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Apologie Paradossali

DISINFORMATI

COSTANTE PORTATADINO - 10/11/2023

guerra(O) Mi stupisce la tranquilla indifferenza con cui la gente, diciamo la grande maggioranza, sembra contemplare dall’esterno le vicende delle guerre, anche delle più gravi, pericolose e sanguinose.

(S) Al punto che se chiedi al signor Tizio quali sono le guerre in corso a malapena ti citerà Ucraina e Palestina e nemmeno proprio informato. Ma ignorerà Nagorno Karabak, Sudan, Yemen, Siria, Iraq, Polisario e tutti i focolai sotto cenere: Georgia, Cecenia, Congo, Libia, tutto il Sahel, Etiopia/Tigrai, Somalia e … faccio fatica anch’io a ricordarmi tutti i conflitti, senza contare Cina e Taiwan.

(C) Di primo acchito direi: mancanza di senso morale. Mancanza di quella comprensione del legame universale tra tutti i popoli. “Fratelli tutti” lo può dire solo il Papa; per la maggior parte di noi non si può escludere un conflitto con fratello e sorella. Vorrei però cercare cause più specifiche di questa indifferenza; vorrei cercarle nelle modalità della comunicazione di massa e, ancora più a fondo, in una specie di regressione che sta subendo il linguaggio stesso.

Il paradosso di oggi è che diamo poco valore alle informazioni che riceviamo, perché siamo troppo informati. Quanto ci è necessario sapere è sommerso da una quantità di messaggi, non tutti inutili, ma comunque sempre trasmessi perché utili a chi li promuove. Messaggi politici o commerciali, pubblicitari o etici, ricreativi, sportivi, artistici, culturali, utilitaristici: tutti hanno un loro perché, sempre nell’interesse di chi li emette. Pure le prediche in chiesa e magari anche gli elogi funebri. Capite come è difficile formarsi un giudizio o persino voler fare la fatica di ascoltare tutte le versioni, paragonarle, distinguere le falsità e le esagerazioni, scoprire le omissioni interessate.

(S) Difficile sì, ma è sempre stato così, anche i soldati, quanti conoscevano la ragione del loro combattere, nelle grandi guerre, anche recenti?

(C) Infatti voglio evidenziare altri più profondi livelli: il primo: preferiamo dare ascolto alla “voce amica”, dai conflitti mondiali allo sport, dal razzismo all’ideologia, non c’è controllo dei fatti o VAR che ci faccia cambiare opinione.

(O) La rinuncia alla verità è ormai un dato della conoscenza, possedere la verità è una pretesa insensata e irritante, specialmente se esercitata da un singolo. Correttezza è il nuovo dogma e chi le resiste è antidemocratico, cioè fascista. Si comprende quindi che i giudizi espliciti sulla guerra In Palestina sono espressi solo dai pregiudiziali sostenitori di una delle due tesi o dai rari competenti.

(S) Le masse filo-Hamas invece sono perfettamente consce di manifestare per l’eliminazione d’Israele? Cioè per la soppressione fisica o l’esilio di milioni di persone e che l’attacco di Hamas mirava solo a questo, attraverso un’escalation che scontava la reazione furiosa d’Israele e le migliaia di morti di Gaza?

(C) Sicuramente, per loro questa è la verità, ma questo esito drammatico sfugge all’Italiano medio che sentendo le opposte campane non sa a chi credere e non si sente direttamente coinvolto e ferito neppure dai fatti più gravi. Ma più importante ancora è la diseducazione all’approfondimento, ciò che Onirio osa chiamare rinuncia (per lui doverosa) alla verità. La comunicazione oggi più diffusa ed efficace, social e televisiva, ha ridotto lo spazio fisico del messaggio a troppo poche parole per generare comprensione vera. Invece di argomentare si rivendica il merito per sé o si attribuisce il demerito all’avversario, senza sviluppare un concetto, senza dimostrazione. Che si tratti di politico al telegiornale, di tifoso, di sindacalista o d’imprenditore, non cambia il metodo. Notate che nei dibattiti televisivi il politico che ha successo non è chi fa un ragionamento completo, ma chi è capace d’interrompere l’avversario, con una battutaccia. È una regressione del linguaggio, che comporta una regressione del ragionamento. Torniamo al livello animale, quello di cui dispongono i babbuini, di un segnale specifico per avvisare il branco “c’è il leone”, appena più evoluto del fischio della marmotta o del colpo di coda del pesce pagliaccio: bene, anche gli umani stanno ritornando ad una forma di comunicazione così elementare. Aggiungo che è ormai dimostrato che la forma di comunicazione digitale, quella che ahimè sto usando anch’io, riduce la capacità di sviluppare idee complesse, rispetto a quelle tradizionali, la scritta e ancor più quella orale, intendo di presenza, non certo nella forma del talk-show. Se non ascolti di persona, non riconosci l’autorevolezza di un maestro.

(O) Che cosa suggerisci per superare l’indifferenza?

(C) Rischiando il paradosso, quasi contro quello che ho appena scritto, userei tutti i mezzi di comunicazione di cui disponiamo, compresi quindi quelli digitali, la società civile in grande, RMF in piccolo. Ma per formare giudizi veri e andare oltre l’informazione partigiana, è necessario vedere un tentativo, a rischio di fallimento, di un dialogo in presenza tra diversi che abbiano davvero voglia di ascoltarsi e non di fare solo propaganda. All’ONU non ci riescono, amici di RMF, ci proviamo?

(O) Onirio Desti (S) Sebastiano Conformi (C) Costante

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