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Cultura

IMMAGINI CHE SALVANO L’ANIMA

BARBARA MAJORINO - 21/12/2018

 

Ci sono immagini che dannano l’anima e viceversa ci sono immagini che la salvano. Non lo dico io, lo dice Carl Gustav Jung. Spesso capita di sentirci come se la nostra vita privata e pubblica, subisse pesanti ipoteche; come se non ci fossero più orizzonti da scrutare, da intravedere. Allora è il caso di distogliere lo sguardo da tutto ciò che può renderci ansiosi e insicuri.

Il periodo natalizio ci offre l’occasione di una disamina del Bello e del Sublime, ripercorrendo alcuni grandi maestri della pittura e i vari modi con i quali hanno rappresentato la Natività. Quella Natività che noi sintetizziamo e semplifichiamo in modo un po’ ingenuo nei nostri presepi. È il caso del pittore veneziano Lorenzo Lotto e la sua Adorazione dei Pastori databile al 1534. La scena è ambientata in una stalla, con un taglio stretto sui personaggi. In primo piano Maria adora il Bambino inginocchiata su un giaciglio di paglia contenuto nei vimini; dietro di essa si vedono san Giuseppe in ombra e l’asinello in controluce; al centro, scuro, il bue, mentre a destra si vedono i due pastori introdotti da altrettanti angeli.

Uno dei pastori tende al Bambino un agnello, che il fanciullo tocca incuriosito allungando le braccine, con un gesto di viva quotidianità. I pastori hanno volti fortemente caratterizzati, uno con i capelli a caschetto, l’altro con un avvio di canizie, entrambi con la barba e con lineamenti che si rassomigliano come se fossero fratelli. Essi indossano eleganti abiti cinquecenteschi al di sotto delle casacche da pastore nei toni sgargianti del giallo e del vinaccia. Il cielo esterno è forse notturno o rappresenta il crepuscolo; in ogni caso la luce sembra emanare, in maniera soprannaturale, dal Bambino stesso, lasciando gli angeli e Giuseppe parzialmente in ombra.

Questo particolare del Bambin Gesù che accarezza l’agnellino nel dipinto del Lotto, improvvisamente ci placa, ci intenerisce, ci rende pacificati con il mondo. C’erano degli animali a Betlemme nella grotta? Non c’erano? sono stati aggiunti dai vangeli apocrifi e successivamente posti nei presepi? L’iconografia si fa tradizione, la tradizione è rito, e perciò noi ci crediamo. Si tratta di un’immagine a un tempo umile e nobile, modesta e sublime. Il pittore ha voluto simboleggiare il neonato Salvatore e il suo “doppio” (l’Agnus Dei) in un dipinto fatto di semplicità, di calore e di tripudio per tutti: credenti e non credenti.

Spesso dimentichiamo, attratti dalle sirene mercatiste, dalle volgari luminarie modello Luna Park, dal baraccone dei lustrini, dai Babbi Natali-patacca “made in China”, vestiti dei colori delle lattine della Coca Cola, con auguri seriali sul web fatti di cartoline virtuali con renne che ballano il boogie-woogie, che il termine Natale deriva dal latino “natalis”, che significa “relativo alla nascita”. E quando la vita si rinnova è sempre buon segno. È da qui che si dovrebbe ripartire. Certamente oggi sono più le cose che chiediamo noi al Bambinello di quelle che possiamo offrirgli. Non siamo pastori e nemmeno contadini con le braccia piene di semplici doni della natura, ma allo stato attuale, quasi dei questuanti.

L ‘Adorazione dei Pastori è un evento della vita di Gesù già descritto nel Vangelo di Luca: al momento della sua nascita a Betlemme alcuni pastori vengono avvertiti dell’avvenimento da un angelo e si recano ad adorare il neonato. Ci sono tante “adorazioni dei pastori” oltre a questa di Lotto, nella nostra Storia dell’Arte e in quella di altri paesi europei: l’Adorazione del Mantegna, del Correggio, di Reni, del Tiziano, del Caravaggio, di Rubens, di El Greco.

Mi soffermo su Guido Reni per le luci radenti che illuminano dal basso verso l’alto. È la sostanziale ambiguità della sua poetica sospesa fra classicismo e verismo, ad aver fatto oscillare l’apprezzamento della sua opera nel corso del tempo. Forse non venne capito da quelli del suo tempo, ma in compenso fu esaltato dai contemporanei per l’armonia raggiunta nel coniugare il classicismo raffaellesco alle esigenze di verità poste da Caravaggio – esigenze naturalistiche già sentite dal Reni fin dal tempo della sua frequentazione dei Carracci, e depurate dagli eccessi in nome del decoro e della ricerca del Bello Ideale.

Nell'”Adorazione” di Reni realizzata nel 1640, i toni prevalenti del dipinto sono vividi e il divino infante sembra emanare dalla greppia una luce trascendente che si riverbera sulla Vergine Maria esaltandone i colori del manto. Tutt’intorno, è un tripudio di umili pastori inginocchiati e adoranti, in procinto di elargire i loro modesti doni. In alto un coro di angeli.

L’arte cristiana è soprattutto iconografica. I grandi pittori ebbero spesso per committenti papi e cardinali; ma è fuori dubbio che la Bellezza e la perfezione stilistica è stata raggiunta, non solo mediante approfondita ricerca della tecnica pittorica, ma soprattutto per mezzo di quell’ “innamoramento del Creato”, tipico della cultura cristiana.

Poi, nel corso del tempo, vennero scuole pittoriche basate sulla dissoluzione della figura umana (per il cristiano, a immagine e somiglianza di Dio) e si elaborarono quelle forme degenerative dell’arte e quella dissolvenza e destrutturazione della figura che, a partire dal XX secolo ci perseguitano fino ai nostri giorni. E si badi bene, non più soltanto come interessanti sperimentazioni novecentesche di geniali capiscuola cui portiamo rispetto, ma come mero gusto per “l’immondo”.

Ma torniamo alle immagini salvifiche. Per il critico Roberto Longhi, nel Reni è acutissimo il desiderio “di una bellezza antica ma che racchiuda un’anima cristiana. E spesso, da vero pittore e poeta, escogita gamme paradisiache angeli soffiati in rosa e biondo un anelito a estasiarsi, dove il corpo non è che un ricordo mormorato”. Angeli soffiati in rosa che possiamo notare anche nella parte alta della citata celebre “Adorazione dei pastori”, posti quasi in esaltazione mistica, tra il soffitto della povera capanna e il cielo.

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