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Attualità

IL GLADIATORE

MANIGLIO BOTTI - 02/12/2016

trumpC’è già chi teme di vederlo – e lo vedrà – tra un paio di mesi gironzolare con indosso il suo cappellino da giocatore di baseball a coprire la chioma rosso-arancione riportata, ma soprattutto con una valigetta alla mano, quella in cui sono ermeticamente chiusi, ma di cui solo lui ha la chiave, codici e ordini per “scatenare l’inferno” nucleare… Tutto è possibile in questo mondo bislacco.

Il novello Massimo Decimo Meridio, il gladiatore, altri non è che Donald Trump, quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti eletto e designato, con un buon margine di grandi elettori rispetto alla candidata democratica Hillary Clinton che lo fronteggiava e che, dalla maggioranza dei commentatori, era data per favorita.

Ecco, questo della sorpresa, nell’elezione di Donald, è l’aspetto più… sorprendente dell’intera vicenda elettorale americana, sondaggi a parte, perché quando i sondaggi danno i due candidati in sostanziale parità oppure con un margine risicato di vantaggio dell’uno sull’altro, la percentuale di errore non consente mai un pronostico certo. Il sistema elettorale degli Usa, dove Hillary ha preso più voti assoluti ma ha perso più Stati, ha fatto il resto.

Ma parliamo della sorpresa (ovvero del colossale granchio) della stragrande maggioranza dei commentatori, anche nostrani, i quali, evidentemente hanno confuso i propri auspici con la realtà. Il fatto che – oggi – si dica che Trump non parlava alla testa degli elettori Usa, ma alla pancia, e che questi elettori abbiano poi risposto alla chiamata proprio auscultando i borborigmi dell’epa, non regge. Il vantaggio che Trump, alla fine, ha fatto registrare su Hillary è troppo alto per consentire di queste ipotesi, e per di più un vantaggio conseguito – anche inequivocabilmente – in stati che secondo previsioni certe sarebbero dovuti andare alla candidata democratica.

A parte la gigantesca cantonata ne consegue che Hillary Clinton non piaceva al popolo americano e che dopo otto anni di presidenza Obama c’era un forte desiderio di cambiamento; e che dunque l’elezione di Donald Trump poteva essere ampiamente prevista.

Ma passi per i commentatori (non tutti) che hanno ciccato l’indicazione probabile di un evento di politica internazionale e di portata mondiale, stupisce anche che dati plausibili non fossero nelle mani nemmeno dei governi. E del nostro. Altrimenti non si sarebbe spiegato l’eclatante endorsement democratico del nostro presidente del consiglio. Non che l’intervento sia stato dannoso (questo lo si vedrà in seguito), ma un Renzi più informato sarebbe stato molto più cauto. Se per esempio avesse potuto annoverare tra i suoi consiglieri o ambasciatori un personaggio come Flavio Briatore, vecchio amico di Trump per affinità anche personali, ci saremmo risparmiati un po’ di sballata sicumera. Il quale Briatore, intervistato nel “salotto” di Bruno Vespa ha cominciato ad ascrivere all’amico Trump il favore della presidenza, facendo considerazioni molto semplici, cioè quando vedeva che nelle primarie sbaragliava a uno a uno i competitori del partito repubblicano; oppure come quando da qualche parte si leggeva che lobby importanti come la Chiesa cattolica e la Chiesa evangelica, piuttosto integraliste, non parteggiavano per la democratica e lassista Clinton.

Cose che qui, invece, a mo’ di presuntuosi arzigogoli, venivano considerate quasi uno scherzetto, e si diceva addirittura che l’Old Party avesse abbandonato al proprio destino il suo rappresentante designato. Cosa che poi nel fatti non è affatto avvenuta.

Ma, premesso che la campagna elettorale per le presidenziali Usa è stata una delle più squallide e penose del secolo (e non da una parte sola…), le affermazioni e le frasi dei due contendenti restano nella storia, ormai la frittata è fatta. Dopo la sorpresa, anzi, dopo lo sbalordimento dei primi giorni ora siamo alla lettura dello “sviluppo presidenziale”, cioè alle analisi delle nomine. E si ondeggia da un capo all’altro delle previsioni: come dire che l’equivoco continua. Ed ecco allora le nomine cosiddette “volatili”, cioè che smentiscono le promesse elettorali. Si vedano per esempio quella di Betsy DeVos all’istruzione e soprattutto quella di Nikky Haley, figlia di immigrati indiani, nominata ambasciatrice all’Onu, un personaggio che aveva duramente contestato Trump nella campagna presidenziale; e invece le nomine smentite ma poi confermate, come le indicazioni per le politiche mediorientali affidate al figlio maggiore Donald jr, alla figlia Ivanka e al genero Jared Kushner. E, ancora, le dichiarazioni rilasciate dopo la morte di Fidel Castro: era un brutale dittatore; del tutto diverse da quelle del presunto “sodale” Vladimir Putin: Castro era un grande amico della Russia. Nella migliore delle ipotesi il neo-presidente, la cui elezione era data come impossibile, si dovrebbe definire imprevedibile.

Sarebbe ora di cominciare a pensare che i nostri metodi di giudizio e i nostri desideri, riguardo la politica di un paese (ancora) imperiale ma vasto trentuno volte l’Italia e la cui popolazione è di cinque volte superiore, siano sbagliati. In ogni caso tutti da rivedere. Prima di altre e nuove figuracce.

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