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Parole

PULIZIA LESSICALE

MARGHERITA GIROMINI - 16/12/2016

paroleIn chiusura d’anno mi associo a coloro che, dopo la pulizia di cantine, solai e garage, vorrebbero passare a fare ordine nella nostra lingua, non per anglofobia, o per troppo amore verso l’Accademia della Crusca; o per snobismo culturale, quello che ci induce a definire “da Bar Sport” un certo linguaggio.

Certa che la lingua è espressione del pensiero e del suo modo di rapportarsi all’esterno, sarei lieta se dal discorrere quotidiano scivolassero via per sempre alcune espressioni poco felici abusate nell’ultimo periodo. Anche se poi è la lingua stessa a farsi giustizia sbiadendo parole brutte, come l’attimino – il momentino – il paradossalmente – il piuttosto che – l’assolutamente (senza l’aggiunta del o del no) e concedendo invece libero accesso a neologismi più degni e capaci di ravvivare e rinvigorire il nostro italiano.

Ce ne faremo una ragione. Detto per troppe cose: un amore che finisce, un amico perso per strada, un buon affare andato a rotoli, una scadenza elettorale dall’esito disastroso; ma anche per quel prodotto scomparso dai banchi del supermercato e per qualunque situazione o evento che ci sfiori durante il giorno. La frase mostra con estrema chiarezza una massiccia dose di indifferenza per il mondo che ci circonda. Usata da chiunque e per ogni cosa che non va per il verso giusto, si è appropriata in silenzio del significato di “chissenefrega”. Meno volgare, d’accordo, niente a che vedere con i tronfi slogan del ventennio. Però, che peccato tirare in ballo la ragione, con la sua nobile funzione di guidare le scelte degli umani al posto della pancia …

Ma anche no! Belli i tempi in cui il nostro parlare era “sì, sì”, “no, no”. Succede che io esprimo un punto di vista nel corso di una conversazione, magari accalorandomi per una posizione o per un’altra. Oppure avanzo una proposta, faccio presente una mia decisione, poi concludo con uno squillante quanto incomprensibile “ma anche no!”. Forse è giunta l’ultima ora per il famoso principio di non contraddizione?

Il combinato disposto. Alzi la mano chi sa definire con precisione da dizionario il misterioso binomio di parole dopo i sei mesi di campagna referendaria. Da termine di stretto àmbito giuridico, “prescrizione desunta dal riferimento a più norme che si integrano le une con le altre”, la locuzione ora, svincolata dal suo senso originario, è divenuta sinonimo di “un insieme di errori di tante persone diverse”; ma anche di “convergenza tra elementi fino a quel momento disgiunti”. Infatti, leggo in un articolo, che un combinato disposto sarebbe “la sensibilità ecologica dei cittadini che incontra la possibile soluzione di un problema da parte dei politici”.

Non fare sconti a nessuno. Incredibile l’effetto che procura a me questa frase. Potrei accettarla solo se scritta sul cartello esposto nella vetrina di un negozio, ben sapendo che il negoziante uno sconto pur piccolo a qualcuno non lo negherà mai.

Mi fa impressione un mondo senza sconti: l’allenatore che tuona “nel girone di ritorno non possiamo fare sconti a nessuno”; il neopresidente della tal associazione per i diritti del cittadino che delinea il nuovo corso con la perentoria affermazione di cui sopra. I professori inflessibili con gli studenti, un leader pronto a stroncare i propri epigoni al primo errore, il giornalista che a tutti, ma proprio a tutti gli intervistati, senza eccezioni, pone domande difficili e non si ritrae fino a che non riceverà “la” risposta.

Io invece vorrei essere più generosa così da poter concedere qualche sconto, agli altri e a me stessa; vorrei imparare a “non farmene una ragione” se si tratta di dover accettare disdicevoli “status quo”; vorrei poter dire che nella vita quotidiana della gente normale è potuto esistere, un tempo lontano, anche un orribile “combinato disposto”.

Infine, prometto solennemente, non cederò alla tentazione del “ma anche no”.

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