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Cultura

BENVENUTI TRA DI NOI

LUISA NEGRI - 23/01/2015

???????????????????????????????La rossa mano, opera dello scultore Giuliano Tomaino, è dalla scorsa settimana il simpatico benvenuto o l’arrivederci di Varese ai visitatori che entrano ed escono dalla città percorrendo viale Europa. Si tratta della mano, aperta in segno di saluto, che già Varese aveva ospitato in piazza Monte Grappa, assieme ad altre opere dell’artista spezzino, in occasione di una sua precedente e piacevolissima mostra “en plein air” del 2012 curata da Mario Botta e dall’artista, in collaborazione con l’Associazione Parentesi di Alberto Lavit e il critico d’arte Laura Orlandi.

Ora la scultura dal titolo “Sono qui”, grazie alla tenacia di Lavit e al sostegno della Fondazione Comunitaria del Varesotto, campeggia al centro della grande rotatoria che smista il traffico tra la via dei Boderi e via Uberti, nella zona cosiddetta del Nifontano. Zona storica, dove sorgeva il primo ospedale della città e che prende nome dalle nove fontane che nei tempi andati servivano alle donne dell’ antica castellanza di Bosto per sciorinarvi i panni.

È con sorpresa positiva che chi a Bosto abita ha accolto la mano di Tomaino. Perché ha il significato di un qualcosa che segna, con la sua forte presenza, di colore e di opera d’arte, una nuova attenzione a una zona della città da tempo impoverita. Orfana di tanti piccoli esercizi commerciali, presenti una volta al Nifontano e nella sua parte alta, nel nucleo più antico stretto attorno alla chiesa di San Michele, Bosto ha rischiato persino di perdere la “Ugo Foscolo”, la scuola elementare dove generazioni di scolari hanno iniziato il loro cammino scolastico, nell’edificio che sorge a fianco dell’asilo Piccinelli Comolli, in località Gaggianello. Prima che il viale Europa prendesse il sopravvento col suo lungo serpente filante di asfalto – necessario sfogo al traffico in attraversamento della città da nord a sud e viceversa – rade case, affacciate sulla più stretta via del Nifontano, proprio di fronte alla rotatoria, ospitavano un paio di alimentari, una cartoleria, un bar, una merceria, che odorava di mele e di salvia perché vi si vendevano anche frutta e verdura.

In primavera, i fossi, ricolmi d’acqua per il continuo scioglimento della persistente neve, gorgogliavano ai bordi e offrivano qua è là, tra nuovi ciuffi di verde, primule e viole.

Quest’anno la gioviale mano di Tomaino ci ha portato la primavera in anticipo, lungo il viale di scorrimento che s ‘era fatto nel tempo campo di croci, per le intemperanze o le imperdonabili distrazioni di automobilisti amanti della velocità. Ora è spuntato questo fiore rosso. Non è cresciuto da solo, ma per l’intelligenza di chi l’ha creato, di chi l’ha voluto, di chi ne ha sostenuto le spese.

Una nota famiglia di Bosto a suo tempo aveva concesso per realizzare il nuovo viale Europa i terreni circostanti, chiedendo che la strada non fosse però a scorrimento troppo veloce, ma godesse di rotonde o spartitraffico, che in qualche modo frenassero la corsa. E sarebbe allora cosa buona che, alla simbolica mano e alla rotonda, seguisse adesso anche un limite di velocità contenuto nei cinquanta chilometri.

Va spesa una parola per Alberto Lavit, raffinato fotografo e operatore di cultura, che ospita in questi giorni, nel suo spazio d’arte di via Uberti 42, altre due opere di Tomaino in acetato di cellulosa realizzate dalla Mazzucchelli 1849, in tiratura limitata.

La sua intelligente proposizione di iniziative originali e trascinanti, la sua capacità di coinvolgere le istituzioni e personalità come, in questo caso, Mario Botta, il suo amore per Varese, tutto questo merita riconoscenza.

A proposito della ubicazione dello spazio Lavit, sia consentita la curiosità di qualche ricordo: un tempo ospitava gli uffici e lo stabilimento delle officine Riva.

Nazareno Riva era personaggio noto in quel di Bosto, e naturalmente non solo qui. Simpatico e loquace, girava con la sua elegante macchina nera scorrazzando lungo le piccole vie di Bosto, in parte ancora sterrate: da vero gentiluomo concedeva passaggi ai conoscenti che incontrava lungo la strada, ma i suoi impeti d’autista sopra i ciottoli della via mettevano a prova l’equilibrio degli ospiti traballanti sui sedili.

Riva era uno dei noti imprenditori della zona, assieme a Leonardo Tamborini. Quest’ultimo,

a pochi metri dai Riva, aveva casa e stabilimento in via Goldoni 31, uno stabilimento di minuterie metalliche che arriverà ad avere fino a oltre cento dipendenti, per lo più residenti in zona, e che fu negli anni del boom accogliente luogo di lavoro per molti immigrati dal Sud. Parecchi di loro beneficiavano anche di appartamenti d’affitto a prezzi convenienti in un paio di case, chiamate “i casoni”, costruite dal Tamborini, con grande lungimiranza, alla fine degni anni Quaranta. Sempre vicino all’attuale spazio Lavit c’era il burrificio Burpanna dei Tarabelloni, oggi sede dei corsi professionali della Regione.

Questi alcuni ricordi sparsi di anni fa, quando Bosto incrociava un mondo di operosità quotidiana, oggi in parte sparito.

La mano di Tomaino ha dunque portato un sussulto di novità e colore, non lontano dai vapori dei silos della Centrale del latte e dal grigiore di case popolari costruite negli anni Cinquanta, in quella via Stendhal che è sempre stata per i residenti – ignari, o incuranti, delle glorie letterarie del suo intestatario – la via “stèndal”: più che omaggio all’autore della “Certosa di Parma”, quasi un minaccioso imperativo del verbo stendere, tradotto in dialetto bosino.

 

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