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Apologie Paradossali

MORO/3 RIMPIANTO

COSTANTE PORTATADINO - 23/03/2018

Moro parla alla festa dell'amicizia nel 1977

Moro parla alla festa dell’amicizia nel 1977

(O) Non hai mai scritto nulla, sul ‘caso Moro’, ma ora non puoi esimerti; con quello che dice la Balzerani, con le scritte offensive contro Biagi, con tutta la nebbia rimasta a confondere i fatti, nonostante i processi e le inchieste, con il tuo amico Cordì, ultimo mohicano, che rilancia ancora la tesi del coinvolgimento dei servizi segreti dei paesi capitalisti: non saresti capace di fare un po’ di chiarezza?

(C) No. Sinceramente no, se intendi una conoscenza dei fatti diversa da quella ricostruita nei processi. Del resto neppure Zamberletti, che di Cossiga era stato stretto collaboratore, come ha confermato su queste pagine, rivelando un particolare inedito, ha potuto aggiungere la più piccola luce. Ma la distanza di quarant’anni, più che sufficiente a farci passare dalle asprezze della cronaca ai pensieri riflessivi della storia, ci consente ormai qualche giudizio più attendibile. Ma l’apologia non riguarderà la persona di Aldo Moro, che non ne ha assolutamente bisogno, vorrei prendere spunto da questa vicenda per una revisione del modo di parlare della Democrazia Cristiana e della cosiddetta Prima Repubblica, di cui si fa uso e abuso proprio in questi giorni.

(S) Alludi a quel ‘siamo diventati un po’ democristiani’ buttato fuori impudicamente da Grillo? O all’apologia della ‘prima repubblica’ di Pierluigi Battista sul Corriere di lunedì 19?

(C) Mi irrita quel misto di nostalgia e di disprezzo, quel riconoscimento intinto di fiele e pronunciato a denti stretti. Provo dunque a fissare qualche criterio.

1) Giudicare il ‘caso Moro’ non sull’orizzonte temporale della crisi politica 1976/78, gli anni del governo del compromesso DC-PCI, ma su quello di una crisi di sistema, cominciata nel 1968 e che sarebbe durata fino agli anni ‘80. Dal ’68 in tutte le sue articolazioni, al terrorismo il passo non fu né breve né consequenziale, ma il nesso è innegabile. Io lo definisco: ‘il veleno dell’utopia irrealizzata’. ‘Lo stato borghese si abbatte /non si cambia’, tanto per dire uno slogan, è stato un imperativo per una generazione di militanti dell’estremismo, (non scandalizzatevi) sia di sinistra che di destra, che ne erano talmente convinti che non avevano bisogno di essere innescati da provocatori dei servizi segreti. Ma fu anche il filtro attraverso il quale anche la sinistra italiana ed europea vedeva, con l’eccezione dei socialdemocratici tedeschi, quella fase della guerra fredda. Un altro fattore, fu il ‘complesso cileno’.

(S) Quello di cui Dalla dice: ‘La musica andina, che noia mortale…’?

(C) L’esito tragico della presidenza socialista di Allende in Cile, tra il 1970 e il 1973, finita con il golpe di Pinochet, aveva persuaso buona parte dei dirigenti comunisti dell’impossibilità di una scalata democratica al potere da parte di un partito comunista nell’ambito di un Paese occidentale, tanto più facente parte della Nato. Ma se questo ‘complesso’ spinse Berlinguer a cercare la strada ‘eurocomunista’ e a prospettare la necessità di una transizione di lungo periodo, garantita da un accordo con la Democrazia Cristiana, invece di una presa del potere come risultato immediato di una vittoria elettorale, dalla parte opposta aveva convinto gli estremisti di ogni gradazione che solo forzando la mano al PCI con qualcosa di simile ad un’insurrezione popolare armata, si sarebbe ottenuto il raggiungimento della società comunista. Ovviamente potremmo prendere in considerazione molti altri fattori, politici, ideologici, economici. Questi due mi bastano per mostrare che il terreno di coltura del terrorismo era abbondante e fertile di per sé e che le supposte trame di poteri oscuri potrebbero aver agito grazie alla colpevole indifferenza di molti e in parte alla benevole tolleranza e talvolta al tifo di non piccolissimi raggruppamenti politico-sociali dell’estrema sinistra. Insomma, la responsabilità principale non è di ‘loro’, ma di molti di ‘noi’, forse di tutti, sia pure con diversi gradi di corresponsabilità.

2) La debolezza dell’apparato statale di fronte al terrorismo. I servizi e i sistemi di sicurezza arrivarono ancora impreparati al ‘caso Moro’, nonostante i dieci anni precedenti fossero stati costellati di stragi nere, a partire da quelle di Piazza Fontana e di Brescia, così come di rapimenti e di attentati delle ‘sedicenti Brigate Rosse’. Non so dire se le lacune fossero solamente tecniche e organizzative o se gli apparati stessi avessero nel loro interno forme di resistenza alla domanda di sicurezza che veniva dalla gente anche attraverso la mediazione della politica. Ma posso dire con convinzione che la ‘strategia della tensione’ non era e non poteva essere la posizione della Democrazia Cristiana. Piuttosto, nella gente si era consolidata una specie di assuefazione al terrorismo, qualsiasi fosse il colore, rivendicato o presunto. ‘Compagni che sbagliano’ o ‘sedicenti’ Brigate Rosse, per lungo tempo non si riuscì a dare un volto preciso a questa minaccia allo Stato democratico e quindi a prendere le contromisure necessarie. Solo la circostanza del rapimento di Moro, anche per la massiccia ‘operazione militare’ dell’uccisione della scorta, fece prendere coscienza della forza della minaccia. Ricordo che mi chiesi, il giorno del rapimento, se non fosse necessario cambiare immediatamente direzione politica al Ministero degli Interni, cosa che avvenne dopo l’esito fatale. Non ne volevo incolpare personalmente il Ministro, ma sentivo, pur nella mia inesperienza in materia, che nonostante la catena precedente di azioni terroristiche, non si era capito la grandezza del pericolo e non tutto era stato fatto a dovere per prevenire conseguenze tanto gravi.

