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Società

IL VALORE DELLO SPORT

FELICE MAGNANI - 24/04/2015

????????????????????Se per valore s’intende un bene che produce risposte positive alle domande educative e formative delle persone e delle istituzioni allora possiamo senz’altro affermare che lo sport è un valore che propone all’essere umano potenzialità che migliorano il suo stato esistenziale. Le potenzialità sfociano all’improvviso come se fossero già predisposte nel DNA di ogni individuo con il gioco, formidabile veicolatore di attività motorie e straordinario indicatore di predisposizioni naturali a una attività sportiva anche di livello agonistico. Il punto di partenza è di natura pedagogica, consiste nel compiere un viaggio nella nostra esperienza personale per rintracciare ciò che ci appartiene, che ha bisogno di essere riconosciuto e valorizzato. Nel gioco si configurano tutti gli aspetti dello sport: l’entusiasmo, la voglia  di correre, saltare, di arrampicarsi, di sfidare l’avversario nelle diverse attività che animano la natura umana. Con il gioco si crea socializzazione, aggregazione, si scaricano le energie nervose, si allena il corpo e si sviluppa la mente, si diventa più sicuri. Non si può ancora parlare di sport vero e proprio, ma l’attività motoria che lo precede fa capire quanto bello sia quel movimento che pratichiamo spontaneamente e inconsciamente.

Il gioco è già una forma embrionale di sport, non ancora organizzato e inserito in un ordine programmato. Lo è in una misura naturale. Sembra che tutto sia già predisposto e che attenda di essere compiuto. L’attività motoria è fondamentale perché ci permette di  prendere coscienza del nostro corpo, ci mette nella condizione di assumere decisioni, di capire qualcosa di più del nostro carattere e soprattutto scarica le energie nervose, quelle in sovrappiù, che ci rendono inquieti e instabili, aggressivi e scontenti.  Certo diventerà necessario che qualcuno coordini il nostro sviluppo, che ci aiuti a capire meglio la finalità di un atto o di un’azione, sarà quindi necessario dare risposte precise a quelle domande che la crescita ci sottopone.

Nella fase ludica emergono simpatie e tendenze, si manifesta una vocazione, qualcosa che ha a che vedere con lo sviluppo della persona. E’ interessante notare come la vocazione alla sfida sia un modo per esprimere un carattere tipico dell’agonismo, il desiderio di trasformare l’esperienza ludica in un confronto vero con se stessi e con il mondo che ci sta di fronte. Ci sono ragazzi che fin da piccoli hanno questa vocazione alla gara, alla voglia di cimentarsi in confronti veri e propri, che non siano solo quelli vissuti in ambiti affettivi o comunque circoscritti. Ci sono poi dei profili che si possono evincere facilmente e che sono prerogativa di alcuni sport in particolare. Dunque si può già capire in anticipo quale potrebbe essere l’attività sportiva più adatta per chi vuole dedicarsi alla carriera sportiva. Nasce quindi il compito di guidare i ragazzi verso l’ assunzione di una personale capacità organizzativa e quindi in grado di poter fare scelte adeguate.

Un tempo lo sport era figlio di condizioni particolari, di discrasie classiste irrisolte. Era visto come una elitaria perdita di tempo, mentre il figlio dell’operaio doveva orientarsi subito verso il mondo del lavoro. Il pregiudizio era alla base del sistema educativo, per cui tutto ciò che era usciva da una certa logica matematica che  rientrava nella condizione della classe borghese, l’unica a poter permettere ai propri figli di giocare a calcio, a tennis, o di comprarsi una bici per correre. Alla fine della seconda guerra mondiale l’educazione fisica perde tutta la sua baldanza muscolare, diventa una figura di secondo piano. Qualche volta si ha l’impressione che rimanga come testimonianza del nostro panorama educativo, non in grado comunque di essere significativa nello sviluppo fisico e mentale dei giovani. C’è poi una storica carenza di strutture sportive, come palestre, piste di atletica, attrezzature varie.  In alcuni casi la palestra è un prato verde o una passeggiata all’aria aperta o una chiacchierata in classe. I ragazzi che si dedicano allo sport lo fanno nel tempo libero, lasciando alle famiglie e alle società sportive il compito di assecondare o meno i loro desideri. Poi il tempo passa, arrivano le riforme, ma lo spazio rimane sempre molto stretto, incapace di rispondere alla volontà di giovani animati dalla voglia di correre e saltare, magari con i colori di qualche società disegnati sul petto.

L’educazione fisica resta una disciplina secondaria soprattutto nello spirito formativo della scuola. La storia ha contribuito a cancellare quella filosofia sportiva e civile che tanta parte aveva avuto nella storia dei nostri progenitori latini, i quali avevano coniato una massima che noi tutti abbiamo letto e appreso come elevata forma di educazione al benessere della persona: “mens sana in corpore sano”. Si è avuta la netta sensazione che anni di autoritarismo avessero demolito l’educazione fisica, facendole pagare una colpa che non era sua, ma di un sistema che si era appropriato dei suoi valori, subordinandoli ad una volontà assolutamente priva di democratica visione delle cose. Per anni siamo sopravvissuti amando il movimento, l’attività motoria, lo sport, sognando quell’ora di educazione fisica che non arrivava mai e che alla fine si trasformava in un superficiale passaggio di ore. Ci siamo resi conto che era troppo complicato dividere la scuola con lo sport e che lo studio assorbiva quasi completamente la nostra vita quotidiana. Il latino, il greco, l’italiano e la matematica l’hanno fatta da padroni, si sono impossessati della nostra libertà, come se i futuri cittadini dovessero essere soprattutto dei Giacomo Leopardi o degli Enrico Fermi.

Abbiamo valorizzato al massimo quella parte di scuola che invitava a tenere la schiena curva, a mettere gli occhiali da vista, a trascorrere ore e ore chiusi nella nostre case a imparare i verbi, le costruzioni, le poesie a memoria, uscendone in qualche caso con le ossa rotte, con il mal di testa, con i tremori da stress e con l’esaurimento nervoso. Abbiamo costretto la nostra umanità a rimanere prigioniera della volontà altrui, convinta che bastasse studiare quattro o cinque o sei ore di fila per diventare bravi cittadini. Abbiamo subito la veemenza verbale di docenti convinti che fossimo soldatini privi di qualsiasi forma di libertà da coltivare per diventare migliori. Siamo incappati in persone che non sapevano gestire la nostra energia, la nostra voglia di trovare un equilibrio interiore. E così siamo cresciuti nel clima della ricerca di un’armonia formale che ha fortemente pesato sulla nostra condizione umana. Siamo cresciuti convinti che quel tipo di società che ci avevano cucito addosso non fosse così rispondente alle nostre attese. Ricordo scuole senza palestre, professori demotivati, spazi inesistenti, come se l’ora di educazione fisica fosse come tutte le altre, basata sui voti, sulle interrogazioni, sul silenzio assoluto, sul timore di note e sulla preoccupazione costante di provvedimenti disciplinari. In alcuni casi il problema era legato alle scarpette da ginnastica, a una maglietta, a come arrivare alla fine dell’ora. Per anni abbiamo vissuto la scuola come luogo di paura, di ore legate ai voti, ai registri, a un nervosismo che in molti casi era prima di tutto di chi aveva il compito di guidarci verso una giusta consapevolezza fisica e mentale. Ogni tanto faceva capolino qualche atleta in grado di colorare di entusiasmi i grigiori della scuola, ma si trattava di miracoli che esaltavano pochissimi e lasciavano nell’emarginazione più completa gli altri. Siamo stati spettatori di situazioni rocambolesche, legate a riforme che non hanno mai preso sul serio il significato vero e profondo della scuola, la sua valenza popolare, la sua finalità sociale, la sua capacità di influire positivamente sulla crescita umana e culturale dei cittadini. Abbiamo vissuto in strutture scolastiche molto più simili a prigioni, prive di spazi adeguati per il movimento, incapaci di far sorridere, di creare entusiasmi. Siamo stati testimoni  di orari scolastici impossibili, senza una visione veramente pedagogica dello stare insieme. Lo sport è andato avanti grazie ad alchimie e a quella buona volontà che ha sempre accompagnato la nostra gente, anche nei momenti peggiori. È  andato avanti malgrado tutto, riuscendo persino a dimostrare quanto fosse amato e ricercato dai giovani e quanto entusiasmo ci fosse in chi lo seguiva.  Encomiabile è stato l’impegno delle società sportive, delle federazioni, del CONI, di tutti quei volontari e non che hanno cercato di sviluppare l’amore  per lo sport, ma lo Stato è stato latitante, lo è stato proprio nella promozione dello spirito sportivo, di tutta quella parte della pedagogia umana che è alla base della crescita civile della persone. È  in questa direzione che i padri e i garanti della Costituzione devono muoversi, è nella consapevolezza di un’educazione libera e costruttiva che si deve attivare il mondo della scuola, convinto che l’uomo non sia soltanto un soldatino da addestrare per scopi e finalità particolari, ma un soggetto di umanità vera e profonda, a cui va riconosciuto il diritto a una bella crescita umana e civile.

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