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Attualità

SOS GIORNALI

SERGIO REDAELLI - 10/01/2020

Il premier Giuseppe Conte a Villa Madama con il presidente dell'Ordine dei giornalisti Carlo Verna (Foto Markus Perwanger)

Il premier Giuseppe Conte a Villa Madama con il presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna (Foto Markus Perwanger)

L’ultimo caso scoppiato in Rai, quello della giornalista italo-israeliana Rula Jebreal invitata al Festival di Sanremo, poi “tagliata” per le sue idee politiche (“mi hanno censurato perché rappresento l’Italia inclusiva e tollerante”, ha dichiarato a Repubblica) e infine “riammessa” all’Ariston, non fa che confermare la situazione di sbando. In Italia il giornalismo è considerato alla stregua di un fastidioso insetto da scacciare. Alla fine dell’imbarazzante tiramolla la Jebreal andrà a Sanremo per parlare di violenza contro le donne. Una buona occasione per allargare il dibattito su un tema che in Italia ha dimensioni tragiche.

Il discutibile “siparietto” dimostra la scarsa considerazione di cui l’articolo 21 della Costituzione gode nel nostro Paese. Ma dietro al sistema dell’informazione esiste in Italia un problema molto più complesso della censura. Nel quinquennio 2014-2018 l’editoria quotidiana e periodica ha visto ridursi i ricavi di oltre 670 milioni di euro, con una contrazione del 14,1% e pesanti effetti sui livelli occupazionali dei giornali cartacei. Le imprese hanno ridotto gli organici del 7,8%, circa 1.100 addetti (sono 12.700 rispetto ai 13.800 del 2014). La flessione nel solo 2018 è stata del 2,3% con una perdita di circa 300 addetti.

L’informazione a stampa non riesce ad arrestare la crisi provocata dalle nuove tecnologie digitali. I problemi sono il tracollo delle vendite e della pubblicità sui giornali, l’emorragia di assunzioni e la conseguente perdita di contributi per alimentare l’Inpgi, l’istituto che garantisce previdenza e pensioni che ora rischia il commissariamento. In alto mare sono anche la questione dell’equo compenso per i collaboratori non inquadrati, le querele milionarie e intimidatorie per chiudere la bocca al giornalismo investigativo, la concorrenza selvaggia dei social che informano senza garanzie professionali, la totale assenza di meccanismi per inserire i giovani al posto di chi va in pensione, la pirateria dilagante per il mancato rispetto del copyright.

La strada della rinascita passa dal digitale a pagamento ed è indispensabile investire nell’innovazione. Ma basterà? Finora il costo della crisi occupazionale è stato interamente assorbito dall’Inpgi che si è fatto carico per anni di sostenere i disoccupati senza caricarli sulle spalle dello Stato. Un menàge che alla lunga ha messo in crisi l’ente previdenziale e l’Inpgi non reggerebbe a un’ulteriore ondata di prepensionamenti. Per questo si pensa di allargare la platea degli iscritti a tutte le figure professionali che ruotano attorno al mondo dell’informazione, uffici stampa finora non a contratto giornalistico, comunicatori e lavoratori della rete.

La nuova manovra di bilancio da 32 miliardi su cui il governo ha incassato la fiducia in dicembre alla Camera introduce misure contraddittorie. Bene la web-tax scattata a gennaio che preleva il 3% sui ricavi dei giganti del web (Facebook, Google & C.) i cui introiti complessivi siano superiori ai 750 milioni di euro e i cui ricavi, derivanti da prestazioni di servizi digitali, non siano inferiori a 5,5 milioni di euro. Una norma che darà un gettito di 708 milioni di euro dopo anni di far-west e che potrà essere almeno in parte utilizzato a vantaggio dell’informazione. Utile che le scuole possano acquistare abbonamenti a quotidiani e periodici, anche in formato digitale, usufruendo di un bonus del 90% delle spese sostenute.

 Positivi anche la proroga della convenzione e lo stanziamento di 8 milioni per Radio Radicale e l’estensione del credito d’imposta di 2 mila euro per il 2020 a favore delle edicole. Preoccupa, invece, che il governo si accinga a sostenere un’ondata di prepensionamenti (7 milioni di euro per il 2020 e 3 milioni per ciascuno degli anni dal 2021 al 2027) dei giornalisti professionisti iscritti all’Inpgi dipendenti di quotidiani, periodici e agenzie di stampa a diffusione nazionale. Si tratta di misure che comportano un nuovo collasso di iscritti e quindi di risorse e un aggravio di pensioni da pagare. L’Inpgi, protesta la categoria. non può sostenere un’ulteriore perdita di contribuenti senza allargare la platea dei contributori.

E non è l’unico punto controverso: “Che dire dell’obbligo messo nero su bianco nella legge di bilancio che impone di sostituire due redattori che vanno anzitempo a casa con almeno uno, che può anche non essere giornalista? – s’interroga il presidente dell’Ordine Carlo Verna – È un principio illegittimo e lo impugneremo, così come siamo stati costretti a intervenire in Corte Costituzionale per la diffamazione a mezzo stampa, che ancora prevede il carcere per i giornalisti contro i principi della Corte europea dei diritti umani”.

Nella conferenza-stampa di fine anno a Villa Madama, il premier Giuseppe Conte ha affrontato il delicato tema dell’Inpgi precisando che non è intenzione del governo commissariare l’ente: “Abbiamo concesso altri sei mesi di tempo per rispettare l’autonomia dell’istituto di previdenza dei giornalisti – ha annunciato – e da gennaio partirà un tavolo tecnico sull’editoria 5.0. Il governo farà la sua parte, ma anche l’istituto deve fare la propria mantenendo i conti in ordine”. Una frase che ha provocato la pronta reazione del presidente dell’Ordine: “I conti sono in ordine, quelli che mancano sono i contributori. Ma avremo modo di parlarne”.

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