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Attualità

CHE ARTE CHE FA

ROBERTO CECCHI - 25/11/2022

Sgarbi ed il progetto della loggia di Arata Isozaki agli Uffizi

Sgarbi ed il progetto della loggia di Arata Isozaki agli Uffizi

Come ogni domenica, in prima serata, su Rai 3 c’è la trasmissione di Fabio Fazio, Che tempo che fa. Piacevole, lunghissima e con tanti ospiti. La volta scorsa, il conduttore aveva invitato in studio il sottosegretario (uno dei tre) alla Cultura Vittorio Sgarbi. La discussione girava intorno alla conservazione dei beni culturali e alla loro protezione, con l’intento – lodevole – di trasmettere al futuro, ai nostri figli, opere il più possibile autenticamente integre. E così, il discorso va a finire sugli Uffizi, sulla controversa questione della «Loggia Isozaki». Una pensilina che avrebbe dovuto essere addossata al prospetto posteriore delle Gallerie, sulla piazza del Grano, per accompagnare i visitatori in uscita. Doveva nascere in quella parte, diciamo così, non risolta del museo, né in epoca moderna, né dopo. Un lato “B” inguardabile, se non fosse che, l’altra faccia, quella che guarda sul piazzale vasariano, con la magnificenza di «Palazzo Vecchio» e della «Loggia dei Lanzi» (e tanto altro ancora), riesce a mettere la sordina anche sulle beghe della parte retrostante.

Ma non poteva durare all’infinito. Una soluzione andava trovata. E così, per risolvere il problema, quasi 25 anni fa (1998), fu indetto un concorso di progettazione internazionale. Risultò vincitore il progetto di Arata Isozaki, appunto, notissimo architetto giapponese (gli altri partecipanti erano Norman Foster, Gae Aulenti, Mario Botta), uno dei più grandi del nostro tempo, che proponeva un originale fuoriscala, misurato e dai tratti garbati, com’è nello stile della cultura che lo ha formato e come dimostrano le opere che ha realizzato. Il progetto fu lautamente retribuito (credo), ma non se ne fece di nulla, perché suscitò le polemiche del regista fiorentino Franco Zeffirelli (2004), il quale riteneva che quest’inserto avrebbe pregiudicato irrimediabilmente l’impianto rinascimentale della fabbrica vasariana. Alla protesta si unì il nostro Vittorio e la politica fece il resto. Ingranò subito la retromarcia, lasciando le cose come stanno e chi arrivò dopo si guardò bene dall’affrontare il problema.

La ragione del “no”, adesso come allora, sarebbe legata al fatto che quel luogo, insieme all’intera città di Firenze, avrebbero raggiunto nel corso del tempo una perfezione assoluta, che non può essere in alcun modo alterata. È un ‘no’ che si aggiunge a tanti altri ‘no’ pronunciati nel tempo. ‘No’ al progetto di allestimento esterno di «Palazzo dei Diamanti» a Ferrara. ‘No’ alle pale eoliche. ‘No’ al fotovoltaico, ecc. ecc. La quintessenza del ragionamento che porta a dire ancora una volta ‘no’ alla loggia degli Uffizi vien celebrata in trasmissione, quando il conduttore sintetizza la posizione del sottosegretario, asserendo giulivo che “è difficile migliorare la Gioconda” (13.11.22). Come a dire che la città ha la perfezione che ha e non può neanche essere sfiorata da qualcosa che turbi quest’equilibrio. Sarebbe un delitto, come toccare un dipinto di Leonardo. La perfezione deve stare così come sta.

Il ragionamento non farebbe una grinza se abitassimo in un quadro, in un dipinto. Se il nostro vivere fosse quello di stare tra una cornice e un’altra, in qualche pinacoteca. In un mondo bidimensionale, col privilegio di penzolare a un chiodo, in esposizione, ora qui ora là. L’errore del ragionamento di Che tempo che fa sta nel dire che un dipinto e un museo, essendo beni culturali, sono la stessa cosa. Da cui, ne consegue che vanno trattati alla stessa maniera, senza aggiungere o togliere alcunché. Senza toccarli. Ovviamente, è vero che sono entrambi beni culturali, ma appartengono a categorie diverse. Un dipinto non è un edificio. L’edificio, il monumento vanno adattati alle esigenze dell’abitare, continuamente. Anche l’archeologia, per dire, fa parte del mondo dei beni culturali. Eppure spesso, molto spesso, per esercitare la propria missione, questa disciplina modifica irrimediabilmente il contesto stratificato su cui interviene, distrugge le testimonianze più superficiali, per andare in cerca di quelle più profonde e ricostruirne la storia. Uno scavo archeologico, che lo si voglia o no, è un atto di distruzione. Che facciamo, espungiamo l’archeologia dai beni culturali? Oppure, non facciamo più scavi archeologici?

Il problema di ragionamenti come quelli di cui si è appena detto, privi degli strumenti critici adeguati, irrimediabilmente lontani dalla realtà, non pregiudicano solo la possibilità che gli Uffizi abbiano, finalmente, un aspetto decoroso, ma abituano la collettività a ragionare all’impronta. Senza cercare i riferimenti che servono. Poi, non ci possiamo lamentare se proliferano i no-vax (il rigore scientifico, apprezzabilissimo, non può essere riservato solo a Burioni e al resto no). Li alimentiamo noi, con la superficialità e l’improvvisazione, su questioni di rilevanza strategica.

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