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Cultura

IL GIORNO DELL’EMERGENZA

MASSIMO CRESPI - 22/02/2013

Che cos’è quel fumo sopra Gallarate? Strano fumo denso, color ruggine, come se bruciasse qualcosa di stagionato sotto il tetto della storia cittadina; qualcosa di prezioso, ricco di sostanza comburente… E il combustibile non è soltanto l’aria rarefatta del centro culturale della città, ma pure l’intera copertura del suo museo per eccellenza, moderno, vulnerabile se gioca col fuoco sconsacrato di uno sprovveduto che non sa della materia poliuretanica che s’usa tra gli architetti dell’ultimo grido.

Oooh! Grida quel pompiere lasciato solo sulla torre del suo camion che mi squadra assordato dalle voci convulse delle radio che lo reclamano. Oooh! Sono qua da solo!

Ma no! Ci sono decine di presenze visibili lungo le cancellate limitanti l’accesso delle gallerie espositive, e sono passanti, vicini di casa, povera gente richiamata dall’incendio nel cuore di devoti sostenitori dell’arte e delle casse comunali: cittadini d’ogni foggia, tinta, grandezza, confusi con le tele che vengono portate loro perché le guardino poggiate sulle recinzioni dell’area d’esposizione che sta salutandoli per sempre. Poi ci sono quei vigili, tanto vigili lassù, che cercano di domare le fiamme e gli istinti dei volonterosi improvvisati salvatori, i quali non si curano dell’alto grado della temperatura al piano dove è tutta un’acqua per terra, ma s’affannano nel trasporto d’opere pesanti, ingombranti, delicatissime.

E giù dalle scale sono donne, vecchi, nessun bambino per fortuna; tutti che corrono con addosso cose rigide quadrate e rettangolari che rischiano la fine perché strappate via dalle pareti, gettate nei miasmi della vampe e dei lapilli infernali del MAGA che brucia.

Chiedo di sapere cosa succede, dove succede e se succede che qualcuno debba venire soccorso… Niente, se non un attimo di richiesta d’attesa; attesa che mi trova a fare la fila con i poliziotti, meno pensierosi di me perché è presente l’Amministrazione comunale ed il Sindaco, col loden, e qualche doppiopetto blu, più un alto dirigente per niente preoccupato, se non di dare la mano per recuperare preziosi, impagabili beni.

Scopro fai da me che qualcuno s’è bruciato ma, hai voglia di prenderlo, farlo smettere di correre ed ansimare: è dipendente precario del posto che va a fuoco, pertanto non si riposa. Attenti! Si ferma, stramazza, s’inginocchia, piange: è il momento giusto. L’interrogo. Che è successo, tutto okay? S’alza di botto, si sradica le vesti, risorge e ritorna all’inferno, sudato, congestionato dal monossido nei polmoni, però la debita vocazione sacrificale chiama: allora…

Quel tipo grosso coll’autorespiratore e il casco rosso si mette di mezzo, non vuole che ci si faccia del male e si rischi d’arrostirsi. Fuori si fuma al gelo di febbraio depositando la cenere delle sigarette sopra a lenzuoli tinteggiati sulla juta; si sollevano con gli scarponi disegni surreali di qualche noto pittore estroverso; si tira a centrare con la saliva figure di donne dipinte nude.

Quell’esponente municipale conferma la possibilità che possa piovere sul tetto dell’edificio compromesso come sui quadri ammonticchiati sulla terra del giardino, o che possa cambiare vento, così che quei palazzi intorno coperti dalla nebbia tossica possano liberarsi godendo l’aria pulita… A proposito, l’evacuazione sarà avvenuta? Mi risponde sbracciandosi il tizio che si intravede su un balcone con una canottiera grigiastra, stravagante. E nel frattempo giungono mezzi per la messa a dimora delle tavole più pregiate e quotate. Ci vorrebbe qualche tir; arriva la Panda del Comune ed un Ducato vecchio tipo. Non ci staranno tutti i pezzi sparsi perimetralmente lungo le inferriate, soprattutto quelli grandi come la mia anticamera, ma si sa, prima quelli piccoli…

Il pompiere più forte rimane quello che porta cataste di sei, sette tele sovrapposte sul suo giaccone segnato dall’evento, trattenendole con i suoi guantoni nerastri. Che belle le tele! Giochi di chiaroscuro, paesaggi notturni su candide geometrie e sofisticate visioni…

Correte, correte! Due fotografi freelance si litigano le drammatiche e spettacolari sequenze ed uno sviene, preda dell’angoscia; poi rinviene e deve lavorare, nonostante l’impressione dell’infarto. Giù dall’ambulanza continua a scattare ed immortalare deglutendo l’amaro della bocca muta per contratto. Chi parla fa la fine dell’addetto stampa spintonato malamente dall’agente che lo becca mentre registra ciò che le folle cittadine e persino due cani fissano beatamente, mentre pisciano nei pressi di un paletto con la forma di scultura contemporanea.

Correte! Di nuovo! Qualcuno mi strappa di mano la bottiglietta dell’acqua che trattenevo gelosamente per donarla agli assetati privati di liquidi che lanciano dall’autoscala tesa al cielo; scappa al piano primo, sopra al quale deve trovarsi l’infortunato bisognoso di cure e di minerali. Di qui, di là! L’inseguo buttandomi nella coltre mefitica ardente di suppellettili deformate e rimango sbigottito nel constatare vegeto l’immaginario, deceduta solamente la volta, accumulatasi in guisa di sarcofago che contiene resti d’uno stagista fuggito senza portarsi via la borsa col giaccone e il copricapo, sì da parere ci fosse rimasto sotto…

Si fa buio. Pedro scherza col suo papà per scaldarsi, tirandogli poca sporca neve ghiacciata che schizza sul dipinto restato senza custodia al fondo del cortile, e un protettore civile gli ricorda animosamente che quella pittura vale più del suo spasso; però l’imbrattatura del viso del ragazzino, tutta acne e cicca sudamericana mi sembra più bella del soggetto lordato. Chissà! Forse è il soggetto sbagliato.

Me ne vado riconoscendo tra la gente er Pennerone, lo spostato che neanche vede la gran macchina cittadina che va a farsi benedire, ma guarda al cimitero gallaratese di lato, opposto luogo della morte e della decadenza senza prospettive, e sbuffa aspettandosi lo spegnimento del fuoco dei lumini fatui, tuttavia ancora vivi, inspiegabilmente…

E l’incendio dietro di lui? Non s’è estinto: la struttura superiore che copre lo stabile museale non è stata progettata per la resistenza al calpestìo dei vigili del fuoco; che pertanto non sono potuti intervenire efficacemente e non hanno potuto spegnere, ma hanno lasciato bruciare, controllando che bruciasse bene però. Su un’insegna pubblicitaria all’uscita sta ancora scritto che quel posto “non finisce mai”: di bruciare. Ciao ciao, MAGA!

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