«Quell’elicottero sopra la nostra casa alle quattro del pomeriggio, ormai da cinque giorni, non era casuale. L’avevo detto a mia madre, di lei mi fidavo… l’elicottero monitorava i nostri movimenti… Un giorno mi spinsi anche a confidarle che potevano pensare che fossi coinvolto nel crollo delle Torri Gemelle. Mi guardò preoccupata, mi disse che forse non stavo bene e che dovevo sentire uno psichiatra bravo…»
Così ha inizio il disturbo della coscienza che più tardi la scienza medica definirà “bipolare”. Queste sono le prime, spiazzanti battute del libro “L’impagliatore di sedie – Vita bipolare di un artista bipolare”, inserito nella collana dell’Archivio Critico della Salute Mentale edito da Meltemi. Nikolaj Gory è lo pseudonimo che l’autore ha scelto per narrare la sua storia vera: una testimonianza tormentata, viscerale e complessa. Ho conosciuto Nikolaj mentre era in cura presso il centro Gulliver una cooperativa sociale attiva a Varese dal 1986 che si occupa di prevenzione, cura e supporto alle persone in situazioni di fragilità e il recupero dei tossicodipendenti, l’ho seguito e aiutato insieme a tanti artisti, fino a che mi sono trovato in mano questo libro davvero molto bello perchè vero e vissuto sulla propria pelle.
“L’impagliatore di sedie” infatti è un’autobiografia di una sincerità disarmante e coraggiosa, proprio perché mette a nudo il dramma lacerante di un uomo intrappolato in un paradosso esistenziale: l’impossibilità di tracciare un confine netto tra normalità e follia. Il protagonista finisce così per precipitare in un vero e proprio girone dantesco, dove il male mentale si intreccia indissolubilmente con il disagio esistenziale e la tossicodipendenza.
Il lettore viene trascinato in un labirinto di sofferenza, esperienze di buio e speranze disattese, passando da un farmaco all’altro, da una comunità psichiatrica a un centro di recupero per tossicodipendenti. Tra paure disarmanti, antipsicotici, Xanax a gogò, stabilizzatori dell’umore e antidepressivi, dove si consuma il dramma dell’identità perduta: arriva un momento in cui diventa impossibile distinguere dove finisca l’autentica malattia e dove inizi l’effetto alienante delle stesse cure, da cui il protagonista si ritrova a dover affrontare una disintossicazione identica a quella dalle droghe di strada. Un racconto onesto, spietato, di un uomo che, pur di sfuggire a un terribile destino di alcol, stupefacenti e oblio, inizia ad aggrapparsi all’arte come ultima, disperata risorsa per strapparsi al nulla, al continuo fallimento esistenziale che lo assedia e che lo ha spinto persino sull’orlo del suicidio.
Ci prova prima attraverso l’introspezione dei propri ritratti riflessi nello specchio, poi con la poesia, e infine con una danza liberatoria che lo vede completamente nudo, coperto di argilla, a rotolarsi in una sorta di arteterapia post-moderna davanti agli occhi esterrefatti e curiosi del pubblico. Ma non siamo ai lontani tempi del Monte Verità dove artisti anarchici, pensatori, di tutto il mondo venivano da un modo ragionato con esagerata semplicità, ma dove la sregolatezza veniva studiata all’ Università per la guarigione dell’uomo. In realtà, il suo vissuto interiore è un tumulto caratterizzato da forme eccessive di egolatria e pulsioni erotiche fuori controllo; eppure, queste ombre vengono confessate con l’autentica volontà di rappresentarle come espressioni esasperate del corpo e, soprattutto, come un incontenibile, disperato bisogno d’amore e di attenzioni speciali.
È proprio in questo punto esatto che il corpo e la poesia confinano con la follia. La letteratura è ricca di simili esempi, ma qui la carne sanguina di una necessità reale e di una tensione assoluta verso il caos. La scrittura allora, grazie a un ottimo editing, diventa luogo di riscatto e di guarigione. «Non so cosa sia la follia. Può essere tutto o niente», scrive l’autore citando Franco Basaglia, il padre della legge che ha chiuso i manicomi. Basaglia ricordava che la follia è presente in noi quanto la ragione, e che la società dovrebbe accettarle e integrarle allo stesso modo. Invece, nel momento in cui un “folle” entra in un’istituzione, smette di essere tale e viene ridotto a mero malato.
È esattamente qui che Nikolaj Gory pone il suo quesito più profondo e politico: si diventa folli per natura, o è la società stessa che condiziona, etichetta e istituzionalizza questi stati mentali? Osservando ciò che sta accadendo oggi nel mondo, tra guerre, terremoti, fame, disuguaglianze sociali e carestie, tornano in mente le parole dei nostri vecchi: “La parola Manicomio è scritta di fuori”. Di fronte a un simile scenario, il dubbio si fa certezza: è l’uomo apparentemente dotato di potere e ragione a rivelarsi, alla fine, il vero folle. Da questo inferno, tuttavia, Gory emerge vincitore, salvato dal potere terapeutico della scrittura, dalla sacralità dell’arte e da quell’amore profondo che, passando per i suoi abissi, lo ha ricondotto alla vita.