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Parole

ESCALATION

MARGHERITA GIROMINI - 13/07/2018

paroleLe parole hanno un potere enorme, possono diventare pietre che colpiscono e qualche volta feriscono.

In questa fase storica ci sono troppe parole utilizzate con spirito violento: anche parole all’apparenza neutre, inserite in un determinato contesto, diventano proiettili.

Assistiamo a un’escalation preoccupante: il linguaggio si fa duro e scompare la componente cuore che si porta via il lume della ragione, quello che potrebbe fornirci consapevolezza delle conseguenze.

Prendiamo il termine “pacchia” riferito ai migranti che rischiano la vita per un domani migliore. Credevamo, noi utilizzatori quotidiani della lingua, che “pacchia” indicasse la piacevole quanto improbabile situazione riservata a chi, fortunato come il cugino Gastone di disneyana memoria, trovi un plico di denari sotto l’albero della pennichella, o vinca alla lotteria, oppure, chiamato per un lavoro importante, si ricordi di non avere mai prodotto nemmeno la domanda di impiego.

Anzi, sfogliamo il vocabolario Treccani che ci spiega che la parola “indica una condizione di vita, o di lavoro, facile e spensierata, particolarmente conveniente, senza fatiche o problemi, senza preoccupazioni materiali; o anche, l’avere da mangiare e bere in abbondanza”.

Abbiamo sdoganato nel tempo, e senza pagare alcun dazio, il “celodurismo” di Bossi, l’eloquio violento del primo Berlusconi con la sua espressione “comunisti assassini”, poi la triviale oratoria dei “vaffa” di Grillo.

Ma il fenomeno non si ferma alla normalizzazione del turpiloquio, che ha costretto non pochi giudici a dichiarare che non è offensivo dare del “pirla” o del “cornuto” al proprio capo, dato che certi termini hanno ormai perso il loro significato originario. Ci sono parole che fino a ieri parevano innocue e oggi sono diventate ostili, a causa del loro martellamento dentro contesti aggressivi.

Ne cito alcuni: bloccare, respingere, allestire (campi), censire, registrare, contare, poi detenere, internare, ordinare. Poi ci sono le varianti apparentemente asettiche come “piattaforma di sbarco, sinonimo di piazzale dove selezionare i migranti in vista di un tempestivo respingimento.

Le parole dell’odio non risparmiano neppure il presidente della Repubblica: via social gli viene fatto sapere che “La mafia ha ucciso il Mattarella sbagliato” (il fratello Piersanti)

Che dire poi della chiosa di una frase evangelica, che diventa virale in rete, come: “le guance da porgere sono finite”.

Uno dei due vicepremier, esperto in utilizzo innovativo del linguaggio, un vero comunicatore purtroppo per noi utilizzatori non violenti delle parole, espone concetti pesanti a cui fa seguire, spesso, un “E ve lo dico con un sorriso, con un abbraccio”.

Ai giornalisti fa balenare, ma alla lontana, la possibile predisposizione (ma forse abbiamo frainteso) di liste di proscrizione; a cui fa seguire, quasi con bonomia, l’augurio di una “lunga vita umana e professionale”.

In Calabria ha anche parlato di come intende combattere la ‘ndrangheta. Con una colorita espressione riferita alla ventilata confisca dei loro beni: “Toglieremo le mutande a questi schifosi“, ha sottolineato, e non si può dire che il messaggio non sia chiaro efficace, indistintamente a tutti, inclusi gli ingiustamente citati frequentatori del Bar Sport.

C’è un messaggio anche per i “rosiconi”, costretti dalla sorte avversa ad esaurire “le scorte di Maalox in farmacia”.

Chiacchiere colorite? Non solo.

Si può anche passare a intimare ai vescovi di “non rompere le p***e, rivolgendo ai più sgraditi un sonoro e non fraintendibile “buuu”.

Inequivocabile il messaggio: basta con la correttezza politica! Che i bambini e i ragazzi, che ci guardano, prendano a modello questa spiccia modalità del dire “pane al pane”, con buona pace die concetti approfonditi degli odiati intellettuali.

Per fortuna resta qualcuno che si preoccupa del buon esempio, indispensabile in campo educativo.

Qualcuno che provi a dimostrare che la forza del dialogo può averla vinta sulla violenza degli insulti.

Tra i primi, gli estensori del Manifesto dei 10 princìpi per una corretta comunicazione politica, lanciato in febbraio per contenere gli eccessi verbali della campagna elettorale, progetto fatto proprio dal MIUR per provare a combattere la violenza in Rete.

“Parole Ostili “, sottotitolo dell’iniziativa che prosegue, perché la campagna elettorale non si ferma, anzi si inasprisce, si pone l’obiettivo di diffondere la cultura del rispetto e contrastare ogni forma di linguaggio dell’odio. Tra gli aderenti a questa campagna c’è una community trasversale di oltre 300 tra giornalisti, manager, politici, docenti, comunicatori e influencer, che ha già raggiunto oltre 4 milioni di persone sui social media. La lingua è la facoltà che ci rende umani, non diventiamo disumani nell’usarla.

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