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Presente storico

DAL “DIANA” IN POI

ENZO R. LAFORGIA - 15/05/2020

dianaKursaal, spiegano i dizionari, è parola di origine tedesca. Letteralmente: «Sala di cura». In passato stava ad indicare un luogo atto ad ospitare un turismo internazionale ricco ed elegante, con spazi dedicati alla cura del corpo (stabilimenti termali o balneari) e allo svago (ristoranti, caffè, sale da ballo e da gioco, teatri). Era la sera del 2 ottobre del 1908 quando a Milano fu inaugurato il Kursaal Diana. Il nuovo edificio sorgeva sull’area dove già, dal 1842, era il Bagno di Diana, una piscina pubblica con tanto di ristorante, caffè e giardino. Qui, nella grande vasca, ci si poteva rinfrescare e nuotare. Chi non aveva la possibilità di farlo a casa, ne approfittava per farvi un bagno igienizzante. Il giornalista e scrittore Paolo Valera, nel suo Milano sconosciuta e moderna, del 1898, ricordava il Bagno di Diana così: «Nel pomeriggio di un sabato, ricordandoci che eravamo nell’acqua dove si erano lavate almeno mille persone, ci figuravamo di nuotare in un immenso brodo di maiale!». Anche perché, sosteneva Valera, la società che lo gestiva «cambia l’acqua, per comodo dei signori azionisti, una volta la settimana!».

Comunque…, nel 1908, al posto del vecchio Bagno di Diana, sorse il nuovo Kursaal. A due passi da Porta Venezia, tra via Mascagni e viale Piave, il nuovo edificio, progettato dall’ingegnere Achille Manfredini, ospitava l’albergo, il ristorante, uno spazio per il gioco della pelota basca (o «sferisterio spagnuolo», come lo chiamavano i giornali del tempo) ed una grande sala teatrale. Era anche stato annunciato un Palazzo di Ghiaccio, per il pattinaggio. La sera dell’inaugurazione, una grande folla di curiosi aveva assistito all’arrivo dei numerosissimi invitati, che alle 21 presero posto in teatro per assistere alla rappresentazione dell’operetta Lisa la kellerina (cioè, la cameriera), firmata da Edmund Eisler. Lo spettacolo, però, subì un’interruzione: l’occasione richiedeva un abbigliamento elegante e le signore sfoggiavano vistosi cappelli, che ostacolavano la visione a non pochi spettatori. Dopo molte proteste, fischi ed urla, l’orchestra e gli attori dovettero fermarsi e il capocomico fu costretto a rivolgersi dal palcoscenico alle ostinate signore, invitandole a scoprirsi il capo.

Quel teatro, come si sa, fu oggetto di un orribile attentato la sera del 23 marzo 1921, quando da poco aveva avuto inizio la rappresentazione della Mazurka blu di Franz Lehar. Davanti all’ingresso riservato agli artisti, fu depositata una cesta contenente 160 candelotti di gelatina esplosiva. L’effetto fu tremendo: si conteranno 21 morti ed oltre 80 feriti. Il giorno dopo, il «Corriere della Sera», nel darne la notizia a tutta pagina, commentò: «L’aspra e sanguinosa lotta fra fascisti e socialisti era troppo poca cosa, senza dubbio, per la passione di violenza che si va fomentando nel nostro paese: mancava ancora la vera frenesia della strage.»

La strage fu il risultato di un errore. L’obiettivo avrebbe dovuto essere la zona dell’edificio che ospitava l’albergo. Era corsa voce, infatti, che lì, quella sera, il questore Giovanni Gasti si sarebbe incontrato con Mussolini. Gasti, tra i tanti suoi meriti, vantava quelli di aver messo a punto il sistema di classificazione delle impronte digitali e di aver inaugurato gli album segnaletici dei pregiudicati. Era stato anche l’autore, nel 1919, di una Relazione indirizzata alla Presidenza del Consiglio sul neonato movimento fascista e sul suo fondatore, in cui spiccava la sezione dei Cenni fisiopsicologici su Benito Mussolini. Gasti, del resto, aveva seguito a Torino le lezioni di Cesare Lombroso.

Aveva ragione il quotidiano milanese: l’attentato al Diana rappresentò l’apice di una stagione di violenze politiche, un periodo in cui, a Milano e in gran parte d’Italia, era in corso un’«aspra e sanguinosa lotta». Nel clima turbolento del dopoguerra, gli anarchici speravano in un’accelerazione del conflitto sociale, che portasse, senza scorciatoie, verso una trasformazione radicale della società. Ed in particolar modo nei loro confronti era stata avviata una durissima campagna repressiva. Gli anarchici, ai quali a Milano era stata impedita ogni forma di manifestazione, avevano risposto con il ricorso all’azione dimostrativa («la propaganda del fatto», com’era chiamata sin dall’Ottocento): tra il 1920 ed il 1921, la capitale lombarda fu attraversata da una serie di attentati, che presero di mira il Caffè Cova in via Verdi (per due volte), il Caffè Biffi in Galleria, l’Associazione Esercenti in piazza San Sepolcro, l’albergo Cavour, nell’omonima piazza. Ettore Aguggini prese parte a tutte queste azioni. Ed anche all’attentato al Diana. Quest’ultimo nacque come reazione all’ennesima iniziativa repressiva, che aveva portato in carcere, il 17 ottobre, l’intera redazione dell’«Umanità Nuova», compreso il suo direttore, Errico Malatesta. Costui, insieme a due suoi compagni, aveva annunciato proprio nel mese di marzo del 1921 di voler intraprendere uno sciopero della fame, al fine di poter essere portati in giudizio. Proprio la notizia dello sciopero della fame dei tre compagni, detenuti da mesi in attesa di essere giudicati, spinse Aguggini, con altri complici, a compiere l’attentato al Diana. Ma Malatesta, dal carcere, prese le distanze dall’attentato e in un articolo pubblicato sul suo giornale, a scarcerazione avvenuta, ricordò che la violenza politica, cui si poteva ricorrere solo se strettamente necessaria, non doveva mai scivolare nello stragismo.

Non appena si diffuse la notizia della strage, i fascisti presero d’assalto, distruggendole, le sedi dell’«Avanti!» e dell’«Umanità Nuova». Qualche giorno dopo, il 27 marzo, il Direttorio del Fascio di combattimento di Varese pubblicò un manifesto in cui condannava «il partito Socialista, il Comunista, l’Anarchico», quali responsabili della strage ed annunciava che «la Giustizia non potrà essere ristabilita che vendicando le vittime. Quello che le Autorità politiche e Giudiziarie non hanno saputo e non sanno fare, lo farà il popolo sano».

La repressione poliziesca che seguì fu massiccia, capillare ed estesa a tutto il territorio lombardo. Anche al Varesotto. A Besano, fu arrestato l’anarchico Carlo Restelli, nato a Rockland, negli Stati Uniti, e cresciuto politicamente tra gli anarchici originari della Val Ceresio, emigrati come scalpellini nel Vermont. Alla fine, Restelli non fu ritenuto colpevole. A Cedrate, oggi rione di Gallarate, fu arrestato Eugenio Macchi, nato a Varese, che con Restelli e Antonio Pietropaolo aveva aperto un’officina a Milano, in via Casati, luogo di incontro per gli anarchici milanesi. La «Cronaca Prealpina» la descrisse come «l’officina dei misteri». Macchi fu condannato ad una dozzina di anni di carcere per associazione a delinquere e fabbricazione, detenzione e trasporto di bombe.

Macchi era stato, sino a due mesi prima, un componente del consiglio di amministrazione della Scuola moderna razionalista di Clivio. Pertanto, nel mese di aprile, furono compiuti nuovi arresti proprio a Clivio: gli anarchici Luigi Masciotti, veronese, direttore della scuola; Agostino Caverzasio, cassiere della scuola e gerente del quindicinale «La Scuola moderna di Clivio», che si stampava a Milano e di cui Masciotti era direttore; Leonardo Galli; Angela Cattaneo, maestra, che si qualificò come comunista. I quattro furono tutti rimessi in libertà nei giorni successivi.

Le indagini accertarono che gli anarchici del gruppo di Macchi, Restelli e Pietropaolo avevano pianificato presso la loro officina una serie di attentati. Tra questi, uno avrebbe avuto come obiettivo un ponte della Ferrovia Nord. Alla fine, chi avrebbe dovuto compiere questa azione decise di lasciar perdere, seppellendo l’ordigno ai piedi di un albero. La bomba in questione fu rinvenuta avvolta in un giornale: «La Scuola moderna di Clivio».

La Scuola moderna di Clivio fu l’unica unica esperienza italiana di una realtà educativa ispirata alla pedagogia libertaria dello spagnolo Francisco Ferrer. Era nata su impulso dei libertari della zona come alternativa laica, libera e razionalista al controllo che la Chiesa e il parroco intendevano esercitare sul locale asilo. L’edificio che avrebbe ospitato la Scuola moderna fu costruito, nel giro di un paio di mesi, grazie al lavoro volontario e fu inaugurato il 31 gennaio del 1909. La Scuola non ebbe vita facile. La sua attività fu costantemente ostacolata dai clericali e dai conservatori del luogo. Ma ciò che non erano riuscite a fare le autorità, riuscirono a fare i fascisti: il 23 aprile del 1922 l’edificio fu preso d’assalto e la biblioteca e l’archivio furono dati alle fiamme.

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