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Opinioni

MEMORIA/2 OMBRE

FRANCO GIANNANTONI - 07/02/2020

shoahIn estrema sintesi, cogliendo la sostanziale correttezza dello scritto di Robi Ronza, qui sopra leggibile e che sottoscrivo, faccio alcune osservazioni:

La “Giornata della Memoria” rischia di diventare come sostiene Ronza una cerimonia “stucchevole e controproducente”. E’ verissimo nella misura in cui sfugge ad un’autocritica che noi italiani ci dovremmo fare e non abbiamo mai fatto, fra silenzi e interessi politici di parte. Detto che se non ci fosse stato Furio Colombo, ex deputato dei Ds ed ex senatore del Pd che il 28 marzo 2000, mentre nel Paese cominciava a soffiare un’aria di “pacificazione” da teatro dell’assurdo, riuscì nell’impresa di far votare in Parlamento l’iniziativa quasi all’unanimità, restano ombre. La prima su cui Ronza registra delle profonde contraddizioni é che la data del 27 gennaio 1945 (Auschwitz) non ci riguarda (noi italiani) in senso stretto. Giusto anche questo. Avremmo dovuto cogliere per celebrare quell’immane tragedia una data “italiana” da cui avviare una nostra riflessione critica (non ci siamo mai processati), ad esempio il 16 ottobre 1943 (Ghetto di Roma) oppure 14 novembre 1943 Carta di Verona della Repubblica Sociale italiana che affermò che gli ebrei erano “stranieri e nemici” dunque da emarginare prima e sterminare poi oppure il 30 novembre 1943, Ordine di polizia n. 5 del ministro dell’Interno Guido Buffarini Guidi con l’ordine del “concentramento degli ebrei in campi di internamento e sequestro e poi confisca dei loro beni gestiti dall’Egeli (Ente Gestione Liquidazione beni immobiliari) e amministrati dalle banche (per la Lombardia la cattolicissima Cassa di Risparmio delle Province Lombarde eletta a essere una delle 19 banche chiamate a quel compito) oppure il giugno 1944 quando cominciò a funzionare il forno a San Sabba della ex-Pilatura di Trieste oppure… 

In quel modo il 27 gennaio non sarebbe diventata in questi 20 anni una sorta di “4 novembre “ o “25 aprile” o via dicendo. Credo che si debba varare comunque e al più presto una “Giornata del persecutore” smettendola di parlare solo dei Giusti (pochi) e delle vittime e di processare finalmente gran parte del popolo italiano che si voltò dall’altra parte e continuò a vivere la propria beata esistenza.

Oggi la “Giornata della Memoria” corre sempre di più il rischio di perdersi nel nulla, nell’apologia, nella retorica (soprattutto da quando se ne saranno andati gli ultimi testimoni) sfuggendo alla sostanza: giorni fa, ad esempio, al cimitero di Sant’Ambrogio di Varese è stata inumata la salma della dottoressa Anna Sala, 99 anni, varesina, figlia dell’amato medico condotto della castellanza, valorosa partigiana di “Giustizia e Libertà” e “Giusto fra le Nazioni” (dal 2000) per aver salvato nell’autunno del ’43 il rabbino capo di Padova Paolo Nissim e cinque familiari nascondendoli nella casa dell’ingegner Giacinto De Grandi a Cunardo ma nessuno dell’Amministrazione comunale di Varese né il sindaco né un delegato nè un esponente di partito si è degnato di farsi vivo. Quale miglior occasione di fare della Memoria un fatto concreto? Sottovalutazione? Dimenticanza? “Gaffe” degli Uffici preposti alla comunicazione (se non sbaglio e in questo caso mi scuso in Comune a Varese l’Ufficio ha non uno ma ben tre addetti)? Morale: a salutare Anna Sala “Anin” c’era la sindaca di Cunardo!!! e un pugno di vecchi partigiani con la presidente De Tomasi.

2- Ronza dice che sono stati ignorati i rom! Ma aggiungo io anche i disabili, i malati mentali, i Testimoni di Geova, gli omosessuali, i mutilati, i vecchi oltre i 75 anni.

