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Presente storico

DIFESA DELLO SCOGLIO

ENZO R. LAFORGIA - 16/06/2016

ostricheNon manca mai, in ogni campagna elettorale, chi, in preda al panico, si erge a portatore sano di principi non negoziabili. Sono quelli che, solitamente verso la fine della corsa, denunciano la presenza, nel campo avversario, di basse manovre, innaturali connubi, volgari acrobazie trasformistiche, vili compromessi, impronunciabili inciuci. I portatori sani di principi e valori, come si sa, abbondano. Sono quelli che, pur non manifestando sintomi di moralità, ritengono di doverla trasmettere ad altri.

Ora, io non so bene se la politica sia veramente «l’arte del possibile», come diceva il vecchio Bismarck. So però che da sempre, la storia del nostro sistema parlamentare è stata scandita da connubi, trasformismi, compromessi e inciuci.

Non so se qualcuno ricordi ancora il nome di Ferdinando Petruccelli della Gattina (1815-1890). Di origine lucana, dopo essersi laureato in medicina, iniziò a svolgere un’intensa attività giornalistica e fu un protagonista delle vicende che scandirono il nostro Risorgimento. Per motivi politici, fu spesso costretto ad abbandonare il posto in cui risiedeva: dovette fuggire da Napoli (vi poté fare ritorno solo nel 1860) e fu espulso per tre volte dalla Francia. Nel corso dei suoi spostamenti per l’Europa, entrò in contatto con personaggi del calibro di Darwin, Proudhon, Michelet, Simon; collaborò con Alexandre Dumas; conobbe Mazzini a Londra (ma i rapporti tra i due si incrinarono presto). Rientrato in patria, fu eletto deputato al primo Parlamento del Regno d’Italia. Fu ancora in Parlamento dal 1870 al 1882. Nel corso della prima legislatura, che durò dal 1861 al 1865, affidò le sue impressioni ad un giornale francese. Ma già nel 1862, diede alle stampe un volume, destinato ad avere grande risonanza e duraturo successo, in cui raccontava i meccanismi, i protagonisti, i vizi e le virtù della nuova macchina parlamentare: I moribondi di Palazzo Carignano.

Così Petruccelli della Gattina descrisse le manovre politiche, che garantivano la sopravvivenza dei governi:

Nelle sale, un Ministero non ha un’ora di vita: nell’aula delle sedute, esso ha sempre una maggioranza che stupefà. Solo questi elementi centrifugi [sic] diventano centripeti nel contatto, perché là si stabilisce una corrente di compensazioni che smussa ogni angolosità; la volontà domina l’istinto, il calcolo tempera la passione, l’interesse soprasta l’idea, l’opportunità fa tacere il principio, la prudenza mette musoliera alla foga. Ed è ciò che chiamasi coalizione, o connubi […]. Un Gabinetto non può contare sull’indomani, perché gl’interessi si muovono e variano, mentre i partiti, i principii, le idee, gl’ideali permangono.

Rappresentazione cruda, si dirà, di quella che Croce considerava un’epica stagione della storia politica nazionale. Eppure, già dieci anni prima del resoconto di Ferdinando Petruccelli della Gattina, Cavour aveva potuto inaugurare una importante stagione di riforme facendosi sostenere, lui uomo del centrodestra, da Umberto Rattazzi, capo del centrosinistra. Si parlò allora di «connubio», cioè di una unione «illegittima», di una sorta di mostruosità politica.

Forse è riconducibile al velenoso spirito di quei portatori sani di principi e valori, di cui si diceva sopra, la secolare tendenza a rappresentare il Palazzo della politica come il luogo delle peggiori nefandezze.

Anche Matilde Serao (1856-1927), scrittrice e giornalista (fu la prima donna italiana a dirigere un giornale), contribuì ad alimentare una certa tendenza antiparlamentare, che si diffuse in Italia a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento. Nel suo romanzo La conquista di Roma, del 1885, un deputato toscano così descrive il Palazzo di Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, al protagonista della vicenda, il neoeletto Francesco Sangiorgio, giunto nella Capitale dalla Basilicata:

«[…] quel caldaione di Montecitorio […] è affogato tra le case; noi affoghiamo in esso. Un forno di cartapesta, dentro cui si cuoce lentamente, con una cottura disseccante, temperatura da bachi che addormenta tutte le audacie e riscalda tutte le timidità, che finisce per dare una dannosa cocciutaggine a tutti gl’irresoluti, e che solleva qualche pseudo-idea sotto il cranio dei cretini.»

