affidabile la mano tesale dal giornale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo rapporto è buono anche oggi, tempo di innovazioni e rivoluzioni tecnologiche, con internet che dilaga in tutto il mondo e che incide sull&#8217;informazione e in misura più ampia sull&#8217;intera comunicazione. Viviamo in un pianeta frenetico, con una comunicazione mutante e che ingloba e diversifica settori un tempo standardizzati o di fatto inesistenti: pubblicità, grafica, design, audiovisivi oggi soddisfano mercati nuovi e interi e nei quali si è impegnati a cercarne o inventarne altri. Insomma se oggi viviamo di corsa, se siamo trafelati, è perché siamo fortemente sollecitati a farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Io collaboro a RMFonline dopo quattordici anni di volontariato a Luce, i giovani di Varesenews mi hanno voluto come loro nonno, ma a volte mi sento in difficoltà perché mi rendo conto che non posso reggere: sono un vecchio fante che in breve vede sparire all&#8217;orizzonte scatenati, giovani bersaglieri. Ho difficoltà ma non mi arrendo perché anche chi è arruolato nei battaglioni della terza età piccolo ma ha sempre un futuro. E qualche diritto, per esempio all&#8217;informazione. Non so che problemi avranno i giovani di oggi quando saranno diventati anziani. Non immagino nemmeno che cosa arriverà dopo internet, io so che a fare le spese della battaglia tra carta stampata e web oggi ci sono le generazioni che non usano il computer – sono numericamente, e non solo, un grande popolo – e che spesso non trovano più riferimenti a loro cari sui giornali.</p>
<p style="text-align: justify;">Non basta: questa è solo la grande cornice di quello che è diventato un vuoto là dove prima si parlava non dico di un piccolo mondo antico, ma almeno di un poco di ciò che rappresentava la vita della comunità, anche piccola.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;informazione odierna, di qualsiasi tipo, tende a concentrarsi su tutto ciò che è più grande, che ritiene più importante: come tale può essere accettabile in una città, ma poi perde di vista un insieme di piccole realtà che numericamente, come insieme, si avvicinano a una città.</p>
<p style="text-align: justify;">E sono piccole realtà nelle quali ci sono molti anziani che alla fine non vengono più presi in considerazione come cittadini, come utenti dell&#8217;informazione. L&#8217;isolamento degli anziani è anche un risultato negativo legato alla natura di internet, nel mondo del web manca la consapevolezza di un rapporto pieno con tutti i cittadini, nessuno escluso a priori. Proprio per il tramite dei giovanissimi, cioè le scuole, si può ripristinare il contatto con comunità anche piccole. Insomma stampa e web possono avere nuova linfa da coloro che sono stati di fatto accantonati. E che non meritavano assolutamente l&#8217;esclusione.</p>
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		<title>OMBRA E LUCE</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:52:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[PIPINO]]></category>
		<category><![CDATA[Sarò Breve]]></category>
		<category><![CDATA[zonaAltaDestra]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>

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		<description><![CDATA[Rieccolo indomabile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Rieccolo il Cavaliere, ammaccato ma indomabile. Non lo fermano né le disastrose amministrative né il mancato scudetto del Milan. Reduce da Mosca,  dove a braccetto col compagno Putin è andato a respirare “una ventata di libertà e democrazia”, è  nuovamente sceso in campo col proposito di risalire le correnti. Sostenuto dal fido Letta, che è la sua ombra e la sua luce, e dallo svaporato Alfano, è impegnato a riannodare i fili del suo sfilacciato partito. Obiettivo le elezioni del 2013. Pur di vincerle, le sta studiando tutte, due in particolare:  Daniela Santanchè e Michela Vittoria Brambilla. Addio PDL, si profila la “lista Silvio”. Il carismatico leader farebbe il padre nobile, al pari del suo compagno di sventura Umberto Bossi, primo ministro la Santanchè, la Brambilla non si sa ancora che. Il risoluto Silvio non ha più certezze: ipotizza, tentenna, oscilla. Ormai è un Cavaliere a dondolo.</p>
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		<title>LA VITA SPEZZATA DI GIOVANNI FALCONE</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:52:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[20 del 19/05/2012]]></category>
