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Attualità

LIBRI AL ROGO, ANTICA TENTAZIONE

SERGIO REDAELLI - 03/05/2013

Libri al rogo. L’articolo “Veronelli e De Sade: processo a Varese” che Luca Conte ha pubblicato nel XXX fascicolo della Rivista della Società storica varesina rievoca il più recente episodio accaduto in casa nostra di un male antico, la censura, che è sempre stato presente, in ogni epoca, in chi detiene il potere. L’articolo parla del rogo che avvenne nel 1961 nel cortile della Questura di Varese, a Casbeno, dove furono bruciate tutte le copie del libro “Storielle, racconti e raccontini” del marchese De Sade, stampato quattro anni prima dalla piccola casa editrice Manfredi di Varese per conto del principe dei giornalisti enogastronomici che qui figurava in versione di editore. Con l’accusa di pornografia.

Per la lettura vi rimandiamo all’originale. Alle considerazioni ci pensa l’autore dell’articolo: “I roghi dei libri o di altre affini testimonianze scritte – spiega Luca Conte – hanno tristemente accompagnato la storia dell’uomo, segnandone spesso i momenti più bui. Dai periodi più oscuri dell’impero romano all’efferata opera dell’Inquisizione, dalla Cina antica alla distruzione di ogni testimonianza dei popoli precolombiani e via via fino ai più recenti roghi nazisti e sovietici, la parola scritta ha conosciuto nemici inesorabili. Lo scopo, semplice e terribile, è sempre stato quello di estinguere la storia, sterminare, nel presente, i portatori di malattie e infezioni ostili al sistema e, nel contempo, liquidare un soggetto”.

È un problema che ha coinvolto anche il Vaticano attraverso l’indice dei libri proibiti che il papa Paolo VI, al secolo Giovanni Battista Montini, abolì meno di cinquant’anni fa, il 14 giugno 1966, dopo oltre quattro secoli di censura. Tra gli autori messi all’indice all’epoca figuravano Honoré de Balzac, Francis Bacon, Cartesio, Victor Hugo, Kant, Marx, Pascal, George Sand, Voltaire, Emile Zola, André Gide, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir; e poi D’Annunzio, Foscolo, Giovanni Gentile, Leopardi, Pietro Verri, Alberto Moravia. L’istituzione dell’elenco dei libri proibiti risale al 1558 quando il Sant’Uffizio, regnante papa Paolo IV, Gian Pietro Carafa, vietò, pena la scomunica, la lettura e la vendita dei testi che il Vaticano riteneva eretici.

Ma già sedici anni prima, nel 1542, papa Paolo III Farnese aveva istituitola Santa Congregazionedell’Inquisizione Romana, il famigerato Sant’Uffizio, per vigilare sulla purezza della fede, accentrandone le attività a Roma e commissionando la stesura di un primo indice dei libri proibiti a un prelato d’origine toscana, monsignor Giovanni Della Casa, vescovo di Benevento e nunzio pontificio a Venezia. Con la bolla del 29 aprile 1550, il successore Giulio III revocò la facoltà di leggere e tenere libri luterani, eretici o sospetti che erano state concesse dai lontani predecessori e il 3 giugno 1550 ordinò il primo rogo di libri eretici in Vaticano.

Racconta lo storico dei papi, Ludwig Von Pastor: “Malgrado la sua mitezza, Giulio III dispose nel 1553 che l’Inquisizione confiscasse e bruciasse i libri talmudici ebrei e con l’editto del 12 settembre 1553 tutti i principi, vescovi e inquisitori ricevettero l’ordine di fare altrettanto. Di fronte alle proteste degli ebrei che pregavano il pontefice di ritirare il provvedimento o almeno di permettere loro l’uso dei libri rabbinici non insidiosi, Giulio III emanò una bolla il 29 maggio 1554 prescrivendo che, entro quattro mesi, le comunità giudaiche consegnassero tutti i libri contenenti bestemmie e ingiurie contro Cristo e che “nessuno le molestasse per altri libri”.

Il culmine lo toccò il successore Paolo IV Carafa che era convinto che “le cattive prediche, i cattivi libri e la vita cattiva” fossero le fonti dell’eresia. In preda a un’autentica febbre censoria, Paolo IV istituì l’Indice dei Libri Proibiti da ardere nei roghi pubblici, obbligando una sessantina di editori a chiudere bottega. Tra i testi considerati pericolosi per la fede e la morale cattolica indicò il Decameron di Giovanni Boccaccio, il De Monarchia di Dante Alighieri, Il Principe di Niccolò Machiavelli, tutte le opere di Erasmo da Rotterdam e il Talmud, testo sacro dell’ebraismo. Era evidentemente un’esagerazione e il commissario generale Michele Ghislieri (futuro papa Pio V poi proclamato santo) dovette esortare il Sant’Uffizio alla moderazione.

In una lettera indirizzata all’inquisitore di Genova del 26 giugno 1557, Ghislieri osservò che proibire la lettura dell’Orlando dell’Ariosto o delle Cento Novelle era ridicolo: “ …di prohibire Orlando, Orlandino, cento novelle et simili altri libri più presto daressemo da ridere ch’altrimente… perché si legono come fabule et come ancor molti libri de gentili come Luciano, Lucretio ed altri simili…”. L’indice di Paolo IV (o “paolino”) fu aggiornato da Pio IV e restò operativo nei successivi quattro secoli “per impedire la corruzione morale dei fedeli attraverso la lettura di libri teologicamente sbagliati o immorali”, fino alla riforma liberale, come abbiamo ricordato, voluta nel 1966 da papa Montini.

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