Il periodo in cui è collocata la vicenda del romanzo è quello dominato dalla figura del «vecchio astuto» Agostino Depretis, come lo definisce la Serao. E Depretis è associato, nei libri di storia, alla parola «trasformismo» (il termine è riconducibile alla stesso Depretis, che evocò la possibilità di una trasformazione dei moderati in progressisti in un discorso del 1882).

Non piacque, il termine, a Giosue Carducci, che, in un articolo pubblicato sul «Don Chisciotte» il 3 gennaio del 1883, Candidature, ne fornì la seguente definizione:

Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri. Come nel cerchio dantesco de’ ladri, non essere più uomini e non essere ancora serpenti; ma rettili sì e rettili mostruosi nei quali le due immagini si perdono, e che invece di parlare ragionando sputano mal digerendo.

Tuttavia, anche il sommo poeta della Nuova Italia non fu immune da trasformazioni: anch’egli, infatti, da sostenitore della monarchia piemontese, pervenne a posizioni radicali, giacobine e repubblicane, per poi riavvicinarsi alla monarchia sabauda.

Ma noi sappiamo che tutta la storia politica italiana è attraversata da alleanze, apparentemente innaturali, o sodalizi, apparentemente irrazionali. Lo stesso Mussolini non avrebbe potuto conquistare il Parlamento senza raccogliere, nel suo listone (o Lista nazionale), per le votazioni del 6 aprile del 1924, anche liberali e cattolici. Certo, lui parlò di «una attiva e disinteressata collaborazione», ma il senso dell’operazione non era diverso da quello di esperienze già vissute.

La parola «compromesso», invece, aleggiò come un fantasma nel momento solenne della stesura della Costituzione repubblicana e democratica. In senso dispregiativo o semplicemente negativo vi alluse Piero Calamandrei (1889-1956), giurista, tra i fondatori del Partito d’Azione ed eletto all’Assemblea costituente. Già durante i lavori dell’Assemblea, parlò di «compromesso tripartito», denunciando l’avvicinarsi di posizioni politiche naturalmente lontane e alternative, quali quelle espresse dalla Democrazia cristiana, dal Partito comunista, dal Partito socialista.

Chiarì bene il senso di ciò che veniva definito «compromesso» il presidente della Commissione per la Costituzione, Meuccio Ruini, nel momento in cui, il 22 dicembre del 1947, presentò il testo definitivo della legge fondamentale dello Stato all’Assemblea:

Onorevoli colleghi, l’esigenza dell’opera collettiva, della collaborazione di tutti, in democrazia è l’inevitabile, ed è la forza stessa della democrazia. e vi è un’altra cosa inevitabile, una conseguenza di questa stessa esigenza: la Costituzione, come ogni opera collettiva, non può che essere, come si dice in senso deteriore, un «compromesso». Preferisco dire con il purissimo Cattaneo che non può essere se non «una transizione», come è tutta la storia. Ed è «equilibrio»; questa è la caratteristica della nostra Costituzione; un equilibrio realizzato, come era possibile, fra le idee e le correnti diverse.

La storia politica successiva farà ricorso poi ad altre espressioni. Verrà agitato lo spettro di un «compromesso storico» o verrà denunciato qualche spregevole «inciucio». Personaggi modesti, destinati a non lasciare traccia nella storia, talvolta evocano «accordi segreti». Ma bisogna capirli. In certi momenti, l’uomo politico dei nostri giorni ricorda ancora quelle lontane figure evocate dalla letteratura all’inizio del Novecento. Lo scrittore Carlo Del Balzo (1853-1908) ne fornì una celebre rappresentazione nel romanzo, pubblicato nel 1901, Le Ostriche:

Guarda all’ostrica. Questo conchifero bivalve, abitante nell’acqua salsa, comunemente si tiene attaccato ad un fondo roccioso, a non grande profondità, né molto discosto dalla spiaggia, per la valva di sotto. E questo istinto nell’ostrica di abbrancarsi fortemente ad un qualunque oggetto sottomarino e di non lasciarlo mai, si manifesta appena essa nasce. Essa nasce senza conchiglia e nuota subito per attaccarsi ad un corpo solido; e, coperta da un liquido mucillaginoso, appena lo trova, posandovisi, vi si attacca con le valve; e vi resta per tutta la vita. Il deputato attuale è un’ostrica. Le sue scappellate, i sorrisi, le strette di mano e i voti compiacenti, appena nato, rappresentano il suo liquido mucillaginoso, con cui si attacca allo scoglio di Montecitorio, con la ferma intenzione di rimanervi tutta la vita.

Talvolta, il gridare allo scandalo, l’ergersi a difensori di una suprema moralità politica, altro non nasconde che l’istinto naturale dell’ostrica: la difesa del proprio pezzettino di scoglio.

 

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