3) Il punto precedente spiega come le BR abbiano potuto agire indisturbate per tutti i 55 giorni del sequestro e siano state sgominate molto tempo dopo, grazie all’azione di infiltrati e di pentiti. Sulla famosa questione della trattativa mancata potremmo discutere ancora per anni. Furono fatti numerosi tentativi, in ogni direzione, compresa quella vaticana, escludendo solo l’ipotesi di uno ‘scambio di prigionieri’ che avrebbe messo le BR sullo stesso piano dello Stato, senza dimenticare che comunque questa ipotesi fu sostenuta da Craxi e dal Psi, non so dire neppure ora se per convinzione umanitaria o solo per rompere l’asse della fermezza DC-PCI.

(O) Immagino che potresti mettere altri paletti, ma non tirarla tanto lunga. Hai detto che il tuo interesse principale non era chiarire questo fatto, ma dire qualcosa come monito a chi parla o straparla di Democrazia Cristiana e di prima repubblica.

(C) Quello che politici e commentatori politologi invidiano al partito e al Parlamento di allora è la capacità di trovare nelle alleanze politiche una concreta rispondenza alla realtà sociale. Infatti l’esperimento del supporto del Pci ad un governo DC terminò irrimediabilmente l’anno successivo, senza che nessuno dei due partiti ne ricavasse particolare vantaggio o detrimento elettorale.

Questo significa che la società nel suo complesso continuava a riconoscersi nella politica dei principali partiti. Tuttavia fu la fine di una strategia politica del PCI, rispedito all’opposizione per i successivi quindici anni. Ma la differenza insuperabile tra ora ed allora è nella realtà sociale, allora solida, come dimostrato dalle citate elezioni del 1979 e oggi totalmente liquida, sfuggente come mercurio, direi. Perciò difficilmente oggi si troverà un partito o un capo politico che osi la carta della mediazione: in mancanza di ragioni di appartenenza reciproca tra elettori ed eletti solo la coerenza formale tra interessi reali e promesse elettorali può garantire la continuità del risultato elettorale.

(S) Se vuoi riproporre il tema dei corpi intermedi come garanzia di democrazie reale, posso anche darti ragione, ma sappi che se non ci sono, non ci sono, come non ci sono leader della statura morale di Moro e degli altri suoi contemporanei, sia democristiani, sia di altri partiti. Ma la mancanza di durata dei partiti ormai non dipende solo dalla inconsistenza di un retroterra sociale omogeneo, bensì dipende dalla natura stessa del partito, ti basti pensare che quello che vanta apparentemente la più lunga continuità, la Lega, ha di fatto mutato del tutto la propria ‘ragione sociale’, espungendo il termine caratterizzante NORD e rovesciando la prospettiva secessionista da ‘via dall’Italia per stare in Europa’ a ‘via dall’Europa per poter salvare l’Italia.’ Aggiungo che la ricetta della durata e della continuità del potere non appartiene, nel mondo, a Paesi che esibiscano un modello di democrazia: la Russia di Putin, la Cina di Xi Jinping, la Turchia di Erdogan, l’Arabia della monarchia Saudita. Sono veri e propri imperi che (sarà un caso?) coincidono geograficamente e culturalmente con gli imperi della storia. Dovreste rassegnarvi, cari amici, a scegliere tra l’incostanza, l’inefficienza e la conflittualità della democrazia e la compattezza, l’efficacia e la durata dei regimi autoritari. Non dico un dittatore, ma un lider maximo, ecco cosa ci vuole.

(C) Io non sono rassegnato. Non accetto questo tuo dilemma. Finché ci saranno democrazie in Europa, in America e in Giappone nulla è perduto. Sono anzi convinto che se oggi in qualsiasi paese dell’Unione Europea esistesse un politico della caratura di Moro, per cultura, esperienza ed umanità, tutta l’UE, come istituzione, e l’Europa nel suo complesso di nazioni, recupererebbe quel ruolo di guida morale a cui ha sempre aspirato e che non ha più avuto negli ultimi due secoli a causa dei suoi continui conflitti per la supremazia continentale. Ma come spiegare questa necessità al confuso mercato della politica italiana e, peggio, europea?

(O) Solo con un approfondimento delle ragioni della politica come tale. Ormai urge che la figura di Moro, non solo per la peculiarità della sua vicenda personale, ma per il contributo offerto nella coralità degli statisti democratici cristiani europei, sia onorata da un’ attenzione, direi anche da uno studio approfondito, che ne faccia riscoprire i valori politici, cioè pratici, oltre che morali, essenziali per la ripresa dell’idea di Europa.

(O) Onirio Desti (C) Costante (S) Sebastiano Conformi

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