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Universitas

CHE COSA CONSEGNARE AL FUTURO

SERGIO BALBI - 26/05/2012

“Uomo, cerca di essere ciò che sei, abbi la volontà della tua propria esistenza”. Leggendo questa esortazione, contenuta in un discorso di saluto rivolto agli studenti universitari di Madrid nel 1925 dal filosofo Josè Ortega y Gasset, è facile richiamare alla mente un’altra esortazione, fondamentale per il nostro tempo, la “Familiaris consortio”, in cui Giovanni Paolo II, nel 1981, rivolgeva a tutti l’appello “Famiglia diventa ciò che sei”.

Molte sono le riflessioni che possono scaturire da questo accostamento ma vorrei condurre quella che più mi preme, alla luce anche dell’attualità, focalizzando l’attenzione sul “divenire”, giocando nel contempo sull’ambivalenza che rende questa parola necessaria e viva sia nell’ambiente familiare (come genitore, coniuge, figlio) sia in quello della scuola, a tutti i livelli e gradi. Divenire ciò che siamo quindi, scoprire quella che possiamo chiamare la nostra vocazione (ricordo che esiste non solo una vocazione religiosa o professionale ma anche al matrimonio, alla maternità, alla paternità, eccetera) racchiude in sé la dimensione temporale del nostro passato, inteso come radice vitale che costituisce per sempre la nostra identità, del nostro presente, nel suo dipanarsi attraverso il fare quotidiano, che a sua volta costruisce gradualmente il divenire, aperto al futuro, al nuovo, al non visto, ma proprio per il suo costante “ritorno” alla radice identitaria, si caratterizza come realizzazione di un progetto di vita.

E in questo progetto nascono relazioni, comunità di persone, famiglie, che si vuole sopravvivano al tempo che è riservato alle nostre singole vite. Il modo che abbiamo per consegnare al futuro quello che siamo, quello che vogliamo, risiede nella nostra naturale inclinazione a trasmettere esperienze, ricordi, insegnamenti, sia in famiglia che nell’ambiente di lavoro, scolastico, o dell’impegno sociale. In particolare la famiglia e la scuola, tra tutti i contesti, dovrebbero essere anche i luoghi dove questa naturale esigenza di comunicare esperienze si caratterizza in modo forte per il valore della promozione e del bene dell’altro,  perché chi apprende impari a divenire ciò che è, si riconosca diverso da chi trasmette, e impari a progettare il proprio divenire. Di tanto in tanto poi, riconoscere tratti del proprio percorso  all’interno di queste libertà che maturano, rappresenta,  per chi educa,  un premio sufficiente a soddisfare anche il solo desiderio di lasciare una traccia. In un modo o nell’altro comunque, tale esigenza di trasmettere quello che abbiamo appreso, vissuto e sedimentato (che in una parola possiamo definire cultura) dovrebbe essere percepito come un fatto naturale, assimilabile, sotto alcuni aspetti,  all’istinto di conservazione della specie.

Ma questa dinamica, nel nostro tempo, si è inceppata. Molte voci si levano lamentando una certa stanchezza, una scarsa credibilità ed efficacia nella trasmissione e percezione di valori, insegnamenti, sia a livello della scuola che della famiglia, e gli spunti si traggono dalle molte considerazioni sulla disoccupazione giovanile, su fenomeni come il cosiddetto analfabetismo di ritorno, su  certe vicende di cronaca nera e via di seguito. Il primo dei cosiddetti assiomi della comunicazione enunciati da Paul Watzlawick e dalla scuola di Palo Alto sostiene che è impossibile non comunicare; se questo è vero, siamo obbligati con urgenza a riflettere sul fatto che forse comunichiamo molto, in ogni momento, ma solo distrazione, allontanamento dalle nostre radici identitarie, e non trasmettiamo con sufficiente verità la voglia di sperare e contare su quanto chi ci ha preceduti ha costruito, perché stiamo smarrendo la capacità di farlo nostro e trasformarlo, prima di tutto per noi stessi e poi per chi ci seguirà. Ricominciamo allora con piccoli passi: la prossima volta che nostro figlio ci chiederà: ”Perché non posso fare questa cosa?”, invece di rispondergli frettolosamente “Perché no!” o “Perché lo dico io!”, prendiamoci qualche minuto per chiederci: “Già… perché no?” e, dopo aver trovato la (veramente) nostra risposta, comunichiamo qualche cosa che sia frutto di una storia vera e quindi seme per le vite che crescono accanto a noi.

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