
Esiste un’apparente contraddizione nella storia degli Stati Uniti d’America. Da un lato, nessun grande Paese occidentale ha forse attribuito allo sport un ruolo così centrale nella formazione del carattere individuale e nell’immaginario collettivo. Football, baseball, basket, hockey, atletica. Generazioni di americani sono cresciute identificandosi con squadre, università, campioni e competizioni.
Dall’altro lato, se si osserva la galleria dei grandi protagonisti della politica americana, si scopre che quasi nessuno di essi proveniva dallo sport professionistico o aveva raggiunto una fama sportiva tale da precedere quella politica. Da George Washington a Thomas Jefferson, da Abraham Lincoln a Theodore Roosevelt, da Franklin Delano Roosevelt a Harry Truman, da Dwight Eisenhower a Ronald Reagan, il tratto comune non è lo sport ma la politica, il diritto, l’attività militare, l’impresa, l’insegnamento o la comunicazione. Perfino Presidenti relativamente giovani e dinamici come John Fitzgerald Kennedy o Barack Obama erano appassionati sportivi e praticanti occasionali, ma certamente non campioni.
L’eccezione più significativa resta probabilmente Gerald Ford. Fu un eccellente giocatore di football all’Università del Michigan, una delle più prestigiose fucine sportive del Paese. Ricevette persino offerte da squadre professionistiche. Tuttavia la sua notorietà nazionale derivò dall’attività politica, non dalle imprese sul campo. La spiegazione potrebbe essere semplice. Gli americani amano profondamente lo sport, ma hanno sempre mostrato una certa diffidenza verso l’idea che la popolarità atletica costituisca, da sola, titolo sufficiente per governare la Repubblica.
Per arrivare alla Casa Bianca si sono rivelati più utili la conoscenza delle istituzioni, la capacità di costruire coalizioni, il talento oratorio, l’esperienza amministrativa o militare. I Padri Fondatori stessi rappresentano l’esempio più evidente. Uomini come James Madison, Alexander Hamilton e Benjamin Franklin erano studiosi, giuristi, diplomatici, pensatori. Nessuno avrebbe potuto essere scambiato per un atleta celebre. Si potrebbe persino sostenere che la politica americana, proprio perché opera all’interno di una struttura costituzionale complessa e articolata, abbia premiato soprattutto l’intelligenza istituzionale più che il prestigio sportivo.
Così accade che il Paese che ha trasformato lo sport in una componente essenziale della propria identità nazionale abbia affidato il proprio destino, quasi sempre, non ai campioni degli stadi ma ai professionisti della politica, del diritto, dell’economia e delle armi. Una constatazione che non diminuisce il valore dello sport. Semplicemente ricorda che vincere un campionato e governare una grande Repubblica richiedono talenti diversi. E che, almeno finora, gli Stati Uniti hanno raramente confuso le due cose.