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Presente storico

NORMALITÀ

ENZO R. LAFORGIA - 03/04/2020

balconiSono stufo.

Non dello stare in casa. Fortunatamente il lavoro, per me, non ha subito interruzioni, ma ha solo richiesto inedite capacità acrobatiche per tentare di fare “a distanza” ciò che prima si faceva “in presenza”. Sono stufo, in realtà, della retorica che sta accompagnando l’emergenza epidemica, che, nel giro di poco più di un mese ha imposto una nuova organizzazione delle nostre vite e sta mettendo a dura prova l’economia e i nostri nervi.

Sono stufo di sentir dire che «siamo in guerra», se non altro perché sarebbe la prima guerra in cui la sofferenza alimentare si manifesterebbe nella difficoltà di reperire il lievito di birra. E poi ho sempre il sospetto che questo continuo, insistito richiamo alla guerra, possa giustificare un tacito assenso ad ogni misura intrapresa dai governi.

Sono stufo del nuovo patriottismo che viene esibito dai balconi, in una hit parade che comprende il Canto degli Italiani, Azzurro e Volare (per dire la confusione su cui si fonda il nostro senso di appartenenza nazionale).

Sono stufo di sentir parlare di «eroi», a proposito di quelle categorie professionali (come medici e infermieri), la cui vita viene oggi messa a rischio a seguito di scelte sbagliate fate dai nostri governi negli ultimi trent’anni. E per la stessa ragione, sono stufo di sentir parlare di «eccellenza» della sanità di questa o quella regione e della magica realizzazione di ospedali, quando negli ultimi decenni gli ospedali sono stati chiusi, i posti letto e il numero di medici e infermieri è stato drasticamente ridotto, dimenticando che, per esempio, la nostra “eccellente” regione è stata gestita da chi oggi è un pregiudicato, condannato proprio per aver contribuito a distrarre risorse finanziarie che, come ha certificato la Corte dei Conti, «anziché essere destinate a remunerare l’espletamento di funzioni di interesse pubblico, sono andate ad illecito profitto» del «sodalizio criminoso».

Sono stufo di sentir dire che la scuola italiana ha saputo affrontare l’emergenza. In realtà, la risposta della scuola è stata, quasi dappertutto, la solita: ognuno si è arrangiato come ha potuto, come ha saputo fare e con gli strumenti che aveva a disposizione, sostenuto, nella maggioranza dei casi, dalla buona volontà e dalla serietà professionale. Eppure, avremmo dovuto aspettarci un po’ di più da una scuola che già alla metà degli anni Novanta aveva avviato un Piano di sviluppo delle tecnologie didattiche, lanciato dal ministro della Pubblica istruzione Giancarlo Lombardi e sviluppato tra il 1997 ed il 2000 dal suo successore, Luigi Berlinguer, con un ricco finanziamento di miliardi di vecchie lire, finalizzato, tra l’altro, a migliorare l’efficacia dell’insegnamento attraverso l’uso di quelle che, allora, erano chiamate «Nuove tecnologie».

Sono stufo. E sono anche molto preoccupato.

Sono preoccupato certo da ciò che sta accadendo e dalle ripercussioni che avrà sulle nostre vite, quando l’emergenza sarà superata. Sono preoccupato per chi si ammala o per chi potrebbe ammalarsi. Sono preoccupato perché sembra che una intera generazione, quella dei nostri padri, sia la più colpita e sono amareggiato nel pensare che, per qualche cinico, in fondo, sono “vecchi” quelli che se ne vanno.

Sono preoccupato nel vedere come sia debole la nostra democrazia, perché l’emergenza sembra aver messo a tacere la politica. E sono preoccupato, rattristato e deluso nel constatare il fallimento delle istituzioni europee: l’Europa solidale che avevo sognato, l’Europa come grande Stato democratico e federale si è subito ripiegata nei particolarismi nazionali e nei particolari egoismi, incapace di creare una rete di protezione condivisa.

Ma ciò che mi preoccupa e mi angoscia di più, in questo momento, è l’auspicato e atteso ritorno alla «normalità». Sono letteralmente terrorizzato all’idea che «tutto tornerà come prima». E cioè, verranno presentati come esercizi di «razionalizzazione» i tagli a settori strategici come la sanità pubblica; verranno presentate esito necessario di dolorose scelte economiche quelle «classi-pollaio», in cui non può essere garantita la distanza sociale non di un metro o due, ma nemmeno di venti centimetri; ritorneranno a far suonare le loro trombe gli autarchici nazionalisti (quelli che anche in questo mese hanno continuato a ripetere «possiamo farcela da soli», ma che poi hanno aperto le porte ad aiuti russi, cinesi, cubani, albanesi ed hanno dovuto esportare le loro salme e i loro pazienti più gravi in luoghi lontani dalla cerchia degli affetti familiari); si ritornerà a parlare di globalizzazione solo in riferimento ad un capitalismo predatorio dominatore del Mondo, accantonando subito l’idea urgente di dover globalizzare i diritti e, soprattutto, di dover affrontare il diritto alla salute in termini planetari. Mi rattrista dovermi arrendere all’idea che, quando tutto tornerà «come prima», quando avremo ricondotto le nostre vite nel solco ordinato dei nostri sistemi economici e politici, quelle diseguaglianze, che l’attuale emergenza sta ulteriormente alimentando (perché anche nel modo di affrontare questa nostra forzata quarantena pesano enormemente le condizioni di partenza), quelle diseguaglianze continueranno tranquillamente ad esistere e la distanza sociale non sarà più quella suggerita in questo nostro tempo, volta a preservare la salute di ciascuno, ma segnerà la differenza tra coloro cui il presente ed il futuro è e sarà garantito e quelli invece che dovranno lottare semplicemente per stare a galla. E mi fa quasi più paura del contagio virale il pensiero che, se non morirò di malattia, morirò quasi sicuramente in un mondo terribilmente «normale».

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