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Politica

VENT’ANNI DOPO

MANIGLIO BOTTI - 13/04/2012

Si era già nella seconda metà degli anni Ottanta del Novecento e quei quattro gatti della Lega dicevano ai “vecchi turbanti” della DC e del PSI: un giorno saremo noi a prendere non il cinque o il dieci ma il 6sessanta e il settanta per cento dei voti, e vi manderemo tutti in galera. Sorrisetti di scherno. Il dito indice si avvitava sulle tempie come a significare: voi siete proprio matti.

A onor del vero, da lì a breve, qualcuno della DC e del PSI in galera ci andò. La Lega, pure, arrivò a toccare ben più del cinquanta per cento, in qualche paese del profondo Nord Varesotto, ma questa sarebbe stata una conseguenza della prima condizione, e non viceversa. Niente stagioni del terrore, dunque. Gli uomini del Carroccio non realizzarono nessuna rivoluzione. Se mai l’intervento, in tempi maturi, era stato della magistratura. Insomma, non ci fu nessun taglio di teste. Come mai è accaduto in Italia: il fascismo, una volta andato al potere, utilizzò i prefetti di Giolitti; la Democrazia Cristiana, dopo la guerra, continuò a servirsi dei funzionari del fascismo. Si trattò, semplicemente e ancora una volta, di un avvicendamento di poltrone o, in molti casi, di un adattamento.

Da noi succede sempre così: al centro della bandiera tricolore, strappato via lo stemma sabaudo, qualcuno – Leo Longanesi – disse che vi si sarebbe dovuto scrivere il seguente motto: “Tengo famiglia”. La stessa cosa, se si trovasse un po’ di spazio, si dovrebbe fare tra un raggio e l’altro del Sole delle Alpi.

Perché dopo un’analisi sommaria di vent’anni di dominio leghista si può arrivare alle seguenti conclusioni: posizionamenti personali, belle sedi, posti di rappresentanza, esercitazioni di potere e promesse, a non finire; risultati politici e progressi sociali, zero. Non c’è stato nemmeno un adeguamento di sistema, dopo che la Prima Repubblica era stata presumibilmente archiviata anche in seguito a un uso scorretto del finanziamento dei partiti. Vien quasi da pensare che chi è succeduto sugli scranni di comando al posto della DC e del PSI (s’intenda, di certa DC e di certo PSI e anche di certo PCI) si sia limitato a studiarne i difetti per poi replicarli al meglio. Va da sé che gli intellettuali del partito leghista (leggi, il professor Gianfranco Miglio) prontamente furono messi da parte, a volte cacciati con ignominia. Per due ragioni: perché pensavano e perché facevano ombra al Capo.

Il fatto curioso è che il potere nessuno l’ha conquistato – a differenza di quanto era accaduto nel passato – con il manganello, ma l’ha preso piano piano con il voto e ramificandosi incredibilmente nella credibilità e nel convincimento della gente o addirittura nella “credulonità”.

Durante la campagna elettorale del 1994 in un suo comizio tenuto in piazza del Garibaldino a Varese Umberto Bossi sostenne che i duecento milioni di finanziamento della Montedison, forse sì, erano stati presi dal tesoriere dell’epoca Alessandro Patelli. Ma nottetempo erano stati sottratti da un cassetto della sede della Lega. Non si sa da chi. Magari dai servizi segreti. La Lega, tuttavia, era pronta a restituirli: che cos’erano in fondo duecento milioni di lire nel ’94?

Per anni Bossi & C. hanno raggranellato consensi attaccando i nepotisti, i familisti, coloro che nella vita non avevano mai lavorato: i mestieranti della politica, insomma. Con i nomi di quelli che per loro sfortuna – o malversazione – erano finiti a soggiornare ai Miogni alcuni militanti della Lega inventarono addirittura la formazione di una squadra di calcio e distribuirono il volantino – tra le risate – in corso Matteotti.

Quel che accade “vent’anni dopo” ha quasi il sapore di una vendetta biblica o letteraria, alla Dumas, tipo il Conte di Montecristo che si ripresenta per il saldo dei conti sottoforma di un autista o di un bodyguard.

Per carità di Patria – con la P maiuscola – è doveroso essere garantisti fino all’ultimo: la nostra Costituzione (art. 27) dice che la responsabilità penale è personale e che nessuno può essere considerato colpevole fino a condanna definitiva. Quella stessa Costituzione dove sta scritto (art. 5) che si promuovono sì le autonomie locali ma la Repubblica è una e indivisibile, concetto di cui qualcuno spesso nell’indifferenza generale ha fatto strame.

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