		<category><![CDATA[CESARE CHIERICATI]]></category>
		<category><![CDATA[InEvidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[zonaAltaSinistra]]></category>

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		<description><![CDATA[Vent’anni fa l’oscura strage di Capaci]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.rmfonline.it/wp-content/uploads/2012/05/falcone.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5393" title="falcone" src="http://www.rmfonline.it/wp-content/uploads/2012/05/falcone-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Mercoledì 23 maggio 2012 sarà il ventesimo anniversario della strage di Capaci in cui furono uccisi il giudice antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, magistrato anche lei, e gli agenti della scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Antonino Montinaro. Vent’anni e sembra ieri quando la terribile notizia fu battuta dalle telescriventi in quel drammatico pomeriggio – Internet era di là da venire.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu uno dei momenti più tragici della storia repubblicana che due mesi dopo trovò sinistra replica nell’omicidio di Via d’Amelio dove cadde Paolo Borsellino, amico e collega preparato quanto Falcone. Forse solo l’attentato a Togliatti (il 14 luglio 1948), i morti di Reggio Emilia sotto il governo Tambroni nel luglio 1960, le stragi di Milano, Brescia, Firenze, del treno Italicus, della stazione di Bologna, il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro (1978) colpirono così a fondo la coscienza di un Paese peraltro abituato agli intrighi, alle mezze verità, agli insabbiamenti, ai “porti delle nebbie” come venivano definite, all’epoca, alcune Procure della Repubblica. Ci fu una reazione morale, culturale, giudiziaria, anche politica, molto netta che di fatto fece da argine allo scivolamento verso una sorta di Stato “guatemalteco” come scrisse Indro Montanelli. Non vinse la rassegnazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questa ragione nell’ora della memoria e delle commemorazioni, della moltiplicazione delle biografie e delle ricostruzioni, delle rivelazioni postume incontrollabili, è bene tenere distinti, nel limite del possibile, quanti sostennero Giovanni Falcone da quanti – e furono davvero tanti – lo avversarono più o meno apertamente dentro le istituzioni, nei partiti, nei giornali, nelle case editrici, nella stessa magistratura. Se ne parla, giustamente, come di un “eroe, un simbolo di questo Paese, anche per i suoi tanti nemici, da morto però” come ha sottolineato con amarezza al Salone del libro di Torino Lirio Abbate, un eccellente collega espertissimo di mafia.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si scorre, sia pure a grandi linee, il percorso professionale di Falcone ci si trova di fronte a grandi successi investigativi e giudiziari subito seguiti da incredibili penalizzazioni di carriera. Il successo più noto fu il maxiprocesso con il rinvio a giudizio di 475 imputati, le condanne dell’87 poi confermate in toto dalla Cassazione, frutto di una nuova visione della mafia intesa come organizzazione verticistica e strutturata che ribaltava il vecchio modo di procedere degli inquirenti frammentato e localistico. A un certo punto – siamo nella seconda metà degli anni Ottanta – molti cominciarono a vedere in quel magistrato preparatissimo, rigoroso, schivo e ostinato una minaccia seria alle prassi corporative interne alla magistratura, agli equilibri taciti e inconfessabili tra poteri legali e poteri mafiosi. Cercarono di fermarlo in un primo momento negandogli il posto di Consigliere Istruttore a Palermo preferendogli Antonino Meli – passato anche da Varese – un giudice burocrate che di fatto smantellò, con il formale consenso della Cassazione, il cosiddetto pool antimafia fino allora diretto da Antonino Caponnetto, ed entrando quindi in rotta di collisione con Falcone e i suoi più stretti collaboratori. Sei mesi più tardi gli venne negata anche la nomina di Alto Commissario antimafia. IL 20 giugno 1989 ci fu il fallito attentato all’Addaura, vicino a Mondello. Dopo le indignazioni di rito cominciarono a circolare voci che insinuavano che in realtà fosse un auto attentato, orchestrato dallo stesso giudice per alimentare il proprio mito. In quella drammatica circostanza disse: “&#8230;Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una settimana dopo il Consiglio Superiore della Magistratura lo nominò Procuratore aggiunto a Palermo. Per alcuni, tra cui Leoluca Orlando, quella frase e quell’incarico furono la prova che Falcone avrebbe “tenuto nei cassetti” carte determinanti relative al cosiddetto “terzo livello” mafioso, quello dei politici collusi. Il clima di veleni e sospetti era ormai insopportabile così nel marzo ‘91 se ne andò a Roma al vertice della direzione degli Affari penali del Ministero di Giustizia su proposta dell’allora ministro Claudio Martelli. Il 15 ottobre fu costretto a difendersi davanti al CSM in seguito a un esposto presentato un mese prima proprio da Leoluca Orlando.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi trovavo a Palermo in quei giorni e io stesso, che ebbi la fortuna umana e professionale di incontrare in alcune occasioni Falcone e Borsellino, posso testimoniare il clima avvelenato che si respirava. Al telefono un giovane procuratore mi confermò a tutto tondo la teoria delle “carte nei cassetti” avvalorando anche la tesi di presunti patteggiamenti in atto tra Giovanni Falcone e la politica. Fu un colloquio sconcertante, incredibile. Neppure un mese dopo su suo progetto venne istituita la Direzione nazionale antimafia che prevedeva l’innovativa carica di Procuratore nazionale antimafia. Era il naturale candidato ma ancora una volta ci furono forti resistenze all’interno del CSM. Quando l’esplosivo lo raggiunse a Capaci non era ancora stata presa una decisione definitiva. A vent’anni di distanza sono stati individuati e condannati gli esecutori della strage ma resta senza risposta la domanda che davanti al feretro del magistrato pose l’allora Cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo “… Falcone si muoveva in via e con mezzi che dovevano rimanere coperti dal più sicuro riserbo. Chi li conosceva? Chi li ha rivelati ai nemici dei giudici?”.</p>
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		<title>LE PAGELLE AI PROFESSORI</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[20 del 19/05/2012]]></category>
		<category><![CDATA[ROMOLO VITELLI]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[zonaAltaSinistra]]></category>

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		<description><![CDATA[Se in cattedra vanno gli studenti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.rmfonline.it/wp-content/uploads/2012/05/ragazza.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5397" title="ragazza" src="http://www.rmfonline.it/wp-content/uploads/2012/05/ragazza.jpg" alt="" width="157" height="138" /></a>Al Berchet, prestigioso e storico liceo classico milanese, con un mese di anticipo sul calendario ufficiale, è già tempo di pagelle, ma questa volta sono i ragazzi a dare i voti ai professori.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il Berchet dà i voti ai prof”, così titolava il “Corriere della Sera” il 5 maggio scorso, l’introduzione della valutazione a scuola. Per la verità non è la prima volta che al Berchet vengono assegnate le pagelle ai professori. L’istituto aveva già provato a darle nel 2009, ma l’esperimento non era riuscito, anzi aveva sollevato la protesta degli insegnanti che non avevano gradito che venissero sbandierate pubblicamente le insufficienze, ed avevano scatenato un putiferio. A tre anni di distanza la valutazione dei docenti, riveduta e corretta, si è conclusa, questa volta, senza intoppi. Ai ragazzi sono state consegnate le schede, una per insegnante e dopo due ore di assemblea d’istituto sono state trasformate in un esame generale di tutti e 90 i docenti della scuola. “Li abbiamo giudicati sulla puntualità, su come danno i voti, sul rapporto con noi studenti, sull’equità di trattamento, sulla disponibilità,” hanno raccontato i liceali. Le votazioni si sono svolte classe per classe in una lunga assemblea d’istituto, con qualche muso lungo fra i docenti, ma con la benedizione del preside Innocente Pessina, a favore della valutazione totale: “La valutazione dei docenti è importante” &#8211; dice il preside -. “per questa ragione mi sono reso disponibile e i ragazzi hanno potuto esprimere il loro giudizio anche sul mio operato. Il metodo scelto poi prevede il rispetto della privacy in quanto le valutazioni (anonime) degli studenti saranno consegnate in busta chiusa al sottoscritto e ai professori”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Quest&#8217;anno, non rendendole pubbliche, abbiamo trovato il modo per non offendere nessuno — spiega Alessandro Massazza, rappresentante d’istituto — non vogliamo attaccare i nostri insegnanti, solo fornire uno strumento utile per il loro lavoro”. “Non è una <em>goliardata</em> e non cerchiamo vendette, vogliamo semplicemente dare un contributo serio al miglioramento della scuola,” dicono i ragazzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa iniziativa del Berchet, era già stata preceduta dal linguistico Manzoni, sempre a Milano, ma ormai la valutazione, pur tra serie resistenze consistenti degli insegnanti, sta guadagnando consensi in vari istituti di’Italia, tra il corpo docente più avvertito che desidera essere valutato e riconosciuto per i suoi meriti. Certo permangono remore forti da parte di quegli insegnanti di ogni ordine e grado che, come dice la dottoressa Bossi Fedrigotti, rispondendo sul Corriere, ad una lettera di una docente delle scuole medie, favorevole all’iniziativa, che vorrebbe estendere la valutazione anche nel suo grado –“possono non gradire affatto di sentirsi giudicati da chi hanno giudicato, pensando alla fatica che fanno, al poco che guadagnano e alla sempre più scarsa considerazione della quale godono”. Le resistenze da parte dei docenti nascono dal fatto che giudicano i propri alunni, non in grado, né maturi per una valutazione serena. Gli alunni dicono “pensano che i loro insegnanti siano “bravi” e simpatici se non sono severi e mettono voti alti; mentre siano “cattivi” se fanno lavorare e mettono voti bassi”. Ma naturalmente questo non riguarda che una ristretta minoranza di studenti; mentre se li si coinvolge nel processo educativo e li si educa a valutare criticamente ed auto &#8211; criticamente il proprio e l’altrui operato, non possono che crescere e maturare e diventare cittadini responsabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della mia attività educativa, se mi è consentito una notazione personale, ho sempre cercato di far capire a quegli allievi che credevano di valutare gli insegnanti, distinguendoli in “bravi” e “simpatici,” se mettevano pochi compiti e voti alti; ed “asini” e “cattivi”, se erano severi, e mettevano voti bassi e molti compiti, fossero in realtà facce di uno stesso falso modo di concepire la valutazione, perché il processo educativo è un fenomeno complesso ed intrecciato su vari piani, nel quale agiscono dialetticamente vari fattori; e quindi non può essere banalizzato e semplificato in due battute e per giunta in modo manicheo. Perciò se volevano giudicare correttamente i propri insegnanti avrebbero dovuto servirsi di ben altri e più rigorosi ed articolati criteri di valutazione. Consapevole dell’importanza di ricevere un riscontro del mio agire didattico ed educativo, ho sempre sottoposto, nella mia lunga attività di docente, con questionari e schede, la mia attività pedagogico &#8211; didattica alla valutazione dei miei numerosi alunni e questo ha favorito la loro e la mia crescita personale, che come tutte le crescite<strong>, </strong>non sono date una volta per tutte, ma sono in continua formazione e revisione. Questo perché ho sempre ritenuto e ritengo non solo che fosse mio dovere coinvolgere gli studenti nel mio operato educativo, che come ogni rapporto corretto dovrebbe essere un rapporto dialettico e biunivoco, in quanto all’insegnare deve seguire l’apprendere, pena il fallimento del processo educativo stesso, ma anche perché, preparando ed esercitando gli allievi nella capacità di valutazione critica, secondo parametri oggettivi, sottraevo la valutazione a criteri discutibili ed aleatori, sviluppando parimenti una capacità critica ed autocritica, capacità essenziale e fondamentale in un’epoca, come questa dove si alternano imbonitori e manipolatori della peggiore risma.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi al fine di alimentare in classe una cultura della valutazione e far emergere e riconoscere il merito e il talento, solevo sottoporre alla loro riflessione la scheda che segue, tratta dal mio saggio: <em>“Mass media a scuola come e perché. Nei ricordi e nelle testimonianze di un insegnante e dei suoi ex allievi”,</em> 2011. Il questionario<em> </em>è stato da me articolato, nei suoi vari punti, secondo lo schema del “Sapere”, “Saper fare” e “Saper interagire,” cioè sui tre cardini essenziali, strettamente intrecciati tra loro, che dovrebbero caratterizzare la nuova professionalità docente del Terzo Millennio:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>VALUTAZIONE DIDATTICO – EDUCATIVA</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">(Una modesta proposta teorico-pratica sulla valutazione)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il tuo insegnante di….</em></strong></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>E’ puntuale</li>
<li>Si assenta spesso durante l’anno</li>
<li>Mostra passione per il suo lavoro</li>
<li>Si aggiorna e partecipa a convegni di studio e tratta con competenza la sua materia</li>
<li>Utilizza strumenti didattici diversificati (lavagna luminosa, lettura del “Quotidiano in classe,” videocassette, film DVD, CD, computer, Internet, Tablet ecc.)</li>
<li>Discute le linee della sua programmazione con la classe</li>
<li>Sa cosa fare ad ogni lezione</li>
<li>E’ aperto all’interdisciplinarità e pensa che tutte le materie contribuiscano alla formazione della personalità</li>
<li>Programma itinerari di apprendimento con atteggiamento di attiva e creativa sperimentazione didattico &#8211; educativa ed organizza viaggi d’istruzione ed escursioni ambientali (visite ai musei ecc.)</li>
<li>Si adopera per accrescere l’unità della classe collabora in vari modi al buon funzionamento e all’innalzamento e alla qualificazione dell’offerta formativa della sua scuola</li>
<li>Si ispira nella sua opera educativa ad uno spirito collegiale e condivide le responsabilità delle decisioni unitariamente assunte dal Consiglio di Classe</li>
<li>Collabora con superiori ed alunni, auspica e sollecita rapporti ed incontri con i genitori</li>
<li>Sa essere chiaro e comunicativo ed è attento caso per caso all’approccio ai contenuti più adatti per il destinatario</li>
<li>Sa coinvolgere nelle lezioni</li>
<li>Si riallaccia alle lezioni precedenti</li>
<li>Anticipa a fine lezione, quella successiva</li>
<li>Mostra flessibilità nelle sequenze di programmazione per facilitare l’apprendimento e fa partecipare alla scelta di argomenti, anche non disciplinari, ma “sentiti” dagli allievi</li>
<li>Ha senso dell’umorismo</li>
<li>Perde tempo durante le lezioni</li>
<li>Rispiega a richiesta un argomento</li>
<li>Effettua un numero adeguato di verifiche a quadrimestre o trimestre</li>
<li>Rende noti i criteri di valutazione ed i voti attribuiti alle verifiche</li>
<li>Distanzia i compiti con regolarità</li>
<li>Corregge in modo coscienzioso i compiti e li porta a visionare ai suoi alunni in tempi ragionevoli</li>
<li>E’ giusto e cerca di essere oggettivo nell’attribuzione dei voti</li>
<li>Dà a tutti le stesse possibilità</li>
<li>Assegna compiti a casa con criteri e tempi giusti e compatibili con un sano rapporto con lo studio</li>
<li>Fornisce consigli per studiare meglio</li>
<li>Elogia giustamente chi lo merita</li>
<li>Sa essere severo, se necessario</li>
<li>Favorisce le discussioni</li>
<li>Accetta e stimola idee ed opinioni diverse dalle sue e si mostra aperto a più fedi, culture ed etnie</li>
<li>Ammette se capita di aver sbagliato ed invita gli studenti a fare altrettanto</li>
<li>Stimola, nel formulare giudizi o nei comportamenti, la critica e l’autocritica e il senso dell’autonomia</li>
<li>Stimola il senso della legalità e della responsabilità nei suoi alunni</li>
<li>Incentiva produttività, efficienza e merito nei suoi alunni</li>
<li>Stimola la creatività</li>
<li>Tratta gli allievi con cordialità</li>
<li>E’ sincero quando parla agli allievi</li>
<li>Ridicolizza chi è impreparato</li>
<li>Capisce le esigenze e i problemi degli allievi</li>
<li>E’ disponibile ad ascoltare problemi personali o famigliari</li>
<li>Verifica con una certa frequenza la sua attività di programmazione per migliorare il processo formativo dei suoi alunni</li>
<li>Cerca di mantenere un giusto rapporto tra scuola e vita</li>
<li>Chiede se gli alunni sono soddisfatti del suo insegnamento.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">N. B.</p>
<p style="text-align: justify;">La valutazione dovrà essere espressa per ogni singolo punto da 1 a 10 e la somma del punteggio darà, con un’apposita e semplice griglia (Insufficiente, buono, discreto ottimo, eccellente) l’indicazione del livello di professionalità raggiunto secondo la valutazione degli alunni. Più il punteggio sarà basso nel suo complesso più la valutazione delle capacità dell’insegnante sarà critica e negativa.</p>
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		<title>LA NOSTALGIA DI DIO</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:50:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[20 del 19/05/2012]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[LIVIO GHIRINGHELLI]]></category>
		<category><![CDATA[zonaAltaDestra]]></category>

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		<description><![CDATA[Il risveglio dalla relativizzazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Inaugurato nel febbraio del 2011 presso l’Ateneo bolognese, quindi nel marzo alla Sorbona, il Cortile dei Gentili sotto la regia del cardinale Gianfranco Ravasi, diversificato secondo le diverse situazioni, vuole essere un luogo e un’occasione d’incontro tra credenti (intellettuali cattolici) e non credenti. Quest’anno partendo da Palermo, si farà tappa a Barcellona, quindi a Stoccolma, in Nordamerica e in Brasile. Direttore esecutivo dell’iniziativa è Padre Laurent Mazas.</p>
<p style="text-align: justify;">L’analogia è con quello spazio che impediva ai non ebrei, ai gentili d’allora (le gentes, i pagani) d’accedere al Tempio e riguarda oggi il confronto sui grandi temi dell’essere e dell’esistere, sul mistero stesso di Dio e vi si pongono fondamentali domande di senso. Tre sono i filoni per cui l’iniziativa si sviluppa e si fa permanente: incontri tra personalità della cultura, tende di dialogo aperte per discutere con i giovani, forum su internet in quattro lingue. Dopo l’evento fondativo si sono costituite unità di dialogo e ideata una collana di testi per raccogliere gli interventi più significativi. Nell’intenzione di Benedetto XVI c’è la prospettiva di voler risvegliare la questione e la nostalgia di Dio di fronte a un mondo che tutto relativizza, fa dell’individuo l’unico regolatore della morale e della fede una questione privata (al fondo sta uno scisma sommerso), mentre va riscoperto il nesso tra fede e ragione e riaffermato il ruolo pubblico della prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso non riguarda gli atei devoti, né gli adepti della <em>religio civilis.</em> Così per ora non è contemplato in senso stretto l’ateismo militante di chi considera il fenomeno religioso come degenerativo. Ad Assisi Benedetto XVI ha distinto gli agnostici dagli atei, anche perché l’agnostico può indurre l’ateo a mettersi sul cammino della ricerca e soffre per la mancanza di Dio. Chi non crede può contribuire alla purificazione di quanti si reputano e dichiarano religiosi, a prescindere da un’autentica verifica della propria fede. Del Cortile diffida però ad esempio Paolo Flores d’Arcais, che accusa il Papato di volersi appropriare dell’intera modernità, distruggendo il pensiero critico e snaturando anche l’illuminismo. Se per lui non ci fosse stato l’<em>etsi Deus non daretur</em> l’Europa si sarebbe distrutta (quante guerre efferate in nome di Dio! ). I diritti umani verrebbero ridotti all’etica naturale della Chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre lo statuto dello scienziato si interessa del fenomeno e della dimostrazione sperimentale, c’è un secondo livello per l’uomo, quello del fondamento, perché si possa rispondere alla domanda di senso, oltre quella del come. E’ l’apertura all’infinito, all’eterno che prevale, oltre le categorie di spazio e di tempo. La verità dell’essere e dell’esistere ci eccede e ci precede. Non può essere il soggetto a plasmare la verità, anche se il concetto di verità oggettiva è pur sempre filtrato dalla soggettività (vedi l’ermeneutica). Certo l’Occidente (il Cortile rivela per ora una dimensione prevalentemente occidentale) ha subito un grave impoverimento nel perdere la grande eredità costituita dalla metafisica, né è possibile vivere senza la dimensione estetica, simbolica. Per noi, come per Adorno, la verità non si ha, ma vi si è immersi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’importante comunque è che il dialogo, il confronto siano rigorosi, che si bandiscano, per quanto ci riguarda, il creazionismo più radicale, come il fondamentalismo integralistico, che ci si ricordi l’affermazione di Karl Barth: “O Signore, liberami dalla religione e dammi la fede” (qui il vero parametro rispetto ai non credenti); fede incarnata nella storia. Credenti e non credenti devono porsi su un piano di parità, gli uni e gli altri al contempo discepoli e maestri, prendendo atto che anche la Dichiarazione dei diritti dell’uomo non prescinde da un <em>a priori</em>.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>SONO STANCHI, TANTO STANCHI</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 18:48:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[20 del 19/05/2012]]></category>
		<category><![CDATA[Io & Lui]]></category>
		<category><![CDATA[LUCIANO DI PIETRO]]></category>
		<category><![CDATA[zonaAltaDestra]]></category>

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		<description><![CDATA[Quell’estremo bisogno di sedersi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Al sole, sulla sdraio in terrazza, la Lui esercita le meningi con la Settimana Enigmistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Le vado vicino e le faccio:</p>
<p style="text-align: justify;">- I giovani hanno un estremo bisogno di sedere!</p>
<p style="text-align: justify;">Continua a riempire le caselle, e approva:</p>
<p style="text-align: justify;">- Eh sì, coi tempi che corrono, per trovare un lavoro…ne hanno proprio bisogno!</p>
<p style="text-align: justify;">La Lui ha una spiccata capacità di seguire i suoi pensieri prima di attribuire il più comune valore semantico a una parola.</p>
<p style="text-align: justify;">- Non dicevo in quel senso. Dicevo che i giovani hanno un estremo bisogno di sedersi, di stare seduti! I giovani, cara mia, sono stanchi.</p>
<p style="text-align: justify;">- Oh bella, e perché?</p>
<p style="text-align: justify;">- Giù in centro, aspettavo la &#8220;N&#8221; per andare in viale Belforte. Sai, alla fermata davanti alla Giuliani e Laudi, in via Moro, di fianco alla piazzetta San Giuseppe?</p>
<p style="text-align: justify;">- Ebbene?</p>
<p style="text-align: justify;">- Ebbene, ho contato otto ragazzi seduti sul gradino delle due vetrine dell&#8217;agenzia, e altri cinque seduti sul gradino del negozio dove una volta vendevano le scarpe, e che ora è chiuso.</p>
<p style="text-align: justify;">- E cosa facevano?</p>
<p style="text-align: justify;">- Niente. Parlavano, &#8220;davano il cinque&#8221; a qualche amico che arrivava in quel momento e non trovava più posto a sedere, fumavano…</p>
<p style="text-align: justify;">- Niente di male, mentre aspettavano l&#8217;autobus, socializzavano!</p>
<p style="text-align: justify;">- Eh già &#8211; dico io. &#8211; A un certo punto, dalla Giuliani e Laudi esce una giovane, un&#8217;impiegata, penso io, e mette la chiave nella serratura per tirar giù la saracinesca elettrica. Erano circa le due e un quarto circa. Mi sono detto: &#8220;sarà rimasta a fare un po&#8217; di straordinario, e chiude prima di ritornare al lavoro più tardi&#8221;…</p>
<p style="text-align: justify;">- Ti interessano gli orari delle agenzie di viaggio? &#8211; chiede la Lui totalmente disinteressata.</p>
<p style="text-align: justify;">- No! Ma mentre la saracinesca scendeva, quelli mica si alzavano!</p>
<p style="text-align: justify;">- Sono rimasti schiacciati? &#8211; fa lei, palesando una vena sadica che non le conoscevo ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">- No: continuando a chiacchierare e a fumare, hanno spostato la schiena e le chiappe quel tanto che è bastato perché la saracinesca calasse tra la vetrina e i loro glutei, rimanendo seduti proprio sull&#8217;orlo del gradino.</p>
<p style="text-align: justify;">- Scomodi!- commenta la Lui.</p>
<p style="text-align: justify;">- È quel che dico anch&#8217;io, ma si vede che erano davvero troppo stanchi, estenuati! Quando è arrivato il bus, un gruppetto si è alzato buttando le sigarette ancora accese lì per terra, in mezzo a qualche macchia consolidata di Coca Cola o di birra (un troiaio, come direbbero i tuoi parenti maremmani!), mica nel portacenere che c&#8217;è proprio di fronte, sul cassonetto per i rifiuti a fianco di una colonna del portico. Poi, dato che era la più vicina, sono saliti sull&#8217;autobus dalla porta centrale, quella per la discesa…</p>
<p style="text-align: justify;">- Sei il solito intollerante con i giovani! &#8211; mi rimprovera la Lui, quando so benissimo che sarebbe stata la prima lei, dovendo scendere, a mettersi a braccia larghe sulla porta del bus, con lo sguardo da ex prof-pantera: &#8220;E allora?! Si può scendere o dobbiamo venire tutti con voi fino al capolinea?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">- Poi ho fatto un giro &#8211; proseguo io, &#8211; e ho visto che sono proprio stanchi, &#8216;sti giovani. Si siedono dappertutto! Sullo schienale del panchinone marmoreo che circonda la fontana di piazza Monte Grappa; sui gradini di Banca Intesa in piazza san Vittore (sulle nicchie della facciata della chiesa non possono più farlo… perché da tempo ci sono vasi di piante); sui gradoni del Garibaldino…sono sempre lì, seduti, stanchi!</p>
<p style="text-align: justify;">- Dev&#8217;essere la movida! &#8211; fa la Lui, ricacciando la testa nella Settimana Enigmistica.</p>
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