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Noterelle

LA VERA RIVOLUZIONE

EMILIO CORBETTA - 20/05/2016

onuFanno parte di una certa logica politica che persegue duri percorsi dolorosi che possono essere necessari per rimediare alla mancanza di libertà, alla miseria, ai soprusi, alle sofferenze e altro, ma possono creare loro stesse uguali risultati, deviando dalle mete anelate.

Di fatto, sia nella realtà dei nostri giorni che nella storia, constatiamo che le rivoluzioni portano e hanno portato tanta morte. La necessità di essere veloce, immediata impone l’uso della violenza. È il lato negativo della rivoluzione: trionfo apparentemente glorioso per alcuni, sconfitta dolente per la controparte. Prospettiva diversa c’è nelle rivoluzioni culturali, ma talvolta nemmeno in quelle, specialmente se coinvolgono i centri del potere. Più innocue, anzi benefiche se correggono stili di vita.

Nella politica la vera rivoluzione sarebbe l’uso dell’amore reciproco, il dialogo e il pacifismo, ma questo raramente avviene. Anche nelle nazioni dove sembra esistere la così detta democrazia, la politica è ricca di odio. Un ideologo nel passato ha puntualizzato la “lotta di classe”, ma il concetto forte è stato malamente interpretato da molti. In effetti la parola “lotta” richiama l’uso della forza. Incendiano la società tensioni sempre presenti nelle parole, nelle idee, nelle espressioni, in concrete azioni amministrative ed economiche, talvolta addirittura in leggi. Sentimenti negativi li sentiamo urlati in molti discorsi elettorali, nei comizi, nelle tavole rotonde, nelle conferenze e non solo in Italia.

Genera situazioni drammatiche il concetto che in politica tutto è lecito: lecito imbrogliare, non dire la verità, appropriarsi di privilegi, subdolamente rubare senza sembrare ladri. Velare la verità della realtà per raggiungere il consenso, necessario per avere il potere con cui poi acquisire benefici che compariranno come dovuti, come diritti acquisiti, quindi intoccabili.

Tutto questo non è una novità, è retorica della mala politica. Ciò che sconcerta è vederla brillare anche nella politica così detta locale, dove i rapporti interpersonali dovrebbero e potrebbero rimediare a certe negatività. Si vede poi nei partiti o movimenti trionfare il doppio gioco, il pugnalare alle spalle i colleghi, denigrare le persone e non confrontare i progetti politici perché azione più difficile. Non più un discorso di vantaggio collettivo, ma semplicemente sfruttamento degli altri. Così poi nell’ambito di uno stesso partito impallidisce la necessaria dialettica, che è utile con la sua intelligenza per realizzare programmi con ovvi vantaggi per tutti. La dialettica competitiva deve creare benefici e non danni ad alcuno, perché la perdita sarebbe reciproca! Sembra un ragionamento stupido, ma la logica e l’esperienza confermano questa realtà.

L’affermazione che la politica è la forma più sublime di carità è purtroppo utopia. Carità rivolta al prossimo, agli amministrati. Invece assolutamente no. Essi sono la parete da scalare per la carriera del singolo, per il successo. Non più un discorso di vantaggio collettivo, ma semplicemente sfruttamento degli altri.

Uno dei tanti motivi che allontanano la gente dalla politica, o meglio dal controllarla, è quanto detto. In effetti far dire “non voglio più interessarmi di politica” è il disegno che certi “politici” vogliono per non essere controllati. Come altro disegno voluto è incentivare l’astensionismo alle elezioni. Per realizzarlo ci sono professionisti che sanno calcolare i vantaggi derivati da questo auto lesionismo. A loro non interessa la conseguente decadenza della democrazia.

 Il controllo dei politici da parte dei cittadini dovrebbe essere la stampella che corregge la zoppicante politica, ma questa stampella va ben usata perchè il suo uso maldestro fa cadere lo storpio …come anche il suo non uso.

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