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Cultura

MAGRITTE, ARTE E VITA

BARBARA MAJORINO - 09/11/2018

magritteA Lugano al museo MaSi (acronimo di Museo d’Arte della Svizzera Italiana) è in corso dal 16 settembre, e durerà fino a 6 gennaio 2019, la mostra dedicata al grande pittore surrealista belga René Magritte dal titolo “La ligne de vie” (Linea di vita).

Nata in collaborazione con la Fondazione Magritte di Bruxelles, propone al pubblico circa settanta opere dell’artista belga, in prestito da musei internazionali e da collezionisti privati. Il percorso espositivo segue il filo conduttore offerto dalla conferenza che porta proprio il titolo di “La Ligne de vie”, tenuta da Magritte ad Anversa nel 1938, in occasione della quale, si espresse con sincerità in pubblico sul proprio lavoro citando i “maestri” che l’avevano maggiormente suggestionato.

 La mostra documenta l’evoluzione di Magritte a partire dalle opere giovanili, differenziandosi in questo dalle tradizionali esposizioni, forse anche più esaustive, come quella del 2008- 2009 a Palazzo Reale a Milano che ne propose le creazioni più peculiari e tipiche dell’artista nella sua piena maturità. Questa esposizione di Lugano mette in luce l’influenza che le avanguardie italiane (in particolare De Chirico) ebbero su di lui mediante opportuni parallelismi con alcune opere futuriste e metafisiche.

 Magritte, attraverso una serie di immagini e ricordi personali, delineò durante la citata conferenza di Anversa, la genesi della sua arte e illustrò i principi che gli avevano permesso di trasformare oggetti quotidiani in immagini “spaesanti” e in un certo senso perturbanti. Benché si tratti di dipinti ancora lontani dagli esiti più conosciuti, è già evidente il suo desiderio di allontanarsi dalle convenzioni e di rappresentare il mondo e gli oggetti sotto una nuova prospettiva.

 Alcuni lavori in mostra, raramente esposti al pubblico, evidenziano l’infatuazione giovanile dell’artista per il futurismo italiano del quale condivide lo spirito irriverente.

 È tuttavia la pittura metafisica di De Chirico a offrire a Magritte lo spunto decisivo per la definizione della propria poetica. Nella mostra viene presentato, pertanto, un eccezionale raffronto fra un capolavoro di De Chirico, “Les plaisirs du poète” (1912), e “La traversée difficile” (1926) di Magritte. Segue un’ampia selezione di lavori realizzati fra gli anni Venti e Trenta in cui si dipanano progressivamente i temi prediletti dell’artista. Come illustrato da Magritte nella “Ligne de vie”, alla base dei dipinti realizzati tra il 1925 e il 1936 c’è la ricerca sistematica di un effetto poetico “sconvolgente” (bouleversant). Tale effetto è raggiunto in primo luogo attraverso lo spostamento e “spaesamento” di oggetti comuni, scelti affinché la loro decontestualizzazione risultasse particolarmente efficace. “Bello e casuale come l’incontro tra un ombrello e una macchina da cucire su un tavolo di sezione anatomica”. Era questo il motto (e il programma) dei surrealisti raccolto e fatto proprio con toni poetici da René Magritte, giustamente definito “il tranquillo sabotatore”.

 Universi onirici stupefacenti, spostamenti di significati e di significanti, Magritte svolge un tipico illusionismo onirico; illustra, ad esempio, oggetti e realtà assurde, come un paio di scarpe che si tramutano nelle dita di un piede. Nei suoi enigmatici dipinti crea nell’osservatore, una sorta di cortocircuito, già a partire dagli arcani e criptici titoli dati alle sue opere. Sfida le leggi di gravità, con pietre in cielo che levitano come nuvole o tendaggi che stanno in piedi da soli senza il classico bastone orizzontale d’appoggio, foglie che diventano alberi e altre illusioni sorprendenti.

 Nonostante i suoi rivoluzionarismi visivi, Magritte resta un poeta. Certamente deve a De Chirico, la sua ispirazione, ma poi è una lezione che prosegue e sviluppa in proprio, fino a trovare una sua personalissima cifra che è a suo modo ingenua e smaliziata, incantata e disincantata, razionale e irrazionale, basata sul senso ma anche sul nonsenso. “Le noctambule” (1928), ad esempio, presenta un uomo che si aggira in un interno domestico illuminato da un lampione di strada come si trattasse di un ambiente misterioso e ingannevole.

 Altre opere associano immagini e parole in modo arbitrario per sovvertire le prassi linguistiche. Anche i titoli delle sue opere sono “spiazzanti” e del tutto privi di vere e proprie connotazioni semantiche, rispetto al dipinto. Le sue “peinture-mots”, come “Le reflets du temps” (1928), “Le parfume de l’abîme” (1928) e “L’arbre de la science” (1929), rappresentano uno dei contributi più originali di Magritte all’arte del Novecento.

 L’esposizione documenta altri esempi delle tecniche utilizzate dall’artista per rendere insolite le cose più comuni: “Les marches de l’été” (1938) presenta un cielo diviso in blocchi come fosse fatto di materia solida; in “L’arbre savant” (1935) gli oggetti sono accostati tra loro senza alcuna relazione logica: nelle cavità di un albero si trovano una candela, una forma geometrica, del filo di ferro attorcigliato; “Modéle rouge” (1953) mostra piedi e scarpe fusi insieme quasi a voler sottolineare la “mostruosa” abitudine di imprigionare i piedi in oggetti di pelle.

 Queste opere, che ormai riconosciamo come capolavori e che forse oggi non ci stupiscono più di tanto poiché ormai sono state emulate e “replicate” negli effetti speciali computerizzati cinematografici, all’epoca della loro creazione destarono numerose critiche e scalpori. Penso, ad esempio al suo albero il cui tronco si scompone in numerosi cassetti, ripreso in “Total Recall” (1990) film di fantascienza di Paul Verhoeven con una donna-albero che si disintegra in cassetti: un’evidente citazione.

 Ma l’arte ha sempre avuto la funzione di anticipare la scienza e la tecnica nelle sue intuizioni più felici e originali, diventandone in qualche senso l’inconsapevole suggeritrice e ispiratrice. Come ricorda lo stesso Magritte, gli venne rimproverata l’assenza di qualità plastiche, la rinuncia a un vero e proprio stile “pittorico” in favore di una rappresentazione scarna e la collocazione di oggetti in luoghi inconsueti.

 L’esposizione del MaSi presenta anche una selezione di lavori successivi alla conferenza del 1938 per mettere in evidenza come l’approccio artistico da lui illustrato in tale occasione, costituisse in seguito, il fondamento di tutta la sua carriera creativa. Alcuni dei suoi dipinti più celebri furono realizzati tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Sessanta, tra cui “La mémoire” (1948), “Le château de Pyrénées” (1962) e naturalmente “La grande guerra”, suo dipinto molto noto divenuto quasi un logo di tutte le sue mostre, con la fatidica immagine dell’uomo in nero e la bombetta in testa il cui volto è ricoperto da una mela verde. Il percorso espositivo documenta inoltre alcune divagazioni del maestro belga dal suo inconfondibile stile, i periodi “Renoir” durante il quale impiega una tecnica puntinista ispirata all’impressionismo, e “vache”, (brutto, grottesco) : una serie di opere realizzate nel 1948 con colori sgargianti e pennellate libere che rifanno ironicamente il verso al “fauvismo”. Queste digressioni, possono essere considerate semplici “sperimentazioni” delle quali ogni artista ha bisogno, prima di trovare la sua cifra più autentica e consona alla sua personalità.

 Completano l’esposizione documenti, fotografie, materiali biografici di lui e la moglie Georgette, e una serie di affiches pubblicitari che illustrano anche l’utilizzo commerciale dell’opera dell’artista, oltre alla proiezione di film da lui realizzati alla fine degli anni Cinquanta. Nella hall dall’ampia vetrata prospiciente il lago che esaurisce il percorso della galleria, una grande scultura in metallo posta su larga piattaforma riassume le ossessioni estetiche magrittiane: la sfera e un tendaggio con drappeggio privo di bastone per sorreggerlo, un binomio fantastico che unisce il concetto di gravità e di leggerezza. Fuori, manco a farlo apposta, il lago Ceresio e le montagne svizzere già innevate, creano una felice casuale interazione fra il figurativo reale esterno del paesaggio e le creazioni surreali interne.

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