Economia

ETS, QUALE FUTURO

FEDERICO VISCONTI - 02/05/2025

Nel mitico ABC, Airoldi, Brunetti, Coda, croce e delizia di migliaia di studenti di Economia Aziendale, si legge: “Nei sistemi economici evoluti, una parte rilevante dell’attività economica si svolge in istituti non profit, ossia in istituti privati nei quali è vietata la distribuzione dei risultati reddituali e del patrimonio a favore dei soggetti che li controllano: gli associati, i donatori, gli amministratori. Si noti che “non profit” non significa che è vietato realizzare risultati reddituali positivi. È perfettamente possibile e in linea di principio è assolutamente auspicabile che tali risultati siano conseguiti”.

Due commenti, a più di trent’anni dalla pubblicazione.

Il primo: è innegabile che il contributo degli enti del terzo settore si sia fatto più importante che in passato. Sarà perché i “sistemi economici evoluti” così evoluti poi non sono, sarà per altre ragioni, il dato di fatto è che il non profit sta rispondendo a un mare di bisogni che né pubblico né privato riescono ad intercettare (sempre che lo vogliano).

Il secondo: è evidente che il percorso verso “risultati positivi” (economici ma anche competitivi e sociali) presenti ampi margini di miglioramento.

La questione va posta senza mezzi termini: gli ETS sono aziende, punto e a capo. Provare per credere: ecco alcuni fronti gestionali in cui le discipline aziendalistiche, opportunamente declinate, possono dare il loro contributo.

La governance. Senza voler scimmiottare modelli alla Generali o alla Leonardo, basterebbe creare i presupposti affinchè gli organi di governo lavorassero in profondità per il bene dell’istituzione. Prove del nove, tra le tante: come è composto il CDA? I membri esprimono competenze adeguate alle sfide aziendali? Le posizioni di vertice ruotano o si perpetuano? Viene svolto un lavoro sistematico sugli obiettivi istituzionali e sulle condizioni per realizzarli?

La gestione del personale. Esistono enti di poche persone ed enti che ne mobilitano centinaia. A prescindere dalla dimensione, questioni come i rapporti tra personale dipendente e volontari, l’organigramma, la formazione, il welfare devono essere gestite come i manuali insegnano. Se poi si pensa agli enti impegnati nel sociale e all’atavico problema dell’attrarre e del trattenere personale qualificato c’è poco da stare allegri. Il fai da te ha il fiato corto, servono competenze specifiche.

Il marketing. Anche in questo caso, si tratta di fare la tara: la Ferrero c’entra fino a un certo punto, Telethon appartiene ad un altro pianeta. Ma è pur vero che il marketing della casa, fatto il più delle volte di carisma personale, passa parola e mailing list, può mordere fino a un certo punto. Se è il fund raising a tenere a galla la barca, per potenziarlo servono leve come il branding e il targeting, i social e il crowdfunding… Senza dimenticare un aspetto, poco esplorato: nella attrazione delle risorse c’è concorrenza. Un donor può dare soldi all’ente X e non all’ente Y. Il che non significa che non sia stato generoso. Semplicemente ha fatto una scelta, a valle di un determinato processo decisionale. Vien da pensare a quando si scelgono l’auto o il caffè …. il marketing ci mette sempre del suo.

Potrei proseguire, avventurandomi nell’analisi dei costi e dell’efficienza, nella gestione del patrimonio e della sostenibilità, ma mi fermo, citando il filosofo cinese Lao Tzu, che nel 500 a.C. affermava: “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo”. Gli ETS di miglia ne hanno percorse, animati da quei valori, motivazioni ed energie che appartengono al loro DNA. Che il passo verso la buona gestione aziendale sia ancora da compiere?