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Opinioni

DIVISE

VINCENZO CIARAFFA - 25/01/2019

divisaIl direttore di RMFonline mi ha chiesto – immagino in qualità di ex ufficiale di carriera dell’Esercito – che cosa pensassi della passione per le divise del nostro ministro dell’Interno Salvini. Per entrare subito in argomento esordisco affermando che il fatto non mi scandalizza, per tutta una serie di ragioni storiche e di buonsenso: Churchill indossò tali a tante fantasiose divise nel corso della II Guerra mondiale che, per un quinquennio, il mondo intero non riuscì più a separare la sua immagine dall’immancabile sigaro in bocca e, di volta in volta, da una uniforme delle diverse specialità dell’esercito britannico.

Trovo, perciò, stucchevole la polemica sulle giacche militari o paramilitari indossate da Matteo Salvini, ed esilarante il fatto che l’Usb, il sindacato dei vigili del fuoco, lo abbia denunciato per “porto abusivo di divisa”… Magari avesse messo lo stesso zelo per difendere gli interessi della categoria.

Peraltro, coloro i quali oggi hanno da ridire sulla passione di Matteo Salvini per le giacche militari, sono gli stessi che difesero l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi quando, nel giugno del 2015, recatosi a visitare il contingente italiano in Afghanistan, indossò la giacca mimetica dell’esercito. All’epoca, scrissi che non vedevo nessuno scandalo nella mise parzialmente militare del premier perché, chi ha passato almeno qualche anno nelle Forze armate, sa bene che quello d’indossare un capo di abbigliamento militare da parte di un politico che visiti dei reparti in zone pericolose è una scelta del reparto visitato, che il politico in alcuni casi accetta per cortesia, e in altri è d’uopo per la necessità di confondersi con la massa. L’esibizionismo non c’entra proprio niente.

Indossare qualche capo dell’uniforme militare lo hanno già fatto prima di Renzi e di Salvini personaggi insospettabili. Per citarne soltanto alcuni: il papa Giovanni XXIII, il presidente americano Eisenhower, il presidente della repubblica Cossiga, il papa Giovanni Paolo II, il papa Ratzinger, il papa Bergoglio, l’allora presidente della Camera Fini, i ministri della difesa Pinotti e Trenta. Anche se – è il caso di precisarlo visto che siamo in zona di reclutamento montano – il copricapo più indossato negli anni da tali personaggi è stato il cappello degli Alpini.

Il problema di Matteo Salvini, semmai, è di crescita personale e politica: sarebbe ora che la smettesse di fare il boy-scout in gita domenicale e si mettesse seriamente e umilmente a fare politica, con quella duttilità mentale che non pare difettargli. Perché è proprio la politica, nazionale ed estera, che è venuta a mancare all’Italia da molti anni. Indossasse pure le giacche che vuole, anche se il signor ministro sarebbe opportuno restasse lontano dai social, nel suo stesso interesse…

Checché se ne dica, non è un grande comunicatore. Anche perché – lui che ha fatto il liceo classico lo capisce bene – quella che gli antichi greci chiamavano politikḗ era un’arte, come dire chiarezza di vedute, ideazione, dosata flessibilità, costante perseguimento degli obiettivi, tutte cose piuttosto difficili da apprendersi e pressoché impossibili da realizzarsi con un tweet.

Ciò anche per evitare di passare alla storia per il “ministro del tweet”, come Eugenio Scalfari lo ha definito qualche mese fa. Anche perché, da ministro del tweet a ministro del piffero, il passo è dannatamente breve.

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