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Editoriale

POSTMODERNITÀ

CAMILLO MASSIMO FIORI - 06/06/2014

“Hands” di Vito Carta, 2007

I profondi e radicali mutamenti che si sono verificati negli ultimi decenni hanno aperto una nuova epoca nella storia umana. Essa è gravata da due marcate caratteristiche: il collasso delle culture tradizionali e un futuro che si presenta carico di incognite.

La “società del rischio” si presenta con una gamma di possibili disastri: la possibilità di una guerra nucleare, la contrazione delle risorse alimentari a livello globale, la stagnazione dell’economia, la manipolazione genetica, la concentrazione del potere in una ristretta élite tecnocratica e il rischio di un collasso ecologico del pianeta.

Crollate le ideologie demiurgiche degli ultimi due secoli l’uomo occidentale deve confrontarsi con la necessità di reinventare tutto. Da quando quelle ideologie hanno perduto la loro forza motrice, l’uomo contemporaneo si trova solo con il suo pensiero e il suo smarrimento.

La modernità era stata fraintesa come promessa di affrancamento, come possibilità di liberarsi dalle contingenze della finitezza; invece era anche il preavviso di un fardello da portare. Abituato a vivere in un mondo determinato e ordinato da quelle ideologie, l’uomo di oggi è smarrito e disorientato ma si aspetta che sia ancora la società a procurargli, con le sue istituzioni e i suoi prodotti, sicurezza e felicità rivendicati come diritto.

L’uomo della post-modernità si scontra invece con la realtà delle ingiustizie sociali e le interpreta come se fossero le uniche sventure individuali, ritiene che può essere solo sé stesso quando è provvisto di ciò che gli è necessario per esprimere la propria potenzialità.

Questo modo di pensare e di comportarsi si identifica con l’idea di autenticità come desiderio caratteristico dell’uomo contemporaneo; ma l’autenticità può portare alla scoperta di modi migliori e più profondi per vivere ma anche ad un atteggiamento di banalizzazione che rende le persone poco sensibili di fronte ai problemi più importanti.

Con la caduta dell’ottimismo proprio delle ideologie storiche – il positivismo, l’idealismo e il marxismo – la ragione ha riconosciuto i suoi limiti e la possibilità di una realtà superiore. Ma si tratta di una ragione formata illuministicamente che non riesce a concepire l’esistenza di Dio e colloca il problema della sua esistenza nel campo del non-senso.

L’uomo contemporaneo è un insicuro che al posto di una solida visione dell’esistenza si trova ad avere solo una speranza, un’esigenza intima, un calcolo pragmatico. La cultura dominante presenta una irrilevanza di Dio e l’uomo di oggi tende ad esorcizzare tutto ciò che viene imposto come assoluto, pur intuendo che la vita umana sbiadisce senza un legame con la trascendenza.

La storia è considerata una realtà autosufficiente con leggi proprie e sviluppo autonomo dove Dio non trova posto. La coscienza è un campo sigillato nel quale si devono tenere chiuse le eventuali convinzioni di fede. La recuperata coscienza del limite non significa l’inizio di un risveglio religioso.

La modernità, con le sue sicurezze, con la fede in un ordine sociale e morale determinati, ha generato una nuova situazione epocale: la post-modernità. Nel mondo post-moderno niente è prevedibile, stabile, sicuro; domina l’incertezza sociale e individuale, i legami interpersonali sono sempre più fragili e la vita diventa precaria.

Per uscire da questa situazione di incertezza bisogno riscoprire il principio di responsabilità, farsi carico delle conseguenze che derivano dai nostri comportamenti e non distruggere la possibilità della vita umana sulla terra. Invece della velocità dei consumi, come mezzo di appagamento, occorre ritrovare la profondità del senso di ciò che facciamo e di chi siamo.

Il passato ci insegna che quando una civiltà perde la memoria storica e dimentica l’eredità ricevuta, non progredisce ma si atrofizza. Un  nuovo inizio non parte da zero ma da una rivisitazione critica dell’esperienza umana.

 

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