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Cultura

TRE POESIE

MANIGLIO BOTTI - 22/12/2017

nuvoliIl Natale porta un’aria nuova che ispira tutti. Gli “animi buoni” che proprio in questo periodo dell’anno, come in una cadenza naturale, si ritrovano insieme; gli “animi meno buoni” o più distratti. Ma che almeno per una volta l’anno si risvegliano catapultati in una realtà contagiosa, se non proprio di amore, quanto meno di gentilezza…

Il Natale ispira in particolar modo i poeti. Le liriche dedicate al Natale non si contano. A cominciare dai primi cristiani per arrivare a noi tra Ottocento, Novecento e oltre. Pensiamo – e citiamo a memoria, certi che qualcosa o qualcuno ci sfuggirà – ai nostri Manzoni, D’Annunzio, Pascoli, Quasimodo, Saba…

Non è un caso, dunque, e ne parliamo come semplice esempio, che la festa e incontro augurale degli Amici del liceo classico varesino “Ernesto Cairoli” sia stata contrassegnata da – almeno due – famosissime poesie dedicate al Natale. La prima poesia, fatta trovare scritta in un foglietto sul tavolo della cena, quasi come indicazione del menù della serata. La seconda poesia, invece, declamata nel corso dell’incontro da un docente noto per la sua sensibilità e attenzione, egli stesso poeta, Silvio Raffo, e da una sua ex allieva e oggi brava attrice, Paola Bonesi.

La poesia… sul tavolo era Natale di Giuseppe Ungaretti: “Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade / Ho tanta / stanchezza / sulle spalle…”. Una lirica molto nota che, crediamo, da gran tempo fa parte del corredo scolastico che ognuno di noi, più o meno distrattamente si diceva, si porta con sé. Sia esso natalizio e no.

Perché in realtà la poesia di Giuseppe Ungaretti, benché si intitoli proprio Natale, non vede comparire la parola Natale all’interno dei suoi versi. Si sa che Giuseppe Ungaretti, che era del 1888, e che si era arruolato volontario tra i combattenti della prima guerra mondiale a ventisette anni, la compose a Napoli nel 1916, quindi durante il secondo anno di guerra. Ma non è proprio una poesia natalizia e di gioiosa partecipazione. Piuttosto una poesia di abbandono e, forse, di richiamata solitudine: “Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata / Qui / Non si sente / altro / che il caldo buono / Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare”.

Tutt’altro discorso invece per la poesia – anche questa pure famosissima – di Guido Gozzano: la Notte Santa. Un melologo l’ha definita il professore, leggendola insieme con Paola Bonesi, invitando i presenti a ripeterne, quasi cantando, i refrain che contrassegnano la ricerca di un giaciglio per la notte a Betlemme da parte di Maria e Giuseppe, una filastrocca che spesso si mandava a memoria durante le nostre scuole elementari: “- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! / Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei. / Presso quell’osteria potremo riposare, / ché troppo stanco sono e troppo stanca sei… ”. E quindi: “Il campanile scocca / lentamente le sei…”. E via così: le sette, le otto, le nove, le dieci, le “undici lentamente” fino alla Mezzanotte Santa: “È nato! / Alleluja! Alleluja! / È nato il Sovrano Bambino…”.

Ed è abbastanza singolare che un poeta a tutto tondo laico come Guido Gozzano, con altri poi definito crepuscolare dalla critica, abbia dedicato questa poesia-filastrocca natalizia alle anime gentili per eccellenza: i bambini. Perché poi ve n’è un’altra sua intitolata proprio e solo Natale e che richiama il presepio (La pecorina di gesso, / sulla collina in cartone, / chiede umilmente permesso / ai Magi in adorazione…”. E ve n’è poi un’altra ancora intitolata la Befana… Sono poesie che, di norma, vengono racchiuse nella parte finale delle raccolte gozzaniane pubblicate, e elencate nelle cosiddette “Poesie sparse”.

E si sa anche che il laicissimo, ironico, un po’ demodé e legato al passato Guido Gozzano morì di malattia non ancora trentatreenne. Nell’“ora dolce” del tramonto, scrivono i biografi, del 9 agosto del 1916, assistito dai famigliari e dal conforto religioso dell’amico Mario Dogliotti e benedettino, conosciuto con il nome di padre Silvestro…

Ci piace qui – anche se questa a differenza di quelle di Ungaretti e di Gozzano è meno conosciuta – chiudere il breve excursus poetico e natalizio con i primi, e diremmo universali, versi di una poesia di un altro poeta eccellente e, almeno ai suoi inizi, come formazione culturale, crepuscolare, il romano Arturo Onofri, morto proprio il giorno di Natale del 1928 all’età di quarantatré anni.

Lo scrittore Alfredo Cattabiani, in un suo bellissimo libro di alcuni anni fa – Lunario –, la pone in apertura del mese di dicembre. E nessun’altra scandisce meglio il fluire del tempo e, se si vuole e si crede, della nostra storia: “Da curve di nuvoli aleggia, / in grembo al meriggio turchino, / la voce dei mondi: è un bambino, / che guida una candida greggia / a pascer gli steli / di sole, nei cieli…”.

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