
“Il risveglio delle coscienze è l’inizio di una rivoluzione silenziosa”. Parole di Liliana Segre Sopravvissuta da bambina all’inferno di Auschwitz, senatrice a vita, negli incontri dove rende testimonianza ai giovani di quell’atroce momento storico, raccomanda sempre l’importanza di conoscere e di ricordare: per tenere alta l’attenzione, affinché non si ripetano vergognose esperienze.
E forse mai come in questo momento trovano conferma le sue parole, accanto a quelle di Primo Levi, indimenticato autore di “Se questo è un uomo”: entrambi testimoni consapevoli -perché protagonisti sulla propria pelle- delle atrocità commesse dai nazisti contro gli ebrei. Affinché sia chiaro a tutti che il rispetto dell’altro è imprescindibile condizione di una società giusta e democratica.
Se credevamo di esserci lasciati ormai alle spalle immagini e parole di una tragedia mostruosa come quella della Shoah, a riportare di nuovo indietro le lancette della storia contribuisce la crudezza dell’attuale realtà: con la terribile strage del 7 Ottobre ’24 di Hamas e le conseguenti, tremende ripercussioni per i palestinesi sul territorio di Gaza. Ma anche i respingimenti negli Usa, al confine col Messico, sono segno di una disumanità arrogante, crescente e diffusa.
Vero è che già Primo Levi aveva evidenziato, più che la condanna dei nazisti – insita già nelle puntuali informazioni fornite da chi era stato vittima in prima persona – la necessità della testimonianza.
Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, ha deciso di concentrare a sua volta l’impegno di senatrice a vita nel fattivo sostegno a manifestazioni, incontri, celebrazioni memoriali volte a tenere alto il ricordo, e vigile l’attenzione. Affinché non abbiano a ripetersi atti di intolleranza e sopraffazione già troppo visti e subiti in un passato non lontano,
Ci illudevamo forse si trattasse di un diligente, doveroso ricordo di un passato che non ci appartiene più. Eppure il ritorno di inaccettabili discriminazioni e violenze chiama ora a nuove responsabilità, che riguardano il mondo intero. Ci lasciano allibiti i tentativi voraci, di energumeni in veste di leader, di fagocitare presente e passato, per soddisfare egoismi personali e ambiziose, predatorie mire politiche.
È più che mai tempo di vigilare, di distinguere tra ideatori e operatori d’una politica seria e perbene e impuniti faccendieri d’un falso progresso volto ai soldi e agli egoismi. E di desiderare una politica mondiale liberale e responsabile, attenta alle necessità e alle unicità di ogni Paese, con il dovuto rispetto. Vediamo invece che l’Iran è luogo di atrocità impensabili, e la Groenlandia boccone ghiotto nelle mire di Cina, Russia e Usa. Peraltro già strapazzata dall’Europa: la Danimarca arrivò a imporre alle donne Inuit, tra gli anni Sessanta e Settanta, la sterilità obbligatoria.
Sono le nobili parole di Primo Levi a ricordare, spronare e insegnare a distinguere le unicità del mondo, da quello grande che si estende a ogni latitudine a quello piccolo di casa nostra: a sua volta non esente dall’inganno, dai pregiudizi, dalle negligenze di cattive scuole. Dove verità libertà e limpidezza di pensiero cedono il passo a interessi di pochi privilegiati, rispetto alle necessità degli altri. “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente: si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa promessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo”.
Ho una cara amica- una vita dedicata all’insegnamento. Sta spendendo, ancor oggi, ogni suo giorno e anno per tenere alto e ricostruire al meglio il ricordo di uno zio e dei compagni di detenzione, morti nel ’44 nella strage di Fossoli. Un’Associazione è nata allo scopo di recente. E un altro fondamentale contributo è stato portato da Francesca Baldini, giovane studiosa e autrice di un’opera che si propone di portare nuovi contributi sulla strage avvenuta. Su cui ancora non si è fatta piena luce. Elena ha ripercorso, passo dopo passo, il cammino dello zio durante la detenzione in carcere, da Bergamo a San Vittore, fino al campo di Fossoli. Dove venne fucilato con altri sessantasei prigionieri e sotterrato in una fossa comune, scavata dagli stessi. Da anni la mia amica racconta ai ragazzi la storia dello zio, giovane laureato in economia e commercio, che aveva scelto di contribuire alla difesa del suo Paese in collaborazione con le forze della Resistenza Milanese, capitanate da Leopoldo Gasparotto. Anch’egli eliminato a Fossoli. Ucciso alle spalle da chi non aveva neppure avuto il coraggio di guardargli negli occhi.