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Stili di Vita

FRUGALITÀ RESPONSABILE

VALERIO CRUGNOLA - 07/11/2014

Segantini, Ragazza che fa la calza, Zurigo Kunsthaus

Segantini, Ragazza che fa la calza, Zurigo Kunsthaus

Per millenni la sobrietà ha accompagnato lo scorrere lento della vita. Prima ancora che una virtù, era una necessità connessa alla scarsità delle risorse. L’esistenza era ritmata dalla misura. La soddisfazione del bisogno era circoscritta nel perimetro della sufficienza. Il desiderio andava incanalato nell’alveo delle tradizioni regolatrici di una comunità. Il prevalere degli eccessi era un sintomo di decadenza. I vizi capitali avevano un unico fine: la prevenzione e il timore della dismisura, fosse quella dell’ego o quella del corpo e dell’attaccamento al mondo. La loro condanna aveva un valore sociale; più che un monito individuale, era una barriera di contenimento: se la diga avesse tracimato, se pulsioni e passioni fossero rimaste senza freni inibitori, l’ordine sociale e la convivenza ne sarebbero stati minacciati.

La sobrietà era sì un obbligo, ma anche un presidio. L’esercizio quotidiano dell’autocontenimento consentiva alla diga di tracimare solo nei sogni e nelle utopie collettive. Più di ogni altro, il mondo contadino conosceva l’adesione a una vita frugale e il severo giogo del sacrificio, ma trovava uno sfogo immaginario nel paese di Cuccagna o di Bengodi, nella fantasia di un regno dell’abbondanza e della festa, dove il desiderio era legge e non esistevano più cupidigia, avarizia e invidia, poiché tutti potevano liberamente appropriarsi di ogni cosa, senza recar danno ad altri. La favola esaudiva l’inesaudibile, e ciò bastava.

La civiltà borghese e quella operaia (due mondi speculari, più prossimi di quanto la realtà e la narrazione dei conflitti sociali abbiano fatto credere) sono state persino più austere. Giunte a maturazione nel pieno ‘800, avevano una comune matrice nello spirito illuminista, nell’opposizione a ceti, poteri e privilegi socialmente onerosi e improduttivi. In piena Restaurazione, raccogliendo quella la matrice comune, nel suo famoso Apologo Saint-Simon scrisse che la Francia avrebbe potuto perdere tutte le famiglie di alto lignaggio e tutti i prelati, ma non sarebbe sopravvissuta alla scomparsa dei suoi migliori imprenditori, dei suoi migliori artigiani, dei suoi più provetti operai. Proprio mentre si divincolava dalle rigide catene della necessità, la laboriosità assurgeva a valore fondante del vivere sociale. Il mondo immaginato assumeva i connotati di un immenso opificio, dove ognuno avrebbe avuto secondo il merito e il bisogno.

La forza contenitrice della sobrietà sopravvisse nel nuovo scenario: era il tributo ad un progresso sociale che chiedeva, per essere ottenuto, una fiduciosa pazienza, ciascuno nel proprio ruolo. Il tempo avrebbe fatto giustizia, riducendo le diseguaglianze, offrendo più risorse, più equità e opportunità per tutti. La radicalità dei conflitti sociali impose un’accelerazione: ma nel presente, il più delle volte, le due civiltà si mantennero speculari, ancorché opposte. Nessun conato rivoluzionario poté recidere il cordone ombelicale di un’etica industriale produttivistica e austera.

Dopo il 1945, risorgendo dalle ceneri della sua ultima guerra civile, l’Occidente si trovò nell’arco di un trentennio nel vortice di uno slancio potentissimo: l’età del bisogno fece posto all’età dell’opulenza. L’etica del lavoro, del sacrificio e del risparmio furono, di quella breve età dell’oro, il motore, non un freno. Il premio venne dai consumi di massa, uniti alle conquiste e alle garanzie dello Stato sociale. Di botto, lo sviluppo e la crescita apparvero senza limiti. Gli scienziati del Club di Roma, che nel 1972 osarono additare la finitezza delle risorse, furono presi per profeti di sventura, e rimasero inascoltati. La disponibilità di beni contagiò tutti. La memoria si accorciò ed escluse il futuro dall’orizzonte. La trionfante «economia del desiderio» annullò lo scarto tra sufficienza ed abbondanza, tra necessità e libertà, tra bisogno e superfluo. La sobrietà cessò di essere la misura del possibile. L’immediatezza dell’appagamento prevalse sul suo differimento. Le merci e la tecnica necessaria a produrle, di per sé prive di identità e di autenticità, divennero dapprima un simbolo di status, infine il simbolo di un’identità massificata: Habeo ergo sum. Lentamente, l’inflazione della dismisura ha permeato ogni cosa, si è fatta costume comune.

La primavera e l’estate della dismisura sono state brevi. L’autunno della più lunga crisi degli ultimi tre secoli annuncia un rigido inverno. I filosofi, gli economisti più avvertiti e la Chiesa di Francesco invocano il ritorno alla sobrietà, ad una frugalità responsabile. Dobbiamo – dicono – ridurre il volume dei consumi materiali e accrescere l’accesso ai beni immateriali: l’informazione, la conoscenza, la cultura, le arti, la spiritualità, le relazioni umane. Ma fuori da quei circuiti è un parlare a dei sordi. Sono bastate due generazioni, e la parallela scomparsa della civiltà borghese, operaia e contadina, per farci dimenticare il senso del limite. La politica seguita a promettere nuovo benessere anziché invocare austerità. Sopravvissuti alla recessione, i modelli di un’opulenza ormai tramontata si piegano all’arte di arrangiarsi, ma non mutano le aspettative future. Dobbiamo convertirci a una rinnovata sobrietà, a una diversa fruizione delle risorse e a pratiche solidali dirette. Ma i più non sono pronti. E forse neppure noi, che scriviamo di sobrietà in una casa confortevole e relativamente agiata. La frenata sarà brusca: sapremo dotarci di idonee cinture di sicurezza per parare il colpo?

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