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Cultura

RITORNO AGLI ANNI SESSANTA

MANIGLIO BOTTI - 04/12/2015

veltroniPer uno che a sessant’anni suonati (qualche mese fa) dalla politica ha già avuto tutto o molto – vicepresidente del consiglio, segretario di uno dei due partiti più importanti d’Italia e sindaco di Roma per dire solo dei ruoli più prestigiosi – dare uno stop alla politica stessa, almeno in questo momento, potrebbe sembrare abbastanza facile; oppure no, chi lo sa.

Walter Veltroni è un uomo strano: comincia la carriera nel Pci, ma dichiara poi che non è mai stato un comunista; arriva a dirigere l’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, e invece di corredarlo di editoriali seriosi su improbabili programmi quinquennali, lo infarcisce di figurine Panini, quelle dei calciatori degli anni Sessanta e Settanta, di fumetti e delle cassette dei più bei film della storia del cinema (tant’è che il giornale in breve guadagna trenta o quarantamila copie); Breznev gli mette paura e almeno nel ricordo gli preferisce di gran lunga John Kennedy, e probabilmente ne tiene il ritratto appeso dietro la scrivania, come il caporedattore del Washington Post Benjamin C. Bradlee nel film “Tutti gli uomini del presidente” di Alan Pakula… Ama il basket, il calcio e – udite udite – lui “romano de Roma” s’è sempre proclamato tifoso della Juventus che, come si dice da parte di molti gobbi, non è solo una squadra di calcio ma uno stile di vita.

Walter Veltroni non finisce mai di stupire. Ed è per questo che a molti suscita simpatia: per la sua particolarissima sensibilità e per la sua storia. L’altra settimana a Varese e a Gavirate per presentare il suo ultimo film-documentario “I bambini sanno” (Walter è diplomato all’Istituto di stato per la cinematografia e la televisione) e anche per parlare del suo ultimo libro, “Ciao”, pubblicato da Rizzoli e dedicato a suo papà Vittorio – funzionario dell’Eiar e poi capo dei radiocronisti della Rai –, che Walter non ha mai conosciuto perché morì quando lui aveva appena un anno, ha fatto subito una premessa: “Ma di politica non parlo”, benché ne avesse tutte le facoltà.

È un pregio, questo, direi soprattutto oggi. Così com’è un valore aggiunto – secondo chi scrive – l’essere stato uno dei primi a riscoprire la dignità, il valore – ma anche i valori “minimi” nascosti – degli anni Sessanta; Walter lui che invece è “cresciuto” e s’è rafforzato nei Settanta e che nel ’68 – l’anno della svolta – era un ragazzino di appena tredici anni.

Un suo libro guida, uscito una quarantina di anni fa e pubblicato la prima volta da Savelli, nella collana il Pane e le Rose, si intitolava proprio “Il sogno degli anni ‘60”. Ai Sessanta ha dedicato un romanzo particolarissimo “L’isola e le rose”, qualche anno fa, dove si racconta di un’esperienza che ancora fa parlare di sé nei bar della costa romagnola: la costruzione di una piattaforma appena al largo di Rimini, in acque non più territoriali, ma che poi (erano davvero altri tempi…) fu fatta saltare in aria dalla nostra Marina. Che volevano realizzare lì sopra: un casinò, una nuova repubblica indipendente? Mah!

Ai Sessanta, in un certo senso, appartiene anche lo struggente romanzo per il papà, che pure mancò nel ’55. Walter ne fa una storia intima, famigliare, e quasi generazionale con una dedica al fratello più grande Valerio e all’amico Ettore Scola. È un romanzo che – come nel primo libro di Walter – parla di una crescita, avvenuta molte volte in solitudine al Parco dei Daini, “nel cuore di Villa Borghese”, passata poi attraverso la Tv dei ragazzi, i film della commedia all’italiana, le Olimpiadi di Roma con Berruti che vince i Duecento; libri come “Autobiografia di Malcom x”, ma anche le letture di Tex; film come “8 e ½” e “Il sorpasso”; donne di sogno come Marilyn e Brigitte. E con una colonna sonora che va da Sapore di sale, a Yesterday e a tutto il Beat…

“Ciao”, dice Walter al papà che incontra una sera d’estate tornando a casa. È la prima volta che gli dice “ciao”… E via via si snoda il ricordo con – infine – un elenco di cose di si sarebbero potute fare insieme, ma che non sono mai successe: “Che ti facessi una fotografia con me, che poi la conservo… Che mi guardassi la pagella… Che ti vedessi dare di nascosto un bacio a mamma… Che mi strizzassi l’occhio per una ragazza carina… Che litigassimo per Roma e Juve… Che…”.

“Che io ti chieda, una volta, se posso venirci anch’io dove vai tu”.

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