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Opinioni

NOI E I MIGRANTI

ROBERTO MOLINARI - 03/03/2023

crotoneLa tragedia sul mare di fronte a Crotone riaccende i fari sul tema dell’immigrazione e del nostro modo di affrontare il problema.

Ovvio che il primo pensiero vada alle vittime di quell’immensa tragedia che sta divenendo l’esodo di milioni di persone nel mondo. Dicono le agenzie internazionali che sul nostro pianeta, per effetto di guerre, carestie, pestilenze o semplicemente per povertà, oltre 120 milioni di persone sono attualmente in movimento dai loro paesi di origine verso altri, anche passando a un diverso continente.

A proposito di Crotone, non voglio entrare in polemiche -politiche e no- su chi doveva o poteva intervenire prima perché questo dramma non accadesse. Né voglio sottolineare la “pochezza” umana di chi ha trasformato le vittime in colpevoli dall’alto delle sue responsabilità istituzionali.

Vorrei, tuttavia, sottolineare alcune necessità partendo da un presupposto. L’umanità da che esiste sulla terra si è sempre messa in cammino e nessuno è mai riuscita a fermarla. Dunque, non i muri, non il filo spinato, ma neanche il mare, né gli oceani, né le montagne, né il deserto o le foreste.

Chi oggi ha responsabilità di governo deve gestire l’immigrazione evitando che le tragedie si ripetano. E lo dico con un po’ di arrabbiatura. Usciamo dalla vuota retorica dell’aiutiamoli a casa loro, una frase che, se si guarda bene, oltre a contenere un vago sapore razzista (aiutiamoli a casa loro così non vengono da noi, neri, gialli, creoli, mussulmani, eccetera) comporta una conoscenza poco realistica visto che i nostri aiuti, sempre di meno a dire il vero, vanno a “ingrassare” le classi dirigenti locali, predatorie e complici del neo-colonialismo dei paesi occidentali affamati di risorse prime e di ricchezze necessarie per il loro benessere.

E dunque governi lungimiranti dovrebbero agire in modo che gli intenzionati a emigrare nei nostri paesi possano entrarvi regolarmente e non in via clandestina, e con questo intendo una politica di flussi seria. Ma soprattutto non basta far entrare i migranti nei Paesi più sviluppati: occorre mettere in campo le misure necessarie affinché possano davvero integrarsi ed essere, se lo desiderano, cittadini (per esempio italiani, nel nostro caso) di domani.

A Varese, da quando sono assessore ai Servizi sociali, mi occupo di questo tema. Abbiamo sempre cercato di trattare il fenomeno attraverso semplici azioni, banali fin che si vuole, ma che prima non erano messe in campo.

La prima. Abbiamo aumentato i posti del sistema di accoglienza dei profughi al fine di renderlo rispondente alla richiesta dello Stato. E questo è il cosiddetto sistema SAI (ex sprar) che gestisce le persone che hanno già ottenuto la tutela internazionale. In secondo luogo abbiamo stretto un “patto” con gli operatori presenti (le cooperative) che so occupano della questione. No a luoghi di accettazione con numeri assolutamente giganti, ma accoglienza diffusa su tutto il territorio così da ospitare le persone, piccoli gruppi, in appartamenti, in tutti i quartieri e farle seguire da operatori, assistenti sociali e, dove serve, psicologi. Inserimento dei richiedenti asilo nei corsi di italiano e richiesta a loro di svolgere attività di volontariato a favore della comunità ospitante.

Così in questi anni abbiamo avuto persone che hanno pulito i marciapiedi quando nevica, sistemato i cimiteri, ridipinto le aule delle scuole, aiutato anziani in difficoltà nei centri comunali eccetera.

Insomma, abbiamo cercato di risolvere un problema e insieme di creare una risorsa per la città. Compiendo un atto di impegno e di recupero di dignità per i ragazzi che altrimenti sarebbero stati destinati a passare il tempo attaccati al cellulare o alle cuffiette a sentire musica in attesa della possibilità di avere il permesso di soggiorno.

L’immigrazione è come l’acqua che ti arriva addosso quando straripano i fiumi. Non la puoi fermare, la puoi solo governare. Questo è quello che dovrebbero fare personalità politiche non in preda alla partigianeria ideologica o, peggio, al tornaconto elettorale, visto che la paura dell’altro fa sempre “ricco” il demagogo.

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