3- Russi e americani. Polemica inutile. Le date corrispondono alle rispettive avanzate degli eserciti Alleati. L’Armata Rossa arrivò il 27 gennaio 1945 ad Auschwitz con quattro soldati che si trovarono di fronte ad uno spettacolo terribile mentre il campo era già stato evacuato dagli stessi nazisti in fuga con la disperata “Marcia della morte” durata mesi. Nessuna liberazione in realtà. E allora? Evviva tutti, i primi e i secondi e i terzi.

4- l’84% degli ebrei è sfuggito alla cattura, sostiene Ronza. Non so dove lo studioso abbia ricavato il dato che registro. Mettiamo le cifre in ordine per quello che ci è noto: gli ebrei in Italia (compresi gli ebrei stranieri residenti, quelli fuggiti dai Paesi occupasti da Hitler) nel 1943 erano 46.656 (quelli italiani 37 mila, meno dell’uno per mille della popolazione italiana). Tolti gli ebrei rimasti al sicuro nel Regno del Sud (re e Badoglio, Brindisi), secondo lo Cdec (Centro di Documentazione Ebraica di Milano) diretto dalla dottoressa Liliana Picciotto, circa 5-6 mila passarono in Svizzera. Gli arrestati sul confine (caso di Varese, il passaggio preferito per via dei monti facili da superare e dal torrente “la Tresa” quasi sempre in secca) furono relativamente pochi: 159 compresi i respinti (migliaia soprattutto al confine francese) dalla Confederazione Elvetica (il caso di Liliana Segre, con il padre e i vecchi cugini Ravenna, respinti da Arzo, Canton Ticino, è il più noto).

5- Sul ruolo della Chiesa sarei molto, molto cauto. La “Grande Chiesa” come è noto fu sostanzialmente fascista. Degli ebrei non si interessò (la vicenda romana e Pio XII é aperta). Altro discorso per il “basso clero”, per i preti di campagna (Voldomino, Clivio, Saltrio, Viggiù, Cantello, Oratorio di Varese, con don Natale Motta e don Franco Rimoldi, ecc), e per le religiose (madre Lina Manni della Congregazione San Giuseppe di monsignor Carlo Sonzini) che pagarono con l’arresto il loro coraggio, il carcere a San Vittore e poi il “confino” di Cesano Boscone per l’accordo pattuito fra l’ondivago cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano e il maresciallo Rodolfo Graziani, comandante delle Forze Armate di Salò. Di questi sacerdoti non si parla mai quasi la loro memoria disturbasse il quieto cristiano vivere !!!!

Chiudo ma il discorso é molto più vasto.

La “pelosa” Giornata della Memoria, oggetto dell’ opportuno intervento di Ronza, che saluto con affetto e stima (il padre ingegner Luigi, direttore delle Officine del Gas, fu il primo responsabile militare del nascente Comitato di Liberazione Nazionale di Varese, arrestato per la sua attività clandestina e finito a Gusen da cui si salvò), é figlia dell’italica ignavia (pigrizia culturale): basterebbe parlare di chi aiutò da subito la Shoah, prefetti alias capi della Provincia per la Rsi, questori, podestà, magistrati, amministratori di beni ebraici, delatori, carcerieri, impiegati comunali, ferrovieri dei treni della morte, ecc, ecc. Il discorso si ribalterebbe. La stucchevole menata dei riti apologetici finirebbe. Discorso che vale per il 25 aprile che evita regolarmente di affondare il coltello nella piaga delle contraddizioni di una Resistenza che fu fenomeno “complesso, contradditorio, ambiguo” (come ebbe ad affermare Amerigo Clocchiatti, “Ugo”, comunista, comandante militare della Divisione “Nannetti” in Friuli e membro del Comitato Insurrezionale di Emilia-Romagna).

La gente, soprattutto i giovani, finalmente capirebbero di cosa si tratta. Per la Shoah, ad esempio, di “un delitto italiano” a tutto tondo. Ma il silenzio regna sovrano!

La “Memoria” ci tengo a dire non é il mero ricordo. E’ un potente vaccino contro l’ignoranza e l’indifferenza. Occorre conoscere e studiare. Conoscere e studiare.

Nella foto: autunno 1943, un gruppo di ebrei catturati nei pressi di Dumenza mentre tentano di varcare il confine (da Franco Giannantoni, “La notte di Salò (1943-1945)”, Varese, Arterigere, 2001)

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