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Apologie Paradossali

PICCOLE BARCHE ACCOGLIENTI

COSTANTE PORTATADINO - 17/10/2014

 “Se non ci aiutiamo tra noi naufraghi… – il tono di Onirio è affettuoso, ma un po’ mesto – non che dia ragione a Sebastiano, non capiterà mai, ma sul piano dialettico te le ha suonate sode. Infatti non viene a tormentarti perché pensa di essere uscito vincitore e che i fatti gli daranno ragione. Te la sei giusto cavata per un pelo, con quel richiamo alla libertà che non è indeterminazione, indifferenza di fronte alla scelta, ma inizio di un percorso verso un significato. Bello, ma difficile da capire e ancor più da fare. Qualcuno può arrivare a capire che senza significato, cioè senza differenza tra vero e falso, tra buono e cattivo, tra bello e brutto, non solo non c’è maggiore libertà, ma non ce n’è affatto. Ma poi la difficoltà è vivere così, scegliendo continuamente, dovendo fare la cosa giusta sempre. Non ha tutti i torti il Conformi a dire che la libertà è una corda troppo scivolosa per arrampicarvisi. Insomma, libertà e giustizia stanno difficilmente insieme, se aumenta una, l’altra non può che affievolirsi. La tentazione dell’opportunismo o del relativismo, come lo vuoi chiamare, diventa troppo forte!”.

“Fermo lì! Non confondiamo i livelli. Libertà, giustizia e utilità non stanno sullo stesso piano. È ovvio che l’utile, cioè la politica, l’economia e cose affini, ha le sue regole; niente più che buone pratiche, nulla che abbia valore morale; sono buone se funzionano. È da dubitare se possano rientrare anche con larga approssimazione nella categoria della scienza, visto il disaccordo e i fallimenti che regnano in questo campo. Di qui la mia comprensione, direi quasi compassione, per chi si trova a dover operare con responsabilità, specialmente pubbliche, in questi campi. Vedi Genova: chi ha fatto le sue fortune politiche accusando gli altri è finito ben presto per essere messo sotto accusa.

E ancora più difficile sarà tener conto delle esigenze superiori della giustizia. Superiori, come riconoscono tutti, perché non c’è persona che di fronte ad un danno ricevuto, vero o presunto, non dica: ‘non è giusto’ appellandosi ad un livello superiore”.

“Fin qui ti seguo – interrompe Onirio – ma qui mi distacco sia da te, sia da Conformi. Lui infatti sostiene che la libertà deve essere sacrificata, almeno parzialmente, alla giustizia e che quest’ultima debba essere resa efficace dallo Stato; tu sostieni, per affermare la irriducibilità della persona alle regole delle istituzioni, che la libertà abbia un valore superiore anche alla giustizia, io penso invece che giustizia e libertà debbano comporsi armonicamente, quindi stiano sullo stesso piano. Se la libertà fosse su un piano superiore, sarebbe lecito commettere ingiustizia in nome della libertà”.

“Qui bisogna distinguere. Se giustizia significa osservanza della legge, occorre essere certi che la legge non sia essa stessa ingiusta. Da Antigone in poi, la storia è piena di eroi e di martiri che trasgredirono coscientemente la legge, anche andando incontro a conseguenze capitali, per obbedire ad una legge più alta e come chiamiamo questo, se non libertà?”

“Ma torniamo all’obiezione di Sebastiano: solo pochi ce la fanno. Quindi è giusto abbassare l’ostacolo, non pretendere prove troppo difficili, che si tratti di legge civile o di morale, dare a tutti un salvagente e lasciarli galleggiare. Se io voglio fare l’eroe o il santo, sarà affar mio, non mi manca il desiderio, dipende dalle circostanze. Ma lasciami pensare che un mondo pacificato sia possibile; lo so che ti sei scandalizzato quando hanno cantato di fronte al Papa Imagine di John Lennon dove si dice che nel mondo perfetto non ci saranno religioni, né paradiso, né inferno. Ma è un sogno! E il Papa non ha protestato. O non la penserai mica come Socci, che scrive che papa Francesco non è il papa?”.

“Certo che no! Vero che ho letto solo quanto scrive sul blog, ma non mi ha convinto, nemmeno inquietato; non penso che farò lo sforzo di acquistare il libro. Trovo però incredibile che le librerie Paoline rifiutino (se è vero) di vendere il libro. I progressisti diventano censori? Ma non farmi divagare. Il punto è che la misericordia divina, di cui tanto e tanto giustamente parla Papa Francesco, è così grande che non c’è nessun bisogno che noi umani annacquiamo a priori la verità e rinunciamo a virtù come sacrificio, fortezza e pazienza, prudenza e temperanza. Sopra a tutto questo dovremmo metterci la carità, che è l’orizzonte in cui si manifesta la verità, ricordi l’enciclica?”

“Certo, ma che cosa c’entra?”

“ Riguardo a quello che ho scritto la settimana scorsa, che è ciò su cui volevi mettermi alla prova, mi aspetto che al Sinodo sulla famiglia la carità rilegga la dottrina, per farla vivere oggi come un aiuto efficace alle persone in difficoltà. Non che venga cambiata la sostanza. E dopo che da qualche decennio si è fortemente affievolito il senso del peccato, tanto che la confessione è diventata un sacramento assai poco frequente (non certo a causa di questo papa), l’idea ci siano percorsi di penitenza, cioè di cambiamento di vita, mi sembra un bel dono offerto a tutti quanti. Forse perché peccatori lo siamo tutti, almeno un po’, me compreso. Invece, scusa se torno al tuo inizio, naufrago non mi sento per niente. La barca di Pietro, benché piccola, non è la “Zattera della Medusa”. La devastata umanità alla deriva, rappresentata nel quadro di Gèricault, che oggi vive nei barconi dei migranti in fuga dalla guerra e dalla fame, nei malati di ebola, di aids e di ogni altra malattia nata dalla povertà materiale e spirituale, che vive nelle periferie delle città e nelle periferie della coscienza deve essere soccorsa materialmente da chi ne ha il dovere, ma può essere accolta e aiutata spiritualmente solo da chi sia disposto a mettersi in gioco come persona, tendendo una mano, ma offrendo anche un cuore